Der Einzige

accolita di rivoltosi

Un anno con Swinden

Questo blog ha compiuto un anno. Il primo post titolava Da che nasciamo si può solo peggiorare. Tanto è vero che la mia attività di blogger è notevolmente peggiorata, non so più di che scrivere. Forse non è essenzialmente un male. Magari al calare della quantità s’accrescesse la qualità! Qui vengono a mancare e la prima, e soprattutto la seconda. L’anno è andato; sono successe tante cose, ma ne fosse successa una! Ciò che è degno di nota lo troverete nell’apposita pagina.
In buona sostanza, vi sono stati due eventi cruciali; le uniche cose importanti hanno a che fare con il pensiero. Codesto trascorso è stato l’anno del Tristan und Isolde (e lacrime non ve ne posso mostrare, quindi preferisco tacere) e della traduzione di An Enquiry into the Nature and Place of Hell di Tobias Swinden. Magari, se vi interessa (vi interessa? Ditemi), dedicherò il prossimo post alla traduzione, ossia a cosa può servire, cosa si impara, come ci si rompe il sederino e perché è importante. La mia faciloneria mi ha fatto impiegare tutto il 2009 per tradurre quel libro.
Questo con Swinden, tuttavia, è stato un anno di intense anche se non numerosissime letture (eh, la traduzione richiede molto tempo e sottrae tante energie).  Perciò ho pensato bene di spendere qualche parola per consigliarvi i libri che più ho apprezzato negli ultimi dodici mesi per certi versi massacranti. Sono tutti libri che ho letto con vivo piacere e con squadramento di sedere per la tesi.

  • R. Callois, I demoni meridiani: il meriggio è l’ora dei defunti, quando le anime dei morti vagano sulla terra. Allo stesso tempo, il mezzogiorno è l’ora del panico: Pan e le ninfe possono impossessarsi del pastore che si assopisce al sole (o magari si masturba guardando le capre) intorpidendolo, paralizzandolo, portandolo quasi alla morte: l’insolazione. Un libro interessante perché ci fa addentrare nella vita bucolica della grecità, dove demoni, pulsioni, panico e divinità coesistono e si impadroniscono dell’esistenza umana.
  • H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Irna sciita: l’immaginazione è quella facoltà che permette di saldare materia e spirito; l’occidente ha perduto questa facoltà, l’ha definita robaccia da poeti; questo libro è un viaggio nel mundus immaginalis. Per l’uomo, accedere a questo mondo, è rivestirsi di quella che l’autore chiama sofianità, ossia la personificazione della sapienza, il corrispettivo di ciò che la mistica musulmana chiama fatimianità. Leggere le pagine di Corbin è camminare nella Terra Celeste.
  • M. Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica: un’analisi dei cambiamenti culturali e sociali dovuti alla trasformazione del concetto di verità, dai re di giustizia, poeti e profeti fino alla nascita della filosofia.
  • R. Graves, La Dea bianca. Grammatica storica del mito poetico: quando leggi un libro del genere ti chiedi se è mai possibile che un uomo conosca tutte queste cose e le maneggi con una disinvoltura tale che solo la profondità può consentire. Il mito è radiografato, ma non in maniera scientifica, bensì, a sua volta, in maniera mitica: è un libro mitico. Le tradizione convergono, l’alfabeto è ciò che sostiene la struttura del testo; non un alfabeto particolare, ma l’alfabeto in sé. Il mito e la storia si rivelano due facce della stessa medaglia. Dove c’è scienza, però, non c’è storia.
  • J. Hillman, Il sogno e il mondo infero: un’interpretazione dei sogni a rovescio che rimette sui piedi ciò che era stato messo sulla testa. Il sogno non va interpretato; farlo significa guardarlo da una prospettiva diurna, ossia del regno supero, il regno dei vivi; il sogno, invece, appartiene al mondo notturno, al regno inferno. Ciò che conta non è l’interpretazione, ma l’esperienza che si fa dopo l’esperienza del sogno.
  • P. Kingsley, Reality: forse il libro più importante, perché ciò che dice il titolo è vero: Kingsley scrive la realtà. Non vorrei essere azzardato, ma vi sono passi così stringenti sulla realtà come li ho trovati solo in Spinoza. Aggiungete a questo il fascino delle interpretazioni di Parmenide ed Empedocle; insomma, un libro che va assolutamente letto (è in inglese, eh? :wink: ).
  • E. Zolla, Discesa all’Ade e resurrezione: Zolla ha la capacità di svelare il vero senso dell’esoterismo, senza cedere a facilonerie abbindolatorie; ho capito cos’è la magia, cosa può significare un simbolo e cosa sono la catabasi e l’anastasi leggendo queste pagine; scusate se è poco.

