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Un premio per tutti

E non ha mai criticato un film senza prima
prima vederlo.

(R. Gaetano, “Mio fratello è figlio unico”)

La polemica s’è placata, — almeno sembra. Ora che la cosa ha perduto d’interesse, forse è il momento giusto per spenderci qualche parola. Quando più nessuno ne parla – con lingua stonata come una campana -, allora suona la mia ora. Coltivo il sano gusto per l’inattuale, la passione per l’intempestivo. Lo stile, in fondo, suggerisce di occuparsi soltanto di cose sopite, che riposano come morte. Il cicaleccio è stagionale, ad ora ad ora si perde col vento, passa come il tempo. Il formicolio delle chiacchiere è becero e borghesuccio, con tutta quella voglia d’accumulare parole su parole, opinioni su opinioni, sciocchezze su sciocchezze. Sovra cicale e formiche si posa il mio occhio vigile, si scatena la mia immaginazione di scaltro affabulatore. Lo stile, in fondo, impone di guardare tutto dall’alto in basso, da davanti a dietro: il rumoreggiare delle passioncelle degli impiegatucci, eterno e fuggevole come le onde del mare, un giorno giostrerà come marea la mia lunatica cognizione. Per quanto bello e forte, il mare obbedisce alla luna.

Paolo Sorrentino

I. L’Italia è una nazione sol quando si vince qualcosa: i mondiali di calcio, il gratta e vinci, il premio Oscar. E poco male: vorrei vivere ovunque fuor che in una nazione.

II. Perché gioire se un film italiano vince il premio Oscar? Che ne viene all’idiota che mangia i pop corn al cinema? Che ne viene a tutti quanti? Se vince un film italiano, che c’entra l’Italia? Che vinca un film decente, se mai: questo dovrebbe interessare a chi s’appassiona di cinema.

III. Esaltarsi per un premio culturale è agire direttamente contro la cultura. Un’opera che ha bisogno d’essere premiata è un’opera che non vale granché; se si premia un capolavoro, invece, proprio con ciò lo si vuole abbassare. Prima o poi verrà istituito un premio per le opere del passato: verranno premiati Iliade, Odissea, Divina Commedia, Faust, Ulisse… Così potremo dire di aver finalmente compreso questo opere (“le premiamo, quindi le capiamo: potremmo mai premiare qualcosa che non capiamo?”). Così ci sentiremo a posto con noi stessi, la nostra coscienza storica gongolerà, inghirlanderemo i morti e amen. I vivi si premiano per comprenderli, storicizzarli, inghirlandarli. E amen.

IV. Ogni volta che vedo degli ebeti sorrisi esultare per la vittoria di un connazionale agli Oscar, penso sempre a quei loro parenti di coglioneria che festeggiano in bar e tabacchi per una vincita altrui al gratta e vinci.

V. Contrariamente a quanto si pensa, qualcosa può essere compreso solo se non vi scorgiamo noi stessi. Un film ci risulta incomprensibile se rappresenta la nostra immagine riflessa come in uno specolo: non vediamo ciò che facciamo, non comprendiamo ciò che pensiamo. Crediamo di vedere altro, e invece siamo solo noi. Se un film italiano parla degli italiani, questi ultimi non potranno comprenderlo. Se un film italiano parla della nazione, i connazionali non potranno capirlo. Beati gli apolidi in patria, perché comprenderanno i film dei connazionali.

VI. Chi non scorge la bruttezza del prossimo, non può amare la propria bellezza. Fondamento della carità.

VII. Non mi piacciono i film: si perdono soldi e tempo a star seduti al buio, guardando immagini proiettate su un telo; mi piace solo uscire da quel buco oscuro e pensare alle immagini che ho visto. Allo stesso modo: non mi piace bere; — mi piace ubriacarmi.

VIII. Se la bellezza salverà il mondo, la grande bellezza salverà il gran mondo?

IX. Dopo This must be place, Sorrentino aveva dichiarato di voler girare un film comico. C’è riuscito: le risate a leggere certi commenti!

X. Ragiono attorno a un film che non ho ancora visto, un po’ per pigrizia, un po’ per caso. Ma perché ho la viva sensazione di averci capito più io che non l’ho visto, rispetto alla moltitudine che l’ha visto non vedendosi? Ecco che anch’io stempero il filo acuminato dei miei pensieri e cado trappola di tranello: cerco ci capirci qualcosa in un film, cerco di capirci – di entrarci – nella folla. Allora consegno un premio a tutti: vi ho capiti, vi capisco. Mi consegno un premio da me medesimo, perché da bravo coglione credo di capire voi e non mi vedo, non capisco che vi sono in mezzo, vi sono immerso fino al collo. Come in una calda, fumida, accogliente merda.

Dialogo tra il buonsenso e un lazzarone

N.B. L’autore di questo piccolo dialogo non vuole identificarsi nemmeno con sé stesso, figurarsi con uno dei due personaggi. Pertanto, lazzaroni che siate o strenui difensori del buonsenso, state pure tranquilli: alla fine ci saranno caramelle per tutti.

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Buonsenso — Quanti anni hai?

Lazzarone — Trenta, o giù di lì.

Buonsenso — Trovati un lavoro.

Lazzarone — Perché?

Buonsenso — Perché sì. Devi campare.

Lazzarone — Chi ti ha detto che voglio campare?

Buonsenso — Tutti vogliono campare.

Lazzarone — Io no.

Buonsenso — Oh, bella! E allora perché non ti ammazzi?

Lazzarone — Chi ti ha detto che mi voglio ammazzare?

Buonsenso — E allora che vuoi fare?

Lazzarone — Tentare una buona via di mezzo.

Buonsenso — È impossibile. In ogni caso devi trovarti un lavoro. Devi farti una posizione, sistemarti, crearti una reputazione.

Lazzarone — Piano, piano… Corri troppo. Andiamo con ordine. Tu dici: “Devi”. Io non “devo” niente. Il dovere non esiste.

Buonsenso — Cosa debbo sentire alla mia veneranda età! Il dovere non esiste? Tu sei oberato di doveri!

Lazzarone — Levati dalle palle, vecchio.

Buonsenso — Nossignore. Tu hai anche – appunto – il dovere di avere a che fare con me.

Lazzarone — Vorrei sapere chi ti ha messo in testa queste assurdità. Il dovere non esiste. Esistono la necessità, la convenienza, l’imposizione. Tu dici: “Hai il dovere di rispettare le leggi”. Io dico che mi conviene rispettare le leggi, perché altrimenti mi arrestano o quantomeno mi fanno sborsar quattrini, quei pochi che ho. Altro esempio: “È un dovere pagare le tasse”. Come no! È un’imposizione bella e buona. Si chiamano pure ‘imposte’… Che poi possa essere conveniente o meno è altro par di maniche che dipende da molte cose; e a taluni possono stare corte o lunghe, strette o larghe.

Buonsenso — E che mi dici del dovere di amare e rispettare il prossimo?

Lazzarone — Oh, non mi sembri neanche tu… Ma è vero, dimentico che tu parli ma poi non fai quanto dici. In ogni caso, io amo e rispetto il prossimo perché temo delle ritorsioni oppure perché voglio che io sia amato e rispettato. Anche quando, nel più fortunato dei casi (forse il mio), i sentimenti e la ragione mi spingono ad amare e rispettare, io lo faccio per non tradirmi o perché non ne posso fare a meno. Siamo ancora fermi al punto di prima: convenienza, necessità. Il dovere non esiste; è un modo di camuffare e nobilitare altre cose.

Buonsenso — Ecco, mi offri il destro. Devi lavorare, perché il lavoro nobilita l’uomo, gli fa comprendere il proprio ruolo nel mondo e lo mette in condizione di offrire il proprio contributo allo sviluppo della società. L’uomo così diventa produttivo e utile.

Lazzarone — Beccamorto, perché ce l’hai con me? Prima mi dici che devo lavorare per campare, ora perché devo nobilitarmi. In un mondo dove tutti stanno al proprio posto, io non voglio avere posto; dove tutti sono produttivi, io non voglio produrre nulla. Dove tutti sono utili — io sono inutile. Vorrei capire come il lavoro nobilita l’uomo. Lavorare per dieci ore al giorno, in una catena di montaggio di una fabbrica, dove possono cacciarti via a pedate se viene un ghiribizzo all’imprenditore di turno; o in un ufficio muffito, tra scartoffie, timbri e gente inviperita — la nobiltà dell’uomo! Balle! Viene da scaracchiarti in un occhio, a te e a chi dice queste cose! E tutto questo per cosa, per due settimane di vacanze al mare? Per un fine settimana in montagna d’inverno? Per un’automobile che anziché 140 fa 200 chilometri orari? Mi rubano la vita per una caramella. Una caramella al gusto di merda. Sono nobilitato dal farmi fottere i giorni per due bagni al mare! Va’ a farti fottere tu, piuttosto, vecchio!

Buonsenso — Sei troppo radicale ed estremista. A molte gente piace il proprio lavoro.

Lazzarone — Contenti loro… La faccenda non mi tange punto.

Buonsenso — Poniamola su questo piano, visto che non vuoi sentire altro: ti serve per mangiare.

Lazzarone — Ah, ti è finito l’afflato aristocratico? Mangiare è una necessità. Quasi sempre per mangiare servono i soldi. Per avere soldi, bisogna lavorare. Ecco, torniamo sempre là: lavorare è una dura condanna; è una necessità di cui volentieri farei a meno. E chi vuole lavorare anche se non ne ha bisogno, per quel che mi riguarda, è un fesso.

Buonsenso — E cosa mi dici allora dei tuoi obblighi nei confronti della società? Del contribuire a portarla avanti, dell’occhio sociale che guarda il nullafacente come un parassita?

Lazzarone — Strafattacci tuoi e della società! Me ne infischio dell’occhio sociale. Non ho scelto io di venire al mondo e non ho chiesto nulla alla cosiddetta società. Anzi, è lei che vorrebbe le mie energie, i miei pensieri, il mio corpo. Vedo gente che campa con l’obiettivo di trovarsi un lavoro. Campate felici, compari, e non lasciatevi rubare i giorni.

Buonsenso — Ma… ma se tutti la pensassero come te andrebbe ogni cosa allo sfacelo!

Lazzarone — Amen.

Buonsenso — Non ti rendi conto di quel che dici!

Lazzarone — Oh, io mi rendo conto benissimo, invece. In realtà, se tutti la pensassero come me non andrebbe allo sfacelo ogni cosa. Andrebbero alla sfacelo il buonsenso e la sua consorte società. Tu, vecchio mio, come tutti i vecchi, più passa il tempo e più t’aggrappi alla vita. Temi la tua morte, non altro. Ma non sei stanco di tutto questo? Che andiate allo sfacelo, tu, barbagianni, e tutta la società civile. Meglio un giorno da animali che cento da impiegati; meglio una notte sotto un ponte che cento nella catena di montaggio.

Buonsenso — Bene. Bravo. Applauso. Pare che tu abbia vinto. Ora che hai sfogato la tua vis retorica ti dico una cosa. La partita non è finita. Avrai da usarmi, sì, tu – Lazzarone – farai ampio uso di questo vecchio buonsenso. Avrai da vivere in mezzo agli uomini. Avrai fame pure tu. Avrai da inghiottire molte caramelle al gusto di merda. Avrai da lavorare.