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Operetta da mezzo soldo. Di Paradiso, consolato, Nine Inch Nails

Questo sarà un post macedonico; ma con la ‘magica’ giustificazione secondo la quale tutto si tiene, tenteremo di armonizzare arcanamente il tutto. L’armonia, si badi bene, è concetto in qualche modo stuprato dalla musica novecentesca. La musica seriale, ad esempio, si regolamenta sulla successione di tutte le note della scala cromatica (quella con i suoni alterati; per capirci, coi diesis); solo quando saranno suonate tutte le dodici note se ne potrà ripetere una. La regolamentazione sta nel fatto che per usare le parole di Erwin Stein, un allievo di Schoenberg, si ha la possibilità di stabilire di volta in volta per ogni opera un determinato principio ordinatore delle dodici note, facendo della serie così ottenuta il fondamento della costruzione. Tale serie sostituisce il fondamento tonale della musica precedente; la serie scelta per l’opera particolare costituirà la figura fondamentale dell’opera stessa.
Questa Ouverture ci introduce ai tre movimenti del post. Si comincerà dall’allegro vivace del primo movimento; seguirà l’andantino – appassionato, con fuoco del secondo; infine, occhieggiando falsamente al classicismo, ironicamente come fece Stravinskij, il brevissimo Rondeau della conclusione.
Primo movimento: allegro vivace.
Il consolato greco di Catania, pensate un po’, è stato occupato, pensate un po’, da otto membri del movimento studentesco catanese, pensate un po’, per mezzoretta. Il consolato greco di Catania! Come disse il commerciante: “Qui non ci viene mai nessuno!”.
Ora sconvolgiamoci: i ragazzetti si sono stupiti che li hanno trattati come criminali! Non dico che non si sarebbe dovuto protestare; anzi penso sia stato anche, come dire, politicamente corretto. Però non puoi pensare di occupare una pezzetto di terra straniera impunemente! Pensare che puoi fare tutto senza che qualcuno intervenga e anzi che tutti ti applaudano e ti dicano: “Ma quanto sei bravo e solidale”, beh, mi pare un atteggiamento bambinesco, anzi, dirò peggio: adolescenziale. Vuoi occupare il consolato? Benissimo. Poi però non venirti a lamentare se quei cattivano dell’interpol o della questura (specialmente se chiamati) ti portino in caserma. E’ giusto. E non venirmi a dire che non stavi facendo nulla di male, che stavi protestando pacificamente; stavi occupando un luogo che non è tuo, tanto basta. Ripeto: protesta legittima, per carità. Ma non pensare che nulla e nessuno ti possa toccare, solo perché tu hai delle manie di grandezza e ti piace giocare al piccolo rivoluzionario. C’è gente (quella gente a cui dici di ispirarti) che solo per avere aperto bocca è stata vent’anni in carcere, non piangendo come un bambinetto, anzi, un adolescente, come hai fatto tu per tre orette di fermo in questura. La rivoluzione è una cosa seria; per questo in Italia non ci sarà mai.Secondo movimento: andantino – appassionato, con fuoco.
Siamo in Paradiso. Il Berlusconi IV (pare il nome di un papa) è il Paradiso. Scusate, placo i toni, altrimenti l’andantino si muta subito. Però consentitemi di dire che forse è per questo che il Paradiso non m’hai mai fatto simpatia. Ancor prima che nascessi il Paradiso mi puzzava di berlusconismo. Starsene per l’eternità ad annusare in adorazione-odorazione il deretano del Capo, cantando ‘Gloria Gloria’ nel basso dei peli.
L’ultimo libro di Vespa è un “grande affresco che ricorda il pomea dantesco”. Sono sicuro che Berlusconi non ha letto mai la Divina Commedia, men che meno il Paradiso. E ne sono sicuro per un motivo peculiare: il Paradiso dantesco è il regno, anzi il luogo, l’allocazione della Verità. Purtroppo, geograficamente e topologiacamente parlando, Berlusconi è agli antipodi della verità. Se la Verità è nel luogo più alto, lui è in basso, anzi è basso.
Peridipiù, la verità paradisiaca non è solo astrattamente indicata nell’eternità di Dio, nella Luce e nell’Amore; Dante fa quasi l’apologo del giornalista che professa e rivendica il suo diritto a dire la verità. Il Par. XVII è il manifesto dello spiattellare in faccio la verità a chiunque. L’avo, il trisavolo Cacciaguida (incontrato nel Canto XV del Paradiso) è interrogato a proposito da Dante. Questi, infatti, dopo aver avuto profetizzato l’esilio, si prepara a ricevere il colpo e pone una questione fondamentale:

“Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte dal cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,

e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia saper di forte agrume;

e s’io al vero sono timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico”
(Par. XVII, vv. 112-120)

Al che Cacciaguida dà una risposta che chiunque dovrebbe stamaprsi nella mente:

“[...] Coscienza fusca
o de la proprio o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogni menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.”
(Par. XVII, vv. 124-135)

[Avevo inserito una sorta di parafrasi per questi versi; ma riflettendoci ho ribadito la mia convinzione che la poesia vada gustata com'è; parafrasi e note li lascio ai professoroni]

Quindi il caro signor Berlusconi, anche in questo così simile agli italianetti, prima di sparare a caso ed offendere persone di cui non è degno neanche di pronunciare il nome, legga, se è capace di farlo. A dirla tutta sarei anche disposto a dargli qualche lezione privata. Non ho tariffe alte; e in ogni caso i soldi lui li ha.

Terzo movimento: rondeau.
Qui, da bravo musicista consumato (ovviamente sono ironico), riprendo il tema dell’Ouverture variandolo appena, anzi evolvendolo e compiendolo.
Per queste brevi righe conclusive, non mi resta solo che indicare autore e titolo della nuova canzone che per un po’ udirete accedendo a questo blog (che presto, spero, traslocherà nel sito). Si tratta dei Nine Inch Nails (o forse del Nine Inch Nails). La canzone è tratta dal suo secondo concept-album-capolavoro, ossia The Fragile. Il brano in questione è We’re in this together.

Who’s Michael Robartes? (Ovvero le fasi della Luna)

Parafrasando una battuta, potremmo dire che esistono persone che non esistono.

Michael Robartes è una di queste. Egli è un mago; la sua sapienza, che gli permette di tracciare magiche forme, porta ad illustrare le ventotto fasi della luna. Le prime quindici portano al plenilunio (quindicesima fase) in cui non si dà vita umana, giacché è la fase della perfezione, della bellezza assoluta e della completa soggettività; dopo di che la luna decresce e chi ha la culla (la nascita e la vita o il momento dell’esistenza) in queste fasi successive è in un processo di decadenza, tant’è che le ultime si approssimano alla deformità fisica e mentale, di cui sono esempio le figure del gobbo, del santo e dello stolto (o idiota). Dopo la ventottesima fase si determina una reincarnazione o una rigenerazione; la luna estingue la sua luce, ci troviamo al novilunio. Tutto e buio, è il momento opposto alla quindicesima fase; chi è in questa situazione non ha cognizione del bene e del male, è deforme o addirittura informe.

E di nuovo, dopo questa fase, la luna ricomincia a crescere.

Questa affascinante dottrina esoterica è frutto delle riflessioni e dell’opera di un poeta di cui in una conferenza del 1940 tenuta all’Abbey Theatre di Dublino T. S. Eliot disse:

«È uno di quei pochi la cui storia è la storia del proprio tempo, e che fanno parte della coscienza di un’epoca che, senza di loro, non può essere capita.»

yeatsSto parlando di William Butler Yeats. La raccolta poetica I cigni selvatici a Coole è una meraviglia di rara bellezza e profondità. In un crescendo (che trova rari tratti infelici) veniamo coinvolti e trascinati dalle malinconie di chi si scopre anziano e vorrebbe godere delle passioni giovanili, alle riflessioni sulla grazia, sulla guerra (siamo nel torno d’anni della Grande Guerra) e sulla morte, finendo alla pervasiva ed ampia spiegazione delle fasi della luna in cui trova posto la storia e la vita dei singoli individui.

Nel 1917 Yeats sposò questa bella donna:

 georgie

Georgie Hyde-Leeds, giovane, bella e con doti medianiche. Ella lo aiuterà a sistematizzare le sue intuizioni, che vedranno luce in Una visione.

La fasi della Luna è la sestultima poesia della raccolta citata sopra. È un dialogo, un canto a due, in cui Micheal Robartes spiega la dottrina (per cui scopriamo che Nietzsche appartiene alla dodicesima fase, assieme ad Achille, perché questa è la fase dell’eroe). Giunti alla quindicesima:

 

All thought becomes an image and the soul

Becomes a body: that body and that soul

 

Too perfect at the full to lie in cradle,

Too lonely for the traffic of the world:

Body and soul cast out and cast away

Beyond the visible world.

