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Gli invisibili della poesia contemporanea

La poesia è morta. Solo i critici mondani non lo sanno. Armonia delle sfere o silenzio melodioso (e l’ossimoro pacchiano è giustificato dal luogo), essa è transmondana o addirittura ultraterrena; l’oltre che si concede (e concedendolo a se stessa ce ne rende parte, come il Cristo morto che rende parte del regno dei cieli) è radicale, nel senso proprio del termine: sotterraneo, ctonio, è l’oltretomba.
Quando dell’invisibile si vuol fare un libro, inevitabilmente si cade nel paradosso perché si cerca, l’invisibile, di mostrarlo. Allora, la poesia che pure viene stampata su dei fogli deve transustanziarsi in musica: l’accidente rimane tale, nero su bianco; la sostanza sfuma in musica.
Marco Albertazzi e Marzio Pieri curano GLI INVISIBILI. Antologia-saggio del 900 poetico italiano alternativo (La Finestra, Lavìs, 2008). Vale la pena di leggere questo libro, fosse solo per la bibliografia; questa, oltre che nei ritagli assegnati com’è prassi, si snoda soprattutto lungo la pregevole prosa degli interventi di Marzio Pieri, vera miniera, fontana vivace di libri obliati, dal fascino perduto ma indimenticabile, che filtra dai pur brevi accenni di Pieri.
La raccolta è corposa, gli autori antologizzati moltissimi, ma non troppi; la qualità eccellente e costante. La migliore opera di questo genere che mi sia capitata sotto gli occhi, fosse solo per due motivi.
Il primo è l’ampio spazio dedicato ad Angelo Maria Ripellino (pagg. 113-125; e poi un articolo molto interessante di Alessandro Fo alle pagg. 179-200: Angelo Maria Ripellino e il ‘Ciclo di Zora’), sacrificato, di solito, sull’altare della traduzione. Insomma, la poesia da recitare, da leggere, da cantare ad alta voce (in barba alla noia barbona dei poetucoli anti-musicali e del dopo-la-lirica) non poteva trovare esponente migliore (pag. 122):

Non si accorgeranno nemmeno
di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto
in questa fiera di gattigrù delle lettere.
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pollivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuol bere.

Il secondo motivo è la presenza di una sezione, la seconda, dedicata ai cantautori: Cant’auctor, dove troviamo De André, Conte, Battiato, Capossela (finalmente!) e altri (imperdonabile, però, l’assenza di Guccini). A dirla tutta, questi non sono affatto, strettamente parlando, invisibili; tuttavia, non mi pare esistano raccolte poetiche (mondane) che li includano; giusto, quindi, il rimprovero dei curatori: «Un ‘centone’ della poesia del Novecento italiano che non presenti al proprio interno una selezione delle liriche dei cantautori vuol dire tacere una realtà di fronte alla storia» (pag. 203).
Infine, il buon gusto poetico (ci fosse bisogno di un nessuno come me per dirlo) sceglie versi apprezzabili in quanto tali, oltre qualsiasi mondanità (se non mi dovessero piacere solo perché cristiani, sarebbe come se non mi piacesse il bel viso di una ragazza solo perché non potrei godere di lei fisicamente). Luisito Bianchi, Lunario Pasquale. Venerdì III (pag. 399):

Mandava lampi alla luna la banda
e l’arciprete salmi senza il gloria;
donne e incenso odoravan di lavanda,
la terra di ruchetta e di cicoria.

Davanti a tutti con la croce astile
guidavo lo snodarsi del corteo;
in quella notte d’incantato aprile
mi sentivo il prescelto cireneo.

Squartati agnelli e testine di manzo
con in bocca un limone penzolavano
in beccheria come invito al pranzo

di pasqua, veli di donne ruotavano
con un bisbiglio: Un chilo, e m’è davanzo.
Il clero e il Cristo morto concordavano.

Almeno nell’ultimo verso di questa poesia il clero e il Cristo sono riusciti a concordare. E a noi resta il dolce sapore, in bocca e nelle orecchie, del melodioso e paradossale fluire dei versi invisibili.