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Il prete e il prefetto

Sono un mangiapreti. Lo sanno tutti. Ma c’è qualcosa che va oltre queste facili categorie, qualcosa che ovviamente è al di là dell’essere contro qualcuno solo perché indossa una tonaca o porta un crocifisso al collo.

La vicenda penso sia nota a tutti (e se non lo è si guardi qui e si legga questo): Maurizio Patriciello, un prete anti-camorra che ogni giorno rischia la vita, viene umiliato pubblicamente dal prefetto De Martino. Motivo: il sacerdote, parlando di una prefetta, la designava con un semplice “signora”. C’è da piangere.

Dico sul serio.

Viene da piangere, commossi, già al vedere il viso di Maurizio Patriciello: sembra un riassunto di mortificazioni, un’icona della semplicità umiliata. Vi sono persone il cui volto è un’allegoria. In questo c’è una serenità, una pace che resiste nonostante tutto; c’è l’umiltà che non è debolezza, ma una forza che mi fa spavento, perché io non ce l’ho.

Raramente si può essere certi di un avviso fisiognomico. In questo caso, però, la fisiognomica si mostra esatta. Non so se abbia un senso parlare del volto sofferente di Cristo (lo dico da ateo, lo sapete), ma è nel viso di questo prete che trovo un tale senso. Un viso di una bontà infinita, che non è remissione o sottomissione; è coraggio, speranza. E io ci piango su quel viso, perché non ho quel coraggio, non ho quella speranza.

La vicenda del prete e del prefetto si fa parabola: un rappresentate del cosiddetto Stato mortifica un uomo giusto; gli regala un po’ di morte a buon mercato. Poi, dopo questa piccola morte, il rappresentante dello Stato più o meno torna sui propri passi. Poco ci manca che ora sfili accanto a Patriciello. Ma per quello bisogna attendere la morte reale, come s’è fatto con Falcone, Borsellino e gli altri.

Patriciello dice: «Io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del “Clan dei Casalesi”. Quante umiliazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti. Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete».

Ogni mattina, quando mi sveglio, la prima cosa a cui cerco di pensare per imprimermela bene in mente è questa: “ricordati di essere buono”. Volevo farmi anche un piccolo bigliettino da attaccare qui, sul pc, per averlo sempre sott’occhio. A volte – spesso – me ne chiedo il motivo; nella vicenda del piccolo prete, che con le sue spalle curve e mortificate dalla voce del prefetto sembra sopportare il peso di tutte le umiliazioni, anche delle mie, in tale vicenda ho trovato un motivo — non il solo, certo, ma uno in più. E chissà, probabilmente tutto questo, queste mie faccende personali, non conteranno proprio un bel niente; ma cerco di fare nel mio piccolo ciò che fa anche lui, cerco di farlo in ciò che scrivo, in ciò che penso, in ciò che faccio ogni giorno, pur non avendo la sua stessa forza e il suo stesso coraggio.

Questo è un articolo sentimentale, me ne scuso. Ma è un sentimento viscerale che mi hanno suscitato il video e la lettera di don Maurizio Patriciello. C’è da piangere, dicevo; e ci ho pianto.

Perdonerete questo sentimentalismo. Ma io, mangiapreti, questo prete che non ho mai incontrato e che forse mai incontrerò lo vorrei stringere a me in un fraterno e caloroso abbraccio.