[Tutto il pensiero diventa un’immagine e l’anima

diventa un corpo: quel corpo e quell’anima

troppo perfetti al plenilunio per giacere in culla,

troppo solitari per il traffico del mondo:

corpo e anima espulsi e cacciati

oltre il mondo visibile]

(W. B. Yeats, The Phases of the Moon, vv. 58-63, in I cigni selvatici a Coole, BUR, 1989, pag. 182)

 

Le ultime tre fasi, come dicevo, hanno come figure il gobbo, il santo e lo stolto. Difatti, prima dello straordinario componimento conclusioni abbiamo: The Saint and the Hunchback (Il Santo e il Gobbo), Two Songs of a Fool (Due canti di uno stolto) e Another song of a Fool (Un’altra canzone di uno stolto).

Di queste tre mi piace citare la prima, fosse solo perché è nominato un ‘briccone, furfante o birbante’ a me molto caro. Il Gobbo è colui che, potremmo dire, vive una costante hybris; cerca sempre la grandi azioni solo per il gusto di sentirsi grande, senza poi averne l’effettiva capacità. Il santo (due esempi sono Pascal e Socrate) è il penitente, colui che si batte il petto per sentirsi il peggiore degli uomini: non sa nulla, non fa nulla, non è nulla.

Il Gobbo, dunque vuol essere benedetto, perché ha perduto la fama e perché la sua deformità gli ha impedito di essere grande come un Cesare. Il Santo benedice e si flagella per estirpare

 

Greek Alexander from my flesh,

Augustus Caesar, and after these

That great rogue Alcibiades.

 

[Il greco Alessandro dalla mia carne,

Cesare Augusto e dopo questi

Quel grande briccone di Alcibiade]

(W. B. Yeats, The Saint and the Hunchback, vv. 10-12, in ivi, pag. 190)

 

Ecco che risalta fuori quel simpatico birbante di Alcibiade (di cui mi sono occupato in quest’altro post) a cui il gobbo, di rimando, più ancora che agli altri offrirà la sua gratitudine.

E giungiamo infine ai versi che chiudono la raccolta. Tale componimento si intitola The double Vision of Michael Robartes (La duplice visione di Michael Robartes). La visione è duplice, perché il mago è attratto ad un tempo dal plenilunio (il bagliore, la luce, la perfezione) e la luna nuova (l’oscurità, l’informe); da immagini più morte della nostra morte e banalità del pensiero. Interessante è anche notare ciò che Yeats scriverà quasi vent’anni dopo a Dorothy Wellesley:

«Incomincio a vedere le cose doppie – raddoppiate nella storia, nella storia mondiale, nella storia personale. In questo momento […] il pensiero sta per essere unificato quasi ciò fosse il proprio atto libero, e l’ombra [del nazismo] nella Germania e altrove è un tentativo di unità forzata».

E dunque, il poeta in quei versi ci narra la visione improvvisa di una sfinge (simbolo dell’intelletto) e di un Buddha (simbolo dello spirito). La loro antitesi pare hegelianamente superata da un’altra apparizione:

 

And right between these two a girl at play

That, it may be, had danced her life away,

For now being dead it seemed

That she of dancing dreamed.

 

[E proprio tra questi due una fanciulla danzava,

che, forse, aveva danzato a lungo nella sua vita,

perché adesso essendo morta sembrava

che sognasse di danzare].

(W. B. Yeats, The double Vision of Michael Robartes, II, vv. 21-24, in ivi, pag. 200).

 

La visione dei tre compie il prodigio. Sebbene ciascuno pare disinteressarsi degli altri, le loro tre azioni congiunte operano addirittura sul tempo, giungendo ad essere pura immagine, morti eppure in carne e ossa:

 

In contemplation had those trhee so wrought

Upon a moment, and so stretched it out

That they, time overthrown,

Were dead yet flesh and bone.

 

[Nella contemplazione quei tre hanno così operato

su un attimo, e l’hanno così dilatato

che essi, rovesciato il tempo,

erano morti eppure in carne e ossa]

(W. B. Yeats, The double Vision of Michael Robartes, II, vv. 45-48, in ibidem).

 

La danza pare colmare per Yeats i vuoti che il trascorrere del tempo inevitabilmente crea. Anche in una precedente poesia della raccolta ci aveva lasciato questo insegnamento, col quale vi lascio anch’io:

 

And learn that the best thing is

To chang my loves while dancing

And pay but a kiss for a kiss.

 

[E imparare che la miglior cosa è

cambiare i miei amori danzando

e non pagare altro che un bacio per un bacio]

(W. B. Yeats, The Collar-Bone of a Hare, vv. 6-8, in ivi, pag. 86).