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Beethoven il jazzista

Quando d’ora in poi, per caso, tra le tante vie indefinite e imprevedibili del mondo, mi chiederanno: «Secondo te chi mai fu l’inventore del jazz?», ebbene io risponderò seccamente: «Beethoven». Perché? Semplicemente per via di questo passaggio che propongo, tratto dal secondo movimento, Arietta: adagio molto, semplice e cantabile. Tema e variazioni, della sonata per pianoforte n.32 in do minore, op. 11; ascoltate:

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Del resto, di questa sonata parla abbastanza diffusamente anche Thomas Mann nel Doctor Faustus; l’organista Kretzschmar si interroga sul perché Beethoven non compose il terzo tempo di questa sonata:

- Un terzo tempo? Una nuova ripresa… dopo questo addio? Un ritorno… dopo questo commiato? – Impossibile. Tutto era fatto: nel secondo tempo, in questo tempo enorme la sonata aveva raggiunto la fine, la fine senza ritorno. E se diceva “la sonata” non alludeva soltanto a questa, alla sonata in do minore, ma intendeva la sonata in genere come forma artistica tradizionale: qui terminava la sonata, qui essa aveva compiuto la sua missione, toccato la meta oltre la quale non era possibile andare, qui annullava se stessa e prendeva commiato – quel cenno d’addio del motivo re-sol sol, confortato melodicamente dal do diesis, era un addio anche in questo senso, un addio grande come l’intera composizione, il commiato dalla Sonata.
(T. Mann, Doctor Faustus, Mondadori, Milano 1996 pag. 61)

P.s. Un ringraziamento a Giofilo (ma anche a Tommy David) che mi ha aiutato a capire come si inserisce un brano musicale su wp.