Ovviamente quest’anno ho letto tanti altri libri, più o meno interessanti; ma se ho scelto questi è perché vale davvero la pena di leggerli. Pertanto, se mai aveste qualche dubbio su cosa leggere, spero che questo brevissimo elenco possa in qualche modo aiutarvi.
Da che nasciamo si può solo peggiorare.

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Posted 7 months, 3 weeks ago at 13:40.

7 commenti

Le Vie dei Canti

Se c’è una cosa che la malattia (la depressione ipocondriaca) insegna è che tutte le promesse di slanci alla vita svaniscono quando si ‘guarisce’; con la salute si riacquista l’apatia: perdendo la pato-logia si smarrisce il sentire. Il principe Myškin, l’idiota di Dostoevskij, si prometteva di vivere intensamente ogni istante, dopo aver ricevuto la grazia dalla condanna a morte, ma il proposito risultava vano, perché la vita ritornava a fluire con la stessa soffice e per lo più insignificante intensità di prima; citando Dostoevkij e dopo aver vissuto la medesima esperienza, Alekos Panagulis era della stessa opinione.
Non è diverso per la mia ‘guarigione’, per il mio ritorno alla vita salubre; se in ogni salute ci fosse salvezza, quest’ultima sarebbe una cosa ben misera. Eppure, come il sano non apprezza la salute finché non gli manca, così il malato non apprezza la malattia finché non lo abbandona.
Ritorno dunque a vivere. Ritornano i ritmi serrati di lettura: L’uomo greco di Pohlenz, tre fiabe lunghe di Hoffmann, I demoni meridiani di Caillois (stupendo, un libro magnifico), La dottrina dell’immortalità della teologia orfica di Bachofen ed ora sono alla prese col densissimo e indescrivibile La Dea bianca di Graves. (Chi volesse tenersi aggiornato sulle mie letture può seguirle su aNobii). Tra letture e traduzione del libro di Swinden non è che mi resta molto tempo per fare altro; solo un paio d’ore per le ripetizioni che do il pomeriggio.
La sera, tuttavia, anziché perdere tempo appresso alla televisione, mi sono dedicato alla lettura di un libro che consiglio soprattutto al circolo di Catania. Si tratta di un romanzo, anche se definirlo così è un po’ riduttivo; è piuttosto un diario, una narrazione documentaristica, che accoglie al suo interno appunti filosofici e spunti antropologici.
Si tratta di Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin (Adelphi, Milano 2007). L’autore (che è pure il protagonista) si reca in Australia e lì riesce a penetrare i segreti degli aborigeni riguardo a ciò che dà il titolo all’opera: le vie dei canti sono percorsi in terra australiana in cui gli aborigeni riescono ad orientarsi facilmente anche se non li hanno mai visti; ci riescono cantando. Hanno schemi base (o grammatiche musicali di base) che gli permettono di orientarsi tramite il canto. Questo canto è così legato al movimento che un aborigeno in macchina per ripercorrere una via deve cantarla a velocità insostenibile, perché l’auto procede molto più velocemente del canto (che è sincronizzato ai circa sei chilometri orari del passo umano); in macchina le rocce ed i punti di riferimento del canto scorrono troppo veloci.
In questo contesto, Chatwin analizza il movimento, nella fattispecie quello dovuto all’impulso irrefrenabile che taluni, come egli stesso, provano e che li porta a viaggiare senza sosta. Possiamo sintetizzare la questione così, con parole che non compaiono nell’opera di Chatwin: il movimento è la pace, o quantomeno ne è la sua condizione. Siamo abituati a considerare come strettamente connessi pace e quiete, stasi, immobilità. La tesi di Chatwin è assolutamente opposta.
Senza addentrarci troppo sul fatto che Chatwin considera l’uomo una specie che per natura è dedita al movimento e che quando sta ferma soffre (tra gli esempi, quello del neonato che piange fino a che non è cullato ad una certa velocità), citiamo soltanto alcuni brani più prettamente antropologici:

Come regola biologica generale, le specie migratorie sono meno “aggressive” di quelle sedentarie. C’è una ragione ovvia perché sia così: la migrazione, come il pellegrinaggio, è di per se stessa il duro cammino: un itinerario “livellatore” in cui i più forti sopravvivono e gli altri cadono lungo la strada. Il viaggio perciò vanifica il bisogno di gerarchia e di sfoggi di potere. Nel regno animale i “dittatori” sono quelli che vivono in un ambiente di abbondanza. I “briganti” sono, come sempre, gli anarchici. (pag. 360)

Le spinte “aggressive”, pertanto, sembrano essere inversamente proporzionali al movimento. La sedentarietà dà luogo alla gerarchia; il massimo della stasi sarebbe dunque la dittatura. Che il conservatorismo sia diretta conseguenza della stasi e che quindi faccia il paio con la gerarchia e la dittatura pare confermato da un altro brano:

In Aranda Traditions Strehlow contrappone due popolazioni dell’Australia centrale: una sedentaria e una mobile. Gli Aranda, che vivevano in una ragione di pozzi sicuri e di selvaggine abbondante, erano arciconservatori: avevano cerimonie immutabili, iniziazioni cruente e punivano il sacrilegio con la morte. [...] Gli Aranda erano tanto limitati quanto la popolazione del deserto occidentale era di larghe vedute. Questi nomadi prendevano liberamente in prestito canti e danze, e pur non amando meno lo loro terra erano sempre in movimento. «Di questa popolazione la cosa che colpiva di più» scrive Strehlow «era la risata pronta. Erano persone contente e allegre, che si comportavano come se non avessero mai avuto una preoccupazione al mondo.» (pag. 361)

Da un lato, dunque, la sedentarietà e l’aggressività. Dall’altro che cosa?
Precedentemente Chatwin aveva proposto una sua ipotesi antropologica e ne aveva parlato anche a Konrad Lorenz. Di solito, argomenta, si presuppone che l’uomo sia aggressivo, belluino, assassino; immaginiamo invece che l’uomo sia stato a lungo in una condizione esattamente opposta:

Supponiamo invece che i primi uomini fossero sottomessi, vessati, accerchiati, raccolti in poche e frammentarie comunità, perennemente intenti a scrutare l’orizzonte nella speranza di veder giungere un aiuto, abbrancati alla vita e agli altri uomini durante gli orrori della notte. In questo caso tutti gli attributi che diciamo “umani”, il linguaggio, la composizione dei canti, la condivisione del cibo, i doni, le parentele, cioè tutte le spontanee manifestazioni di solidarietà che tengono in equilibrio la società e aboliscono l’uso della forza tra i suoi membri e che assolvono senza intoppi alla loro funzione solo se vige l’equivalenza – tutte queste cose non potrebbero esser state sviluppate tra mille avversità come stratagemmi per sopravvivere e scongiurare la minaccia dell’estinzione? E sarebbero per questo meno istintive o più specificamente orientate? Una teoria della difesa non spiegherebbe forse perché, a lungo andare, combattere una guerra di offesa diventa impossibile? E perché i prepotenti non vincono mai? (pagg. 294-295)

L’uomo, dunque, sarebbe un animale mobile e difensivo. Con questo, il movimento non sarebbe mai, in nessun caso, volto al progresso, allo sviluppo, all’evoluzione. Il movimento difensivo è semmai una fuga, un tornare indietro. La meta delle vie dei canti sta all’inizio del cammino; ogni movimento è rivolto alla sua origine, anzi all’Origine. Chatwin individua la meta nell’incedere originario del Primo Uomo, questo Adamo specifico, il primo Homo sapiens che disse “Io sono” e che ad ogni passo dava il nome ad un fiore, poi ad un altro e un altro ancora. Si forma così il primo canto; la seconda strofa comincia con il verbo. Da qui si giunge perfino all’origine del linguaggio ed alla possibilità dell’orientamento tramite il canto:

Tutti gli animali – insetti, uccelli, mammiferi, delfini, pesci e balene megattere – hanno un sistema di navigazione detto “triangolazione”. I misteri della struttura innata della frase postulata da Chomsky diventano semplicissimi se si pensano come triangolazione umana: soggetto, oggetto, verbo. (pag. 373)

Il libro si conclude col ritorno al luogo in cui si è generati. L’ultima visione sono tre vecchi aborigeni, che per la malattia avevano perso barba e capelli. Salute e malattia, insieme.

Sì. Stavano bene. Sapevano dove stavano andando, e sorridevano alla morte sotto l’ombra di un eucalipto. (pag. 390)

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Posted 10 months, 3 weeks ago at 14:35.

6 commenti

Peregrinus e Röschen

Quando Peregrinus bussò alla porta di Lämmerhirt una dolce voce di donna esclamò: «Avanti!». Peregrinus aprì la porta, gli si fece incontro una fanciulla che si trovava sola nella stanza e gli domandò in cosa potesse servirlo.
Basti dire al benevolo lettore che la fanciulla poteva avere circa diciotto anni, era più alta che bassa, slanciata e perfettamente proporzionata, aveva capelli castano chiari, occhi azzurro scuri e una pelle che pareva un tenero tessuto di gigli e rose. Più di tutto colpiva però il fatto che il volto esprimeva quel dolce mistero della purezza verginale, quel fascino celeste e sublime che qualche antico pittore tedesco ha colto nei suoi dipinti.
Non appena Peregrinus ebbe guardato negli occhi la soave fanciulla ebbe la sensazione di essere stato avvolto da lacci opprimenti, sciolti da una potenza benefica e credette di vedere davanti a sé l’angelo della luce, al cui braccio sarebbe entrato nel regno dell’indicibile voluttà amorosa e dello struggimento. La fanciulla, arrossendo dinanzi allo sguardo fisso di Peregrinus e abbassando costumatamente gli occhi, chiese nuovamente cosa desiderasse il signore. [...]
Poi un grazioso sorriso illuminò come una dolce alba il viso della fanciulla che si profuse in ringraziamenti e benedizioni perché Peregrinus era il benefattore del padre e della madre e non solo per questo – no! – per la sua bontà, la sua gentilezza, il modo in cui il Natale precedente aveva fatto quei doni ai bambini spargendo gioia e felicità e recando loro la pace e la felicità del cielo. [...]
La fanciulla, dopo che Peregrnius si fu seduto meccanicamente nella larga poltrona di Lämmerhirt, prese la sua sedia, Peregrinus allora, per un’istintiva gentilezza saltò su e cercò di avvicinarle la sedia stessa, accadde però che al posto dello schienale afferrasse la mano della fanciulla e stringendo lievemente quel gioiello ebbe l’impressione di percepire una quasi impercettibile pressione da parte di lei. «Micio, micio, cosa fai!». Con queste parole la fanciulla si voltò e raccolse dal pavimento un gomitolo che il gatto teneva tra le zampe anteriori, iniziando a intrecciare una mistica trama. Poi, con infantile disinvoltura, afferrò il braccio di Peregrinus immerso nell’estasi celestiale, lo condusse alla poltrona e lo pregò ancora una volta di sedersi, mentre ella stessa gli sedeva di fronte e metteva mano a un qualche lavoro femminile. Peregrinus beccheggiava nella tempesta di un mare infuriato. «Oh principessa!», la parola gli sfuggì senza nemmeno sapere come. La fanciulla lo guardò tutta spaventata ed egli ebbe l’impressione di aver peccato nei confronti di quella bellezza, al che esclamò nel tono più dolce e malinconico: «Mia carissima, adorata mademoiselle!».
La fanciulla arrossì e disse con soave pudore verginale: «I genitori mi chiamano Röschen, chiamatemi anche voi così, caro signor Peregrinus, perché anch’io sono una di quei bimbi ai quali avete dimostrato tanta benevolenza e dai quali venite sommamente ammirato».
«Röschen!», esclamò Peregrinus completamente fuori di sé; stava per gettarsi ai piedi della soave fanciulla e a malapena si trattenne.
(E. T. A. Hoffmann, Maestro Pulce, in Fiabe, Newton & Compton, Milano 1997, pagg. 274-275)

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Posted 11 months, 1 week ago at 16:14.

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Gli aborti.

Quello strano crogiolo che è l’opera poetica di Corrado Govoni comprende (o non comprende, manca di comprendere) una raccolta che al primo assaggio scivola quasi senza lasciare sapore in bocca, ma fa sentire il retrogusto amaro e cianfrusagliescamente malinconico anche dopo anni (come infatti mi è accaduto: lessi quei versi circa sette anni fa, non avrei mai creduto di poterli ricordare e invece in questi giorni sono riaffiorati da chissà quale oscuro meandro della memoria).

Autoritratto - Govoni

È la raccolta dell’impossibilità del compimento, di ciò che è necessariamente spezzato, inconchiuso; la raccolta titola: Gli aborti. Eccone uno:

Le dolcezze

Le domeniche azzurre della primavera.
La neve sulle case come una parrucca bianca.
Le passeggiate degli amanti lungo il canale.
Fare il pane la mattina di domenica.
La pioggia di Marzo che batte sui tegoli grigi.
Il glicine fiorito su pel muro.
Le tende bianche alle finestre del convento.
Le campane del sabato.
I ceri accesi davanti alle reliquie.
Gli specchi illuminati nelle camere.
I fiori rossi sopra la tovaglia bianca.
Le lampade d’oro che s’accendono la sera.
I crepuscoli di sangue che muoion sulle mura.
Le rose sfogliate sul letto dei malati.
Suonare il pianoforte un giorno di festa.
Il canto del cuculo nella campagna.
I gatti sopra i davanzali.
Le candide colombe sui tetti.
Le malve nelle pentole.
I mendicanti che mangian sulle soglie delle chiese.
I malati al sole.
Le bambine che si pettinano l’oro al sole sulle porte.
Le donne che cantano alle finestre.

Ora, ovviamente siamo tutti degli aborti, qualcosa che potremmo essere stati e che invece non siamo; tuttavia, l’essere aborti è nella nostra natura, ci è tanto essenziale da non poter essere altrimenti. Non possiamo essere altrimenti che aborti; non potremmo essere diversamente che aborti. Ma se l’aborto è un non poter essere, allora non possiamo essere che non poter essere: in ciò sta la nostra natura abortiva, la nostra intima contraddizione.
Spesso, dunque, mi ritrovo in malinconie sconclusionate, in meditazioni di aborti, appunto; in aggiunta, non sono poche le volte in cui dico, anche scherzando: “Ah, io avrei dovuto fare…”, completando di volta in volta la frase con: “il comico”, “l’attore”, “il ballerino”, “la rock star”, “il regista”, “il cabarettista”, “il filologo”, “il ciclista”, “il musicista”, “il cestista” e così via.
I miei aborti, che proporrò così come verranno mentre li scriverò, sono pertanto l’intreccio di malinconie e ‘avrei dovuto fare’.

Il cuginetto invitato a pranzo.
I pomodori e il basilico di ritorno dalla campagna.
La sabbia, la carriola, le pietre.
Il volto appena struccato dopo un compleanno di un bambino.
Una sera d’amore in macchina mentre piove.
L’entusiasmo per la poesia prima dei vent’anni.
Gli sketch con Ambra.
L’odore dell’armadietto dei palloni da basket.
La cicatrice sul ginocchio.
L’ape che mi vola attorno al lago.
Presentare la fidanzatina ai nonni.
La lite del 25 aprile 2003.
I fiori coltivati ai bordi dell’orto.
Risalire in bicicletta dopo una caduta.
I sorrisi da gattina di Erika.
Uscire odorando i fiori ancora inebriato dal corpo di una donna.
I gradini, le lentiggini e l’ombrello arancione come un tetto di luce d’acqua.
La prima lettura di Tonio Kröger.
Lo stornello che cova in un giardino abbandonato.
L’attesa di un giorno di neve.
Gli occhi di E.

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Posted 1 year ago at 13:19.

Un commento

Di schifo, pigrizia e Tristan.

I post si diradano come i giorni in cui riesco a racimolare due spiccioli di senso da spendere in esistenza. Gli alti e i bassi, le esaltazioni e le depressioni, eleganza e squallore, lucidità e offuscamento si alternano, certo, ma neanche equamente; le maggiori profondità – gli abissi – sono prerogativa dei termini negativi di queste coppie.
Il successo mi debilita, di qualunque tipo sia; la solitudine mi sconforta; la gente mi infastidisce; tanto più faccio, quanto più distruggo. Il mare mi schifa; le panze e gli ombrelloni mi nauseano; il sudore, le abbronzature, gli oli, le creme, l’acqua del mare mi danno il voltastomaco.
Ciò che mi trattiene dall’edonismo più sfrenato è la pigrizia; tutto è vano ed ogni azione è inutile. Non mi importa di niente.

Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, coglione chi si affatica a pensare e a scrivere. (G. Leopardi, Lettera ad Antonio Papadopoli, Pisa 25 Febbraio 1828)

L’unico motivo per leggere e scrivere è il mio piacere, nient’altro. Per quale altro scopo? La cultura non ha mai salvato nessuno, dell’umanità me ne frego, dopo morto sarò meno che niente.
Un libro illuminante, capace di schiudere le porte del meraviglioso perché ci svela ciò che abbiamo perduto, ossia il mundus imaginalis, mi ha avvolto e affascinato, sebbene poi in fondo mi sembri una sciocchezza, un’illusione come un’altra, solo un esercizio per schiuderci nuovi orizzonti di pensiero (e non è per nulla poco). Ne riporto un passo:

Fatimiya, termine astratto che tradotto letteralmente dà qualcosa come ‘fatimianità’, ma che il termine ‘sofianità’ esprime ancor più direttamente non appena noi riconosciamo nella persona eterna di Fatima la Splendente colei che altrove è chiamata Sophia. [...]
E’ la Sophia del mazdeismo e la tipificazione della Terra celeste. Spandarmat-Sophia è la ‘padrona di casa della Dimora’, è la Dimora stessa come Arcangelo femminile della Terra che è Terra di Luce. [...] Rivestirsi di questa sofianità è per l’essere umano accedere fin d’ora alla Terra celeste, al mondo di Hurqalya, mondo della ‘corporeità celeste’, che è quella dei corpi sottili di luce.
(H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano 2002, pag. 21)

Ancora per pigrizia, non commento nulla. Cito una frase soltanto dal libro che sto leggendo in questi giorni e che ho pure inserito nell’IPSE DIXIT nella colonna a sinistra:

Una notte dopo l’altra, volti a cui avevamo dato il bacio d’addio ritornano a chiedere ancora qualcosa. (J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, Adelphi, Milano 2003, pag. 123).

Alla profonda malinconia di questi giorni ha contribuito notevolmente Tristan und Isolde di Wagner. Cerco di ascoltarlo il meno possibile, ma con scarsi risultati, anche perché quando non la ascolto la sento nella mia testa. È cambiato tutto, dopo aver conosciuto quest’opera. Tutto. Anche la mia percezione musicale è cambiata; vecchi brani che conosco a memoria hanno acquistato una luce diversa; si è verificato un’acuirsi della sensibilità e mi commuovo molto più facilmente. Pertanto questa breve incursione pacata e distaccata non può che concludersi come il Tristan. (Propongo la direzione di Furtwängler.)

Immagine anteprima YouTube

Aggiungo soltanto la traduzione dei versi:

ISOLDE                         ISOTTA
Mild und leise                 Dolce e lieve,
wie er lächelt,                come sorride,
wie das Auge                   come l’occhio
hold er öffnet, –              incantevole egli apre –
seht ihr’s, Freunde?           vedete, amici?
Säh’t ihr’s nicht!             Forse non lo vedete?
Immer lichter                  Sempre più luminoso
wie er leuchtet,               come risplende,
sternumstrahlet                raggiante quasi stella,
hoch sich hebt?                in alto si leva?
Seht ihr’s nicht?              Non lo vedete?
Wie das Herz ihm               Come il suo cuore ardito si gonfia,
mutig schwillt,                colmo e sublime
voll und hehr                  nel petto gli zampilla?
im Busen ihm quillt?           Come dalle sue labbra
Wie den Lippen                 tenere e soavi
wonnig mild,                   un dolce respiro
süsser Atem                    molle s’effonde –
sanft entweht: –               Amici! Vedete!
Freunde! Seht!                 Non lo sentite? Non lo vedete?
Fühlt und seht ihr’s nicht?    O forse io sola odo
Höre ich nur                   questa melodia,
diese Weise,                   che sì mirabile,
die so wunder-                 sì soave,
voll und leise,                dolente per voluttà,
Wonne klagend,                 tutto esprimendo,
alles sagend,                  soavemente conciliante
mild versöhnend                da lui riverberando,
aus ihm tönend,                penetra in me,
in mich dringet,                 in alto si lancia,
auf sich schwinget,              dolcemente echeggiando
hold erhallend                   risuona a me d’intorno?
um mich klinget?                 Più chiare risuonando,
Heller schallend,                fluttuandomi appresso,
mich umwallend,                  son forse onde
sind es Wellen                   di teneri zefiri?
sanfter Lüfte?                   Son forse onde
Sind es Wogen                    di voluttuosi vapori?
wonniger Düfte?                  Mentre si gonfiano,
Wie sie schwellen,               mi sussurrano intorno,
mich umrauschen,                 devo respirarle?
soll ich atmen,                  devo ascoltarle?
soll ich lauschen?               Devo aspirarle?
Soll ich schlürfen,              in esse svanire?
untertauchen?                    Dolcemente
Süss in Düften                   nei vapori esalare?
mich verhauchen?                 Nel flusso ondeggiante,
In dem wogenden Schwall,         nell’armonia risonante,
in dem tönenden Schall,          nello spirante universo
in des Weltatems                 del respiro del mondo –
wehendem All, –                  annegare,
ertrinken,                       inabissarmi –
versinken, –                     senza coscienza –
unbewusst, –                     suprema voluttà!
höchste Lust!

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Posted 1 year ago at 19:52.

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