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Noi lettori

All’analfabetismo
e a quanti v’aspirano.

 

Noi.

Noi chi? Noi lettori.

E cosa?

Tanta passione per la scrittura – letta o prodotta –, da rendere indistinguibile la vita dalle parole, l’esistenza dal testo.

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La vita come mezzo per la conoscenza – buon vecchio Nietzsche –: ma nei libri si trova anche di più, l’identificazione di vita e conoscenza. Il mezzo diviene altro, divengono gli scritti.

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Cos’è un testo? Un mezzo per identificare vita e conoscenza.

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Non si può scrivere un libro senza entusiasmo, senza malsano narcisismo e spropositata megalomania. Di quante letture, di quanti vani egoismi altrui deve nutrirsi uno scrittore che non sia toccato dalla grazia dell’analfabetismo o lacerato dalla bruciante e ingenua passione della giovinezza? Il vecchio e colto lettore, lo stempiato scrittore che scava nella propria individualità come in una sozza latrina, col tempo ha divorato, masticato, ruminato gli egocentrismi spiccioli dell’intera cultura umana; a brandelli, certo, come ogni cosa che passi traverso le nostre fauci. Non resta che digerire, ed espellere.

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L’autore si riconosce nel libro quanto l’individuo nella propria merda.

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Ogni libro ultimato è una piccola morte. Frontespizi come lapidi.

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Inumidirsi le dita e sfogliare le pagine — come fossero donne.

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Vivere secondo i libri è il principio della singolarità.

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Ogni lettura è singolare. Reperire anatomicamente scorci di libri e riportarli in vita – novelli Frankenstein; calarsi nell’abisso e risalire in superficie fa del lettore un mostruoso unicum.

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Vivere secondo i libri è guadagnarsi l’esistenza, far divenire difficile il compito ritenuto più facile che è l’esistere. Esistendo, non si soggiace a nient’altro che al testo scritto; ma il testo scritto non si distingue dalla vita.

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Chi non esiste secondo i libri, ossia secondo la propria vita, è preda di vite altrui, attende che gli altri gli impongano come vivere. Comincia la sequela dei manuali, delle prediche, delle pubblicità, della propaganda elettorale, della costrizione psicologica e fisica.

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L’uomo che non sa leggere è l’anticamera delle prigioni.

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Un uomo che non vive secondo i libri, che non risponde all’incantesimo della parola scritta è il prototipo di un individuo governabile, sottomesso, schiavo. Per ogni uomo che non sappia leggere, è già pronto un prete, un politico, un generale, un economista.

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Grufolarsi nello scritto come porci in brago, e per il medesimo motivo: — per igiene.

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Bisogna aver pur troppa fede, possedere un temperamento magico, religioso, anelare alle estasi mistiche, credere a un aldilà, a una vita oltre la vita, tendere l’orecchio nella vana speranza di udire l’armonia delle sfere celesti, – questo e molto altro, – per tentare disperatamente di riportare il morto scritto nella vita di tutti i giorni, per convincersi che un libro possa essere vero. (Gli spiriti più religiosi sono stati i rivoluzionari marxisti, tanto da voler fondare una politica totale su di un libro.) E in quale seducente modo, per ogni lettore siffatto, ciascun libro diventa sacro! Il solo modo di leggere, l’unica lettura possibile, questa, inceppa il meccanismo delle religioni di massa: ogni lettore conserva la propria sequela di libri sacri, costruisce un’inimitabile e personalissima religione, della quale a un tempo è laico e sacerdote, devoto, peccatore, santo, eretico, divinità, — demonio.

