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Dire il pensiero, pensare l’indicibile

(Il testo che segue è stato pensato come risposta a questo post di Tommy David)

Caro Tommy David,

su cosa mai sia la filosofia ho scritto qualcosina altre volte, sia in Cybersofia che in Sitosophia.

Tuttavia la tua riflessione-delusione mi ha scosso. Non solo perché nella tua micro-storia della filosofia cogli nel segno parecchie volte e perché nell’incontro con Raciti dell’anno scorso ti sei reso conto di cosa fosse davvero la filosofia. Ma soprattutto perché pur cogliendone l’essenza, in qualche modo tenti di renderla inefficace e la snaturi.

Dici che la filosofia è arte veicolata col linguaggio e infine la ri(con)duci a Parola. Dici espressamente che la filosofia è «cogliere le connessioni del reale ed esplicarle in un caleidoscopio di Parole (parole parole parole): niente più». Niente più? E che volevi di più? Quello che tu indichi come filosofare è, in qualche modo, tutto. In che modo?

Quello strano personaggio che è Johann Georg Hamann scrisse che «senza parola non ragione – non mondo. Nella parola è la fonte del creare e del governare!» (citato in M. Ferraris, Storia dell’ermeneutica, Bompiani, Milano 1997, pag. 119).

In uno scenario burlescamente apocalittico di un mio racconto, ad un certo punto dico:

 

«Credo fosse una citazione da Mallarmé: “Il mondo esiste per approdare a un libro”.

Di schianto, come un colpo secco ed improvviso, come se ruotando a caso la miriade di combinazioni possibili di una cassaforte avessi trovato quella giusta, compresi.

Ogni singola parola scritta, ogni libro ritenuto sacro e persino il grande libro della natura che si credeva scritto in caratteri matematici sono solo una parte del libro che conterrà tutto il mondo. Quando il Libro sarà compiuto, cesserà tutto. Se in principio era il verbo, se il mondo è stato creato con un parola, allora il mondo stesso svanirà nel silenzio. La storia, che noi facciamo cominciare con la scrittura, contiene in sé il germe del proprio annientamento. Il progressivo passaggio dall’oralità alla scrittura, ad una sempre più capillare ed ubiqua scrittura, condurrà al silenzio assoluto. Tutto sarà scritto e con ciò il mondo finirà, non ci sarà più nulla da dire. Il canto originario, la poesia tramandata oralmente, il mondo che cerca la sua giustificazione di diritto nei primi codici tramandati ad acquistare un iniziale provvisorio senso, via via fino a giungere a ciò che, secondo Dante, per l’universo si squaderna ed alla scomparsa della creazione di fiabe orali, ebbene, tutto questo processo non mostra altro fatto che il mondo creato dalla parola volerà via per sempre; rimarrà la scrittura, monolitica, impenetrabile, a custodire il segreto del mondo. Senza più rumori o suoni, senza chiasso o melodia. Il cicaleccio contemporaneo è solo un divertissement pascaliano, un distogliere lo sguardo dal fatto necessario che il mondo, prima o poi, tacerà.

E quando la scrittura avrà assorbito tutto, quando la storia con le sue guerre avrà penetrato ogni luogo, sarà come se l’Assoluto hegeliano avesse raggiunto il culmine dialettico compiendo il sistema, la sintesi definitiva, negando così un successivo movimento dialettico. Addirittura cesserà il movimento in generale; la vita si cristallizzerà nella grafia. Il mondo sarà mondato: dalla catarsi della scrittura assoluta, della storia che culminando eliminerà se stessa in quanto non potrà mai più procrearsi, scaturirà la pace. La storia imploderà, si chiuderà su se stessa; allora sarà la pace bianca del silenzio, il nulla di un mistero sconosciuto e incomunicabile per chi non potrà mai più parlare».

 

Volevo semplicemente (e forse un po’ troppo liricamente) dire che il mondo che esiste è parola. Anzi, il mondo esiste perché è parola. Senza una connessione di significati veicolati dal linguaggio, il mondo sarebbe solo un’accozzaglia di frammenti privi di senso: ossia non sarebbe più un mondo.

Che la scienza possa poi offrire un’aderenza di parole a fatti, beh, né più né meno della filosofia. Anzi di meno (e spiegherò perché).

