La decadenza infinita della scuola italiana non presenta solo aspetti negativi. Se non altro, si ha la possibilità di avere a che fare il meno possibile con quanto propina il ministero attraverso la pochezza degli insegnanti. La scuola disinnesca, svuota la pericolosità della conoscenza; la didattica scolastica è strutturata storicamente e pertanto tutto scivola fluidamente nell’immoto che non ritorna, nella pura eliminazione del negativo hegeliano. La scuola è assassina del movimento dello spirito; per dirla in altri termini, la scuola annichilisce la potenza della morte.
Eppure sarò sempre grato ai professori che non si sono opposti a tutto ciò e che mi hanno permesso di farmi i santi cazzi miei. Balbettavano del X agosto e io imparavo a memoria Alexandros. Sproloquiavano nel vano tentativo di far comprendere il trascendentale a dei caproni; e io leggevo Aut-aut. In quