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Fine dell’estate. Il testamento.

Finalmente è finita, questa estate per cui tutti smaniano. Il mare, la nullafacenza, le vacanze, la gente allegra senza motivo, il rilassamento, tutti che escono, le femmine con le panze di fuori… Che schifezze!
Ma sì, cosa importa! Bien vivre, bien manger, bien foutre!!!
Finalmente è finita, dunque, e si ricomincia ad agire in maniera serrata (ciò che in sintesi vuol dire: ricomincia il mal di spalle).
Come avrete notato, ho allargato questo blog; non ne potevo più di quel coso stretto e lungo (il primo che fa una battuta oscena vince un palloncino); da 700px che era l’ho portato a 1000; ho allargato le due colonne laterali ed ho dato margini al testo principale. Spero risulti più leggibile e meno sgorbio.
Vi annuncio che a breve vi sarà una riapertura in grande stile de Il Tempio Dell’Ombra; vi anticipo solo che ci sarà una lotteria a premi e chi la vincerà avrà l’onore di trascorrere una giornata intera con il Tempio e il Dell’Ombra; e se vincerà una femminella potrà passare anche la notte con noi. (Vabbè, non è vera la storia della lotteria; ma pareva brutto annunciare una riapertura e poi non anticipare nulla; e poi se qualche femminella vuole passare una notte nel Tempio, beh, sempre a disposizione… ) (Per il Dell’Ombra non posso garantire, ma non penso manco lui si tiri indietro! ) (L’ultima emoticon ricalca una foto del Dell’Ombra nel giorno della sua laurea specialistica).
Della Giornata Studio del 2 ottobre ho già dato notizia nel post precedente. Spero accorriate numerosi; sarà, a mio avviso, uno tra gli eventi filosofici di più alto spessore che si sia visto in Sicilia negli ultimi tempi; sia per il tema trattato, sia, soprattutto, perché è raro vedere e sentire studiosi di tale portata che trattano di tale tema in uno stesso incontro.
Io, come al solito, leggo, se non da morire, almeno da mal di spalle. Sto leggendo Don Chisciotte (mi mancava) e procedo nella traduzione di Primeval Man; altre letture occasionali sono le poesie di Poe, uno dei miei primi amori letterari; lo leggevo addirittura alle scuole medie, se non qualcosa, mi pare di ricordare, in quinta elementare.
Avevo promesso a tale fantomatica Regina di scrivere un post sulla maschera; un post non l’ho scritto, ma ne ho accennato qualcosa qui.
Bene, mi pare che un po’ di parole si sono accumulate e questo post sembra quantomeno non-vuoto.
Approfitto di questa ventata di buona volontà (senza pace in terra agli uomini; ma tanto, chi se ne fotte) per inserire il testo e my own personal traduction della canzone che state ascoltando. Si tratta, for the second time in this blog di un capolavoro di Geroges Brassens, segnatamente di Le testament, una canzone malinconica, ironica e anche profonda, densa di pensiero; insomma, è una poesia cantata.  

Le testament

Je serai triste comme un saule

Quand le Dieu qui partout me suit

Me dira, la main sur l’épaule :

“Va-t’en voir là-haut si j’y suis. “

Alors, du ciel et de la terre

Il me faudra faire mon deuil…

Est-il encor debout le chêne

Ou le sapin de mon cercueil ?

Est-il encor debout le chêne

Ou le sapin de mon cercueil ?

S’il faut aller au cimetière,

J’ prendrai le chemin le plus long,

J’ ferai la tombe buissonnière,

J’ quitterai la vie à reculons…

Tant pis si les croque-morts me grondent,

Tant pis s’ils me croient fou à lier,

Je veux partir pour l’autre monde

Par le chemin des écoliers.

Je veux partir pour l’autre monde

Par le chemin des écoliers.

Avant d’aller conter fleurette

Aux belles âmes des damné’s,

Je rêv’ d’encore une amourette,

Je rêv’ d’encor’ m’enjuponner…

Encore un’ fois dire: “je t’aime”…

Encore un’ fois perdre le nord

En effeuillant le chrysanthème

Qui est la marguerite des morts.

En effeuillant le chrysanthème

Qui est la marguerite des morts.

Dieu veuill’ que ma veuve s’alarme

En enterrant son compagnon,

Et qu’ pour lui fair’ verser des larmes

Il n’y ait pas besoin d’oignon…

Qu’elle prenne en secondes noces

Un époux de mon acabit :

Il pourra profiter d’ mes bottes,

Et d’ mes pantoufle’ et d’ mes habits.

Il pourra profiter d’ mes bottes,

Et d’ mes pantoufle’ et d’ mes habits.

Qu’il boiv’ mon vin, qu’il aim’ ma femme,

Qu’il fum’ ma pipe et mon tabac,

Mais que jamais – mort de mon âme!

Jamais il ne fouette mes chats…

Quoique je n’ai’ pas un atome,

Une ombre de méchanceté,

S’il fouett’ mes chats, y’a un fantôme

Qui viendra le persécuter.

S’il fouett’ mes chats, y’a un fantôme

Qui viendra le persécuter.

Ici-gît une feuille morte,

Ici finit mon testament…

On a marqué dessus ma porte :

“Fermé pour caus’ d’enterrement. “

J’ai quitté la vi’ sans rancune,

J’aurai plus jamais mal aux dents :
Me v’là dans la fosse commune,
La fosse commune du temps.
Me v’là dans la fosse commune,
La fosse commune du temps.

Il testamento

Sarò triste come un salice

Quando il dio che dappertutto mi segue

Mi dirà, la mano sulla spalla:

«Và a vedere là in alto se ci sono».

Allora, del cielo e della terra

Mi farà fare il mio lutto…

È ancora in piedi la quercia

O l’abete della mia bara?

Se si deve andare al cimitero

Prenderò il cammino più lungo;

farò la tomba cespugliosa,

lascerò la vita a rinculo…

tanto peggio se i beccamorti mi sgridano,

tanto peggio si mi credono matto da legare,

voglio partire per l’altro mondo

per il cammino degli scolari.

Prima di andare a contare i fiorellini

Alle belle anime dei dannati,

sogno ancora un piccolo amore,

sogno ancora di inzerbinarmi[1];

ancora un volta dire: “Ti amo”,

ancora una perdere la bussola

sfogliando il crisantemo

che è la margherita dei morti.

Dio vuole che la mia vedova si disperi,

seppellendo il suo compagno,

e per farle versare delle lacrime

non c’è bisogno di cipolla…

Che ella prenda in seconde nozze

Uno sposo della mia stesso tipo;

potrà approfittare delle mie collezioni,

delle mie pantofole e dei miei abiti.

Ch’egli beva il mio vino, che ami la mia donna,

che fumi la mia pipa e il mio tabacco,

ma che giammai, morte dell’anima mia!,

giammai maltratti i miei gatti…

Sebbene non avrò neanche un atomo,

un ombra di cattiveria,

se maltratta i miei gatti, c’è un fantasma

che verrà a perseguitarlo.

Qui giace una foglia morta,

qui finisce il mio testamento…

Si scriva sulla mia porta:

“Chiusa a causa di sepoltura”.

Lascio la vita senza rancore,

non avrò mai più mal di denti:

vado là, alla fossa comune,

la fossa comune del tempo.

 


[1]Il testo originale dice m’enjuponner, che significa,letteralmente, “ingonnarmi”, perché jupon è gonna; tuttavia nel significato comune si intende ‘perdere il senno per una donna tanto da divenire suo schiavo’; è quel che da noi si dice di qualcuno che è diventato ‘uno zerbino’, pertanto ho scelto, alquanto infelicemente, ‘inzerbinarsi’. Ogni suggerimento è, dunque, bene accetto.

 

 

Due blog e un tentativo di eroismo

Prima di addentrarci nel tentativo di rimediare all’assenza che sono io me medesmo in questo periodo, è bene segnalare due blog di altrettanti colleghi.

Il primo che segnalo è di un membro del ‘circolo di Catania’ (ossia quel micromacrogruppo di colleghi sitosophici che trascorre le giornate catanesi con assurdi progetti post-pranzo); si tratta dunque della segnalazione del blog di Antonio Trovato (tra l’altro amico sin dai primi mesi universitari… Stiamo parlando della fine del 2002), esimio tanatologo e leopardista, nonché reiterato fellone e fedifrago.

L’altro è di Linda, anch’ella collega, dai modi estremamente dolci e cortesi, appassionata di musica e danza (praticava danza classica); i suoi molteplici interessi trovano riscontro e conferma nei post del suo blog, sempre diversi e ottimamente documentati.

Bene, dopo i convenienti convenevoli, dove ‘convenienti’ è da intendersi in senso antico, ossia come in qualche modo necessari, passiamo di passata su ciò che occupa la mia mente ultimamente. Ebbene, sono quasi totalmente immerso nella grecità; sto studiando storia greca ed accompagno a questo studio quello sui cosiddetti ‘presocratici’.

In particolare mi interessano i primordi del pensiero, perché a volte (anche se non sempre) ciò che è primo per tempo è primo anche per dignità e profondità. Un po’ come l’erotismo infantile.

Ad ogni modo, sono profondamente interessato all’orfismo. La lettura di Nei luoghi oscuri della saggezza di Peter Kingsley ha risvegliato in me il desiderio di sprofondare in una vita dove la filosofia riesca ad annullare i contrari ed a discendere in, appunto, quei luoghi oscuri dove, come direbbe Hegel, la filosofia abbandoni l’essere amore per il sapere per divenire infine sapere reale. È la saggezza che perseguo, la saggezza che mi fa capire che

«già una volta io fui fanciullo [koûros] e fanciulla [kóre]

e arbusto e uccello e pesce muto che guizza fuori dal mare»

(Empedocle, D-K B 117, in G. Reale (a cura di), I presocratici, Bompiani, Milano 2006, pag. 729)

Lo scavalcamento dell’individualità spicciola, della distinzione umana da tutte le altre forme di vita, distinzione che inevitabilmente viene vista come superiorità, ebbene tale scavalcamento può prendere forma in me solo accettando la metempsicosi o la metensomatosi. Io (io che sono io-corpo, o in maniera più estesa io-mente-corpo) morirò; morte che sarà trasformazione, eterno mescersi e separarsi di natura ordinata e disordinata o al di là di questo. Ordinata o disordinata se vista da altri uomini; altrimenti sarò pura parte della Sostanza, una e molteplice, spinoziana, che è e rimane uguale pur mutando sempre.

E giunto nell’Ade canterò con Orfeo, perché lì avverrà questo:

«Troverai a sinistra del palazzo di Ade una fonte

e accanto ad essa un cipresso, bianco, diritto:

a questa fonte non accostarti troppo.

Ne troverai poi un’altra, fresca acqua che fluisce

dal lago di Mnemosine; dinnanzi, però, vi stanno le guardie.

Dovrai dire: “Di Gea sono figlia, e di Urano stellato;

io ho una stirpe celeste, e questo anche voi lo sapete;

dalla sete io sono riarsa, sto morendo; ma datemi, presto,

acqua fresca che fluisce dal lago di Mnemosine”.

Ed essi ti daranno da bere dell’acqua dalla fonte divina,

e allora con gli altri eroi tu regnerai.»

(Lamina orfica da Petelia; in Orfeo, DK B 17, in ivi, pagg. 33-35)

Perché io discendo dalla Terra (Gea) e dal Cielo (Urano) stellato; io sono da sempre in questo tutto e in questo tutto sarò per sempre e regnare con gli altri eroi mi è dato da questa consapevolezza. E ancora dirò a Persefone (la «pura regina di sotterra»):

«Vengo pura dai puri, o regina di sotterra [chtoníon],

o Eucle ed Eubuleo e tutti gli altri dèi e dèmoni,

poiché mi vanto anch’io di essere della vostra stirpe beata»

(Orfeo, DK B 19, in ivi, pag. 35).

Bene, e visto che siamo in tema di sottosuolo, mi piace citare dei versi che ricordo a memoria per averli letti al liceo sulla copertina di un quaderno di un mio compagno di classe. Non sono riuscito a recuperarli per intero neanche sul web. Dovrebbe trattarsi (ma ho bisogno di conferme) di un sonetto di Dante. Vediamo se lo ricordo per intero e con la giusta punteggiatura:

«Nel mentre ch’è trentenne, l’Eccellente

(nelle lettere regge, è legge, splende),

ben nel ventre terrestre se ne scende,

ente perenne, sede del Fetente.

 

C’è gente greve, erede del Serpente,

che fece pecche becere e tremende,

che geme e freme per veneree mende,

che perse fede e speme e se ne pente.

 

[vespe, pece, neve]… sete

… pene eterne,

e tenebre per sempre se entrerete!

 

Emerger preme nelle brezze verne

tender testè vêr belle estreme mete:

nell’etere veder le stelle esterne…».

 

Beh, niente da fare… Non riesco a ricordare buona parte dei primi due versi della prima terzina. Sarò infinitamente lieto a chiunque riesca a colmare questa lacuna.

Arrigo Boito, ovvero Dualismo!

Arrigo Boito fu una singolare figura di poeta appartenuto alla scapigliatura, almeno in gioventù, e che deve la sua fama soprattutto ad un melodramma da lui interamente composto e che si chiama Mefistofele.

A dire la verità, io lo renderei famoso più perché fu amante di Eleonora Duse (attrice straordinaria che, come saprete, fu poi amata da D’Annunzio che da questa relazione trasse spunto per il romanzo Il fuoco); ed alla Duse dedicò due versi palindromi che una volta (non ricordo né dove né quando) lessi. Ricordo solo che il secondo così recita:

«E madonna annoda a me».

Si parlava di un anello che il poeta aveva donato all’amata. Annodandola a sé, con la circolarità di un anello, scelse bene di annodarla in ogni senso: da sinistra a destra e da destra a sinistra. (Ricordo più a me stesso che a voi che i palindromi si possono leggere anche al contrario).

Orbene, v’è una sua poesia che amo particolarmente. Sarete sorpresi, soprattutto il circolo di Catania che mi conosce bene, che questa poesia che mi sento tanto intima si intitoli nientemeno che Dualismo.

Orbene, dico ancora una volta che io sono contrario ad ogni tipo di dualismo[1] o frammentazione. Tuttavia, per questi versi il caso è diverso. Sembra che l’essere umano sia uno e che il dualismo di cui si parla non sia altro che la maniera d’essere costituiva dell’uomo. Una sorta di monismo non neutrale (e qui faccio l’occhiolino a Davide!), ma sentimentalmente ed eticamente marcato. (Uffa! Sì, va bene, non mi riconosco manco in questa posizione, ma che ci possiamo fare? Sta poesia mi piaceeee!!!). Spero piaccia pure a voi!

Comunque, facciamo parlare il ventunenne Boito (giacché nato nel 1842, la scrisse nel 1863).

 

DUALISMO

 

Son luce ed ombra; angelica

farfalla o verme immondo,

sono un caduto cherubo

dannato a errar sul mondo,

o un demone che sale,

affaticando l’ale,

verso un lontan ciel.

 

Ecco perché nell’intime

cogitazioni io sento

la bestemmia dell’angelo

che irride al suo tormento,

o l’umile orazione

dell’esule dimone

che riede[2] a Dio, fedel.

 

Ecco perché m’affascina

l’ebbrezza di due canti,

ecco perché mi lacera

l’angoscia di due pianti,

ecco perché il sorriso

che mi contorce il viso

o che m’allarga il cuor[3].

 

Ecco perché la torbida

ridda[4] de’ miei pensieri

or mansueti e rosei,

or violenti e neri;

ecco perché, con tetro

tedio, avvicendo il metro

de’ carmi animator[5].

 

O creature fragili

dal genio onnipossente

forse noi siam l’homunculus

d’un chimico demente[6],

forse di fango e foco

per ozioso gioco

un buio Iddio ci fe’.

 

E ci scagliò sull’umida

gleba[7] che c’incatena,

poi dal suo ciel guatandoci[8]

rise alla pazza scena,

e un dì a distrar la noia

della sua lunga gioia

 ci schiaccerà col pie’.