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Noi che possediamo questa fede nei libri, – e quante volte abbiamo rischiato di perderla; che abbiamo riposto più fiducia nella pagine memorabili di un filosofo, di un poeta che non nelle parole dei nostri padri; che abbiamo amato due versi più di una donna, – e questa abbiamo dimenticato o perduto assieme alla gioventù, quelli li serberemo fino alla tomba; noi che con un ghigno ci beffiamo del mondo, di questo mondo illeggibile, del quale ci picchiamo di conoscere le sottili trame, le concatenazioni segrete, l’arcano meccanismo che lo anima e che – ne siamo certi – ci è stato svelato nei libri, perché essi, essi e non altro, le loro frasi perfette, il periodare sinuoso e incantevole di Proust, l’entusiasmo omerico, l’abisso psicologico di Dostoevskij, il respiro panteistico di Goethe, gli affondi di Nietzsche, la lucida e tagliente poesia leopardiana, essi, e con essi i loro simili, e non altro, sono la ferrea necessità a cui il mondo obbedisce, a cui gli eventi soggiacciono, a cui un giorno saremo destinati tutti; noi, noi che un giorno saremo lettera morta incisa su pietra, che sbiadiremo come pagine al sole, corrosi dal tempo e dai vermi come pagine secche, ingiallite, divenute indecifrabili, fin quando non ci sarà più nulla da decifrare e più nessuno che possa farlo… noi ci saziamo di scritti, avidi, ingordi nel nostro immorale cantuccio di presunta immortalità, acquistata a buon mercato, da imbonitori, in bancarelle, in librerie, quasi i libri fossero amuleti, le librerie santuari domestici. E quanto, quanto più saggi, noi, per cui tutto è farsa, peggio: menzogna!, tutto, le vite nostre, quelle degli altri: solo uno scherzo; il sole, la notte, le stelle, la morte, un piccolo gioco, uno sberleffo cosmico, una pernacchia universale; le nostre passioni, l’amore, quanto ci è di più caro, tutto falso, tutto artificiale; la nostra religione su carta stampata, l’immortalità, tutto un vaneggiamento. Eppure è bello giocare, scherzare, beffarsi, spernacchiare come ragazzini irriverenti. Prendersi gioco di tutto, abbracciare il cosmo in un solo sguardo d’insieme, istantaneo, e riderne, riderne, e dare fondo ai propri istinti, alla proprie passioni, amando come mai nessun altro, bruciando ardenti alla minima scintilla, consumando ogni residuo di energia per gli affetti, per i pensieri, per afferrare una donna o un’idea. E piangerne ancora, e riderne, e prendere tutto sul serio, troppo sul serio, perfino quei labili, falsi vaneggiamenti, quelle parole stampate, quegli incantesimi che non possono dirsi altrimenti che iscritti… prendere tutto troppo sul serio, perfino la vita — ed i libri.

Ribelliamoci ai campi di sterminio per università

Ribelliamoci! Protestiamo contro questi malandrini, mascalzoni, ladri di futuro (e chi vuole rubarci il futuro ci vuole privare del nostro dono più prezioso e sacro: il tempo).

Non è bastata l’assassina formula 3+2, adesso stanno spiegando un campo di concentramento volto a sterminare le università pubbliche italiane.

Il vademecum del bravo sterminatore delle università pubbliche è contenuto Decreto legge 112 del 25 giugno 2008, con ciò si tenta di decretare:

  1. la possibilità di trasformare un Ateneo in una Fondazione, che pertanto dovrà cercarsi da sé i finanziamenti (anche se in linea teorica i finanziamenti statali non verranno meno); tuttavia, questo farebbe sì che chi riceva più finanziamenti almeno nominalmente acquisti prestigio e potrebbe far baluginare o nella migliore delle ipotesi garantire una formazione migliore. Ma questo potrebbe comportare che le università che non trovino i fondi rimangano indietro, tacciandosi d’infamia solo perché pubbliche; inoltre i costi per iscriversi alle “prestigiose” fondazioni potrebbero lievitare, cosicché chi ha soldi può accedere a prestigio, nomea e (sempre nella migliore delle ipotesi) cultura; chi non ha soldini deve accontentarsi dell’offerta pubblica;
  2. il taglio dei fondi non è parimenti ripartito; si sceglie di finanziare solo presunti centri di eccellenza, come l’Istituto Italiano di Tecnologia (ITI) (che persino nel nome pare un annacquamento del ben diverso MIT) ovviamente perché cari al ministrello;
  3. il taglio dei fondi vede ridursi la spesa per il finanziamento universitario di ben 550 milioni di euro;
  4. il turn over viene ridotto al 20%; che detto così pare poco, ma pensate che non sarà reintegrato l’80% di quelli che vanno in pensione. Mettiamo che in un anno 5 docenti universitari vanno in pensione, ebbene se ne potrà assumere solo 1 (se ne vanno in pensione 100, solo 20!!!). Con ciò è precluso sia il rinnovamento, sia lo stimolo alla ricerca; ed in aggiunta il numero tra studenti e professori si allontanerà via via sempre più da un ragionevole rapporto. E i docenti dovranno sobbarcarsi altri corsi, oppure le facoltà dovranno ridurre le discipline d’insegnamento. La ricerca risulterebbe bloccata. Il taglio, perdipiù, riguarda anche la scuola, ad ogni livello.

 

(Questi ed altri aspetti, compresi gli articoli cui si fa riferimento, artt. 16, 17, 66, 67, 69, 74 del suddetto decreto, sono magistralmente trattati qui da Giuseppe Capuano).

 

Vediamo alcune conseguenze pratiche:

  • la Scuola Superiore Catanese, un centro di formazione di eccellenza dell’Università di Catania presso il quale ho avuto la fortuna di assistere ad alcune lezioni, verrebbe chiuso per mancanza di fondi;
  • la stessa Facoltà di Lettere e Filosofia molto probabilmente non potrebbe sostenere i costi e vedrebbe ridursi i corsi o addirittura rischierebbe la chiusura;
  • le facoltà con meno “funzioni commerciali o commerciabili” stenterebbero a trovare finanziatori; quale azienda finanzierebbe mai lettere classiche o filosofia o scienze politiche?
  • le università di tutta Italia potrebbero essere ricattate da finanziatori pubblici e privati: “io ti finanzio, però tu devi licenziare questo tizio perché pensa cose che non mi piacciono” oppure “io ti finanzio, però tu devi assumere questo mio amico o parente”. Addio libero pensiero e residuo di meritocrazia.

È importante che tutti diffondano queste notizie, che tutti si indignino per questa ulteriore mossa che vuole privarci di quanto più ci rende umani. La facoltà di pensare. Non è un caso se l’art. 33 della costituzione sancisce: «Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato». Con i finanziamenti privati si mette in grave pericolo l’autonomia delle università.

Oltre i link già inseriti segnalo:

questo post di Giofilo;

questa discussione su Sitosophia;

questo intervento del Prof. Alberto Biuso;

le indicazioni dell’Andu (Associazione Nazionale Docenti Universitari);

infine rinnovo l’appello a firmare la petizione per la Scuola Superiore Catanese.

P. S. Come speravo, almeno un risultato si sta raggiungendo, ossia si stanno moltiplicando i post e gli articoli che trattano della questione; perciò segnalo questi altri molto interessanti:

Vogliono chiudere la Scuola Superiore di Catania;

Per una valorizzazione del presente;

Morte dell’università;

questo post dove sono riportati gli interventi di Ciliberto e Tessitore.

L’amore naturale

In questi giorni in cui mi trovo senza il mio portatile, che sempre più assomiglia allo strumento proprio senza il quale un musicista non sa suonare; e senza, soprattutto, la possibilità di collegarmi ad internet (sentendomi fuori dal mondo), ho riscoperto la lunghezza dei giorni. Ed ora scrivo su questo polveroso calcolatore, chissà dove, chissà dove (direbbe D’Annunzio).

Ed ho quindi approfittato dell’intemperie elettronica (lampi di scintille dai cavi) per leggere Romeo and Juliet. Lo lessi qualche anno or sono, ma solo adesso ho avuto l’enorme privilegio di farmi rapire dall’originario blank verse shakespeareano, che è assieme pesante e leggero, grave e lieve, barocco e semplice. Inoltre i frequenti latinismo ne agevolano qua e là la comprensione italiota.

E così, dunque, anch’io ho ripescato dal mio fondo una parola che stentavo a pronunciare ed ancor più a scrivere; tuttora pavento il rischio di risultare melenso, annacquato, sdolcinato come un bigné alla crema vecchio di una settimana, con lo zucchero sopra che ormai pare una plastificazione.

Ma come non cedere all’amore (o me! I said that word!) notturno, agli amanti che vivono (vivono!) solo di notte e di notte possono (can, nel senso plurimo che ha in inglese) morire? Come non sospirare di ciò che ormai solo possiamo provare, malinconia, per quei versi che parlano di sentimenti senza essere sentimentali?

Il barocco presta a Shakespeare (o viceversa) metafore su metafore, perifrasi su perifrasi, inversioni su inversioni, doppi e tripli sensi.

Ma ecco, facciamo parlare chi più degno di me (in questi versi giustamente tra i più famosi):

 

Romeo:

But soft! What light trough yonder window breaks?

It is the East, and Juliet is the sun!

Arise, fair sun, and kill the envious moon.

[…]

It is my lady; O, it is my love!

O that she knew she were!

She speaks, yet she says nothing. What of that?

Her eye discourses; I will answer it.

[…]

Two of the fairest stars in all the heaven,

Having some business, do entreat her eyes

to twinkle in their spheres till they return.

What if her eyes were there, they in her head?

The brightness of her cheek would shame those stars

As daylight doth a lamp; her eyes in heaven

Would through the airy region stream so bright

That birds would sing and think it were not night.

(Rome and Juliet, II, I, vv. 2-22)

 

[Ma piano! Quale luce irrompe da quella finestra?

È l’oriente, e Giulietta è il sole.

Alzati, splendido sole, ed estingui l’invidiosa luna.

[…]

È la mia donna; oh, è il mio amore!

Oh, sapesse ciò che è!

Ella parla, ma non dice nulla. Cos’è mai?

Il suo occhio discorre; io gli risponderò.

[…]

Due tra le più splendide stelle in tutto il Cielo,

avendo altro da fare, impetrano i suoi occhi

di brillare nelle loro sfere fino a che esse tornino.

Ma cosa se i suoi occhi fossero là, esse nel suo volto?

Il chiarore della sua gota farebbe vergognare quelle stelle

Come la luce del giorno una lucerna; i suoi occhi in Cielo

vorticherebbero attraverso l’aere così brillanti

che gli uccelli canterebbero e penserebbero che non fosse notte.

 

Pure le similitudini, le metafore, i topos più banali (gli occhi come stelle, l’amata che brilla), acquistano nuovo vigore nel procedere shakespeaereano, attraverso variazioni, inversioni, ribaltamenti.

Ma leggendo questa tragedia, poiché di tragoedia si tratta, in quanto il vero protagonista è lo svolgersi insondabile e necessario degli eventi, nonostante Romeo tenti di forzare il Fato, dicendo: «Is it e’en so? Then I defy you, stars!» [È davvero così? Allora vi sfido, o stelle!; Romeo and Julit, V, I, v. 24]; dunque leggendo quest’opera, rimarco la mia salda convinzione, espressa pure, sebbene con intento contrario, da Benedetto Croce: «[l’]istituto etico del matrimonio, che è stato ben detto “la tomba dell’amore” […] ed è la tomba dell’amore selvaggio, meramente naturale» (B. Croce, Etica e politica, Adelphi, Milano, pag. 38).

L’amore è naturale; o non è amore. È selvaggio; o non è amore. In che epoca ironicamente triste viviamo se «ora che per lo più si hanno molti amori, scompare il dramma dell’amore infelice. Werther addio. […] Nell’età dell’intercambiabilità degli individui, a un amore ne segue un altro» (M. Sgalambro, La conoscenza del peggio, Adelphi, Milano 2007, pagg. 99-100).

Ci hanno fottuto anche l’amore! Del resto, se non si può fottere l’amore, cos’altro mai si potrebbe? Ora che le Giuliette sono solo adolescenti che fanno finta di tagliarsi le vene perché il papà non le fa uscire con la gonna corta!

Ma io fotto chi fotte!

E conservo il delicato ricordo di un’assenza; l’assenza che è senza tempo perché non è passato: è il presente ricordo di un’assenza, l’ideale e reale.

Il viso di lentiggini e poco più dell’età di Giulietta (She’s not fourteen, R.G., I, III, v. 12).

Il visetto da madonnina di certi quadri rinascimentali, l’abbraccio che mostra il Sacro e le mani che quasi si congiungono come in preghiera, nel mistico silenzio, in un gesto che vieta il prorompere dei sentimenti umani (Vinca tua guardia i movimenti umani: | vedi Beatrice con quanti beati | per li miei prieghi ti chiudon le mani!, Par., XXXIII, vv. 37-39).

E gli occhi che lacrimano per l’emozione dei baci. (Per qualche bacio che però bastava, F. Guccini, Primavera ’59).

Ecco il mio amore naturale. Ma si sa: The earth that’s nature’s mother is her tomb (R.G., II, III, v. 9).

La Terra, ch’è madre della natura, è la sua tomba.