Innanzi tutto, ammettere che vi possa essere un’aderenza di parole a fatti abbisogna di una spiegazione che ci salvi in qualche modo dal dimenticarci di Kant. Ossia, la scientifica aderenza delle parole ai fatti è una reale descrizione del mondo? Reale? Della cosa in sé o delle apparenze? Il cosiddetto realismo scientifico mi fa proprio crepare dal ridere!

La filosofia, a mio modo di vedere, è invece l’unica disciplina che indagando sui proprio principi (che poi sono i principi di ogni altra disciplina) tenta di identificarli e perciò smascherarli. O, meglio, smascherare se stessa da ogni pretesa assoluta che tenti di procedere oltre quei principi stessi.

La filosofia è parola perché ha a fondamento l’indicibile; non appena si tenta di dire questo, tutto crolla e la filosofia (e perciò il pensiero, in quanto la filosofia è l’unica forma di pensiero[1]) cessa d’esistere.

Ora, l’indicibile è pensabile? Beh, sì; altrimenti non potremmo pensare nulla, se non potessimo pensare i principi. Ma dunque l’indicibile è il noumeno? Non potrei dirlo… Posso solo pensarlo!

A conclusione cito Parmenide secondo cui pensare ed essere sono una cosa sola. E mi piace riportare anche qui una cosetta che avevo scritto per Sitosophia, proprio rispondendo sempre a te, caro Tommy.

La filosofia non deve partire dai dati osservabili, dall’esperienza empirica, dalla ragione, dal nulla (al quale pure ha tentato di accostarsi); non deve partire finanche dall’essere. Precisamente perché la filosofia o, meglio, il pensiero (inteso come nous) non parte; esso semplicemente c’è. (Chiarirò meglio più sotto).

La scienza, così come la filosofia o la poesia o l’arte e così via, non è che un ambito o meglio una forma del pensiero a cui diamo un nome particolare; non esiste alcuna priorità né ontologica né temporale. Non si dà punto di partenza perché ciò di cui parliamo, il pensiero, in un certo senso accade oltre il tempo. Dobbiamo sancire la profonda unità non solo all’insegna della trasversalità di ciò che è coevo, ma anche del pensiero tutto, oltre la contemporaneità e la stessa temporalità.

Unificare il sapere, il pensiero oltre la temporalità è sancirne l’eternità. Non ha senso l’obiezione che il pensiero è nato e morirà con l’uomo, perché questa è una misurazione impropria. Se anche l’attimo più menzognero del cosmo, la conoscenza, non durasse che appunto un solo attimo, ciò non riveste alcuna importanza, perché il pensiero è la misura, il termine di riferimento per la misurazione. Come mi disse una volta il prof. Raciti, voler misurare la misura è la hybris.

Certo, è facile notare come dietro il mio discordo stia Parmenide: «Infatti lo stesso è pensare (noein) ed essere (einai)». Da qui discende che l’espressione «pensare l’essere» è poco più di una banale tautologia. Il pensiero approda all’ambito dell’astrazione e da lì gode, contempla e agisce l’eterno e immutabile snodarsi del tempo nelle forme storiche.

Quanto più pensiero, tanto più essere. Essere: pensare; non nel senso cartesiano, ma nel senso cosmico per cui l’essere in tutti i sensi si dice in tanti modi ma è una cosa sola, il pensiero. Forse la domanda metafisica: “perché, in generale, vi è l’essente e non il nulla?”, potrebbe trovare questa risposta, certo tautologica, ma che potrebbe far riformulare la stessa domanda, ossia: “v’è essere perché c’è pensiero e viceversa”. A questo punto la domanda metafisica potrebbe così dirsi: “perché è lo stesso pensare ed essere?”. Senza pensiero ci sarebbe l’essere? E senza l’essere pensiero? L’essere, come sussistenza in sé, senza niente che lo pensi, sarebbe questo stesso niente. È palmare e filosoficamente fondante, giacché al limite del dicibile, anche il contrario: il pensiero senza essere semplicemente non si dà.



[1] «L’esistenza di un solo filosofo promuove l’insopportabile sospetto che gli altri, senza eccezioni, medici avvocati storici o fruttivendoli, non pensino — mai (G. Raciti, L’anno pensato (L’hanno pensato)). Precisando che le altre categorie non è che non pensino, ma quando pensano divengono filosofia.