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L’innamoramento musicale

Quanto sto per scrivere o farvi ascoltare, confidando nella benevolenza e pazienza di chi incappa in queste righe suo malgrado o procacciando la propria sventura, in realtà non è che un’apologia per il brano che ho inserito nell’apposita pagina. Si tratta della conclusione del primo atto del Tristan und Isolde di quel farabutto di Richard Wagner. Prima di accingervi, confidando, ancora una volta, nella vostra bontà infinita, all’ascolto di tale brano, che volutamente linkerò solo nella parte finale del post, consentitemi di riportarvi alla mente ed all’udito ciò che le buone maniere devono farmi presumere già conosciate; ossia una brevissima e striminzita audio-storia dell’innamoramento in musica.
La premessa fondamentale è questa: la musica può esprimere immagini e situazioni, aderendo strettamente ad esse. La situazione (emotiva) dell’innamoramento è dunque una tra queste. Tuttavia, all’inizio, il teorico e pratico di quello che anacronisticamente potremmo definire l’espressionismo musicale, o più neutralmente, l’aderenza musicale al non-musicale (in senso lato: immagini, emozioni, gesti, azioni), il teorico fu anche il miglior pratico, il quale, tuttavia, è ben al di qua dell’intimismo romantico, sfruttando al massimo i suoni al limite dell’onomatopea. Mi riferisco a Claudio Monteverdi; ascolteremo un breve passo tratto da Il combattimento di Tancredi e Clorinda del quale vi suggerisco di notare gli archi che imitano il suono della spade e poi degli scudi.

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Ne riporto il testo, tratto dalla Gerusallemme liberata (Canto XXII, 55-56):

Non schivar, non parar, non pur ritrarsi
voglion costor, né qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l’ombra e il furor l’uso de l’arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro; e ‘l piè d’orma non parte:
sempre il piè fermo e la man sempre in moto,
né scende taglio in van, né punta a voto.

L’onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l’onta rinnova:
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s’aggiunge e piaga nuova.
D’or in or più si mesce e più ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi co’ pomi, e infelloniti e crudi
cozzan cogli elmi insieme e con gli scudi.

Fin qui le premesse teoriche, le quali, per lungo andare, passando inevitabilmente per Mozart, condurranno all’espressione dell’intimità. Ci ritroviamo così con Beethoven, del qual mi piace riportare non la troppo scontata Appassionata, bensì l’appena meno ovvia Sonata a Kreutzer, che tuttavia non pare essere strettamente amorosa; tuttavia, nel film L’amata immortale se ne dà tale interpretazione, che qui sfrutto ai miei scopi.

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Giungiamo, quindi, al pieno romanticismo ed in particolare a Schumann. Nel suo miracoloso decennio, compose tra l’altro la raccolta Carnaval, nella quale troviamo il brano che riporto, pensato per la sua amata Clara. (Ho prestato il cd; però ho pescato un video su youtube):

Immagine anteprima YouTube

Lungo questa rapsodica carrellata non poteva di certo mancare una citazione dall’opera che interamente è dedicata all’amore, o più precisamente al pensiero dell’amata come idea fissa; tale opera rimane come uno strano unicum nella storia della musica. Nacque da una cocente delusione e tenta di riscattarsi non solo in maniera catartica, bensì proprio come atto punitivo. Qui riporto quello che è il tema dell’amata, l’idea fissa che percorrerà tutti i movimenti di questa Sinfonia fantastica di Hector Berlioz. Siamo nel primo movimento, dopo i sogni e la vita tranquilla, l’amata irrompe nella vita del musicista e la sconvolge. L’oboe e il flauto ne narrano il coinvolgimento e la lontananza incolmabile che è ogni amore; infine l’esplosione del pieno orchestra è la più mirabile dimostrazione della natura intrinsecamente musicale dell’innamoramento, è quanto di più efficace nell’esprimerlo. Berlioz, in questo senso, è riuscito ad esprimere l’inesprimibile:

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Bene, dopo questa lunga carrellata, rapsodica e frammentaria quanto mai, possiamo finalmente concederci interamente al brano del Tristan und Isolde, il quale conclude il primo atto. Brevemente, siamo nella scena in cui i due hanno bevuto il filtro che credevano mortale; credono di dover morire ed invece si guardano e si scoprono innamorati, giacché hanno attinto dal filtro d’amore. Nell’appropriata pagina, ho anche inserito il testo e la traduzione; prestate particolare attenzione a quando Tristano invoca ripetutamente il nome di Isolde. Come qualche lettore mio intimo già saprà, questo è un brano che mi commuove ed esalta a tal punto da farmi piangere. In esso, tra le altre cose, v’è nascosto anche il mio attuale innamoramento.
L’argomento di questo post fa sì ch’esso sia fugace; lo rende essenzialmente musicale, è vero, ma nega qualsiasi residuo di filosofia. Propriamente non si dà filosofia nell’innamoramento. Anche il filosofo più innamorato, Soren Kierkegaard, ha dovuto scegliere la forma letteraria o intimamente diaristica per esprimerlo. Nell’innamoramento v’è entusiasmo; ciò è essenzialmente non filosofico. L’argomento di questo post, pertanto, fa sì ch’esso sia sostanzialmente vano.

Clown e monteverdi

Con la scusa di far vedere alcune foto ai lettori di questo blog nato ridendo e proseguito piagnucolando (ma almeno lui c’è nato ridendo, a differenza di noi che nasciamo piangendo; m’è venuta in mente, anche se non c’entra tanto, una frase di Homer Simpson: «Voglio andarmene da questo mondo così come ci sono venuto: sporco, in lacrime e strappato dalla donna che amo»), bene con la scusa di far vedere alcune foto che appagheranno (ma solo un po’) il mio narcisismo, colgo l’occasione per inserire un nuovo brano. O forse con la scusa di un nuovo brano colgo l’occasione di inserire alcune foto. Insomma, fatto sta che avremo foto e brano.

Andiamo con ordine, o senza; ma tant’è, in quanto l’ordine lo creiamo noi, o almeno crediamo di crearlo.

Le foto risalgono a ieri pomeriggio. Spesso mi sono soffermato sulla maschera, sul fatto che mi sento più reale quando sono mascherate, e così via con altre amenità del genere. Ebbene, finalmente ho qualche foto (ma presto me ne daranno delle altre e le metterò su flickr o qui) di una delle mie mascherate, l’ultima, in ordine di tempo. Dovevo essere Patch Adams o giù di lì; ma ovviamente ne è venuto fuori un medico strampalato a modo mio, con annessi strumenti da carnefice e camice della Italcarni. Ecco le foto, dove c’è anche la mia (splendida) assistente.

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Bene, il brano che udite, invece, è un ‘madrigale guerriero’ (in questo caso un sonetto musicato) del grande Claudio Monteverdi. Udirete facilmente che la musica sottolinea lo stato d’animo espresso dai versi; Monteverdi è stato tra i primi a teorizzare una così stretta rispondenza tra musica e sentimento; in altre composizioni, su tutte lo stupendo Combattimento di Tancredi e Clorinda, gli strumenti sono utilizzati addirittura in funzione onomatopeica, con gli archi che imitano il suono delle spade che si incrociano e del cozzare degli scudi. Ad ogni modo, ecco il testo (non sempre chiarissimo nello snodarsi quasi a canone) del madrigale guerriero, brano datato, pensate un po’, 1638.

Ardo, avvampo

Ardo, avvampo, mi struggo, accorrete,
amici, vicino all’infiammato loco!
Al ladro, accorrete! Al tradimento! Al foco!
Scale, accette, martelli, acqua prendete!

E voi torri sacrate anco tacete?
Su! Bronzi, su! Ch’io dal gridar son roco.
Dite il periglio altrui non lieve o poco,
e degli incendi miei pietà chiedete!

Son due begli occhi il ladro, e secco amore
l’incendiario che l’inique faci
dentro la rocca m’avventò del core!

«Ecco i rimedi omai vani e fallaci»,
mi dice ognun: «Lascia, lascia ch’el core
per sì beato ardor s’incenerisca, e taci».