 

E noi viviam, famelici

di fede o d’altri inganni,

rigirando il rosario

monotono degli anni,

dove ogni gemma brilla

di pianto, acerba stilla

fatta d’acerbo duol[9].

 

Talor, se sono il demone

redento che s’india,

sento nell’alma effondersi

una speranza pia

e sul mio buio viso

del gaio paradiso

mi fulgureggia il sol.

 

L’illusion – libellula

che bacia i fiorellini

- L’illusion – scoiattolo

che danza in cima ai pini

- L’illusion – fanciulla

che trama e si trastulla

colle fibre del cor,

 

viene ancora a sorridermi

nei dì più mesti e soli

e mi sospinge l’anima

ai canti, ai carmi, ai voli;

e a turbinar m’attira

nella profonda spira

dell’estro ideator[10].

 

E sogno un’Arte eterea

che forse in cielo ha norma,

franca dai rudi vincoli

del metro e della forma

piena dell’Ideale

che mi fa batter l’ale

e che seguir non so.

 

Ma poi, se avvien che l’angelo

fiaccato si ridesti,

i santi sogni fuggono

impauriti e mesti;

allor, davanti al raggio

del mutato miraggio,

quasi rapito, sto.

 

E sogno allor la magica

Circe col suo corteo

d’alci e di pardi, attoniti

nel loro incanto reo.

E il cielo, altezza impervia,

derido e di protervia

mi pasco e di velen.

 

E sogno un’Arte reproba

che smaga[11] il mio pensiero

dietro le basse immagini

d’un ver che mente al Vero[12]

e in aspro carme immerso

sulle mie labbra il verso

bestemmiando vien.

 

Questa è la vita! L’ebete

vita che c’innamora,

lenta che pare un secolo,

breve che pare un’ora;

un agitarsi alterno

fra paradiso e inferno

che non s’accheta più.

 

Come istrion, su cupida

plebe di rischio ingorda,

fa pompa d’equilibrio

sovra una tesa corda,

tale è l’uman librato

fra un sogno di peccato

e un sogno di virtù.

 

P.s. Facilmente su internet ho trovato il primo verso del distico palindromico. Completo suona così:

 

È fedel non lede fe’

e Madonna annoda a me.

 

 


 

[1] Per i non addetti ai lavori, dico che filosoficamente per dualismo normalmente si intende la separazione di mente (o anima, dipende dai punti di vista) e corpo dal punto di vista della sostanza; ossia mente (o anima) e corpo sarebbe due sostanze diverse, irriducibili e reali.

[2] Il demone esule che affatica le ali per ritornare a dio; riede: ritorna.

[3] Essendo intimamente sdoppiato, tutto diventa duplice: il canto, il pianto, il sorriso.

[4] Torbida ridda: grande quantità vorticosa, confusa ed opaca.

[5] Avvicendo il metro dei carmi animator: alterno le rime con la metrica che anima i versi.

[6] Homunculus d’un chimico demente: riferimento al Faust di Goethe; l’homunculus è un uomo artificiale; ma se in Goethe si dice che solo un pensatore farà un uomo pensante, qui il chimico è detto demente.

[7] Gleba: terra in senso cosmico e naturale, perciò fangoso.

[8] Guatandoci: scrutandoci, osservandoci, guardandoci.

[9] Ogni gemma brilla di pianto, acerba stilla fatta d‘acerbo duol: ogni gemma del rosario, ossia ogni anno, brilla di pianto, di una lacrima (stilla) acerba, aspra, perché frutto di aspro dolore.

[10] L’illusion […] a turbinar m’attira nella profonda spira dell’estro ideator: l’illusione mi attira a turbinare nelle spire profonde dell’estro ideatore, ossia nella creazione frutto d’ispirazione poetica.

[11] Smaga: fa smarrire.

[12] Il vero che mente al Vero è la terrestrità contrapposta al celeste, ossia la materia contrapposta all’ideale. L’arte reproba fa smarrire l’ideale artistico a favore di un’arte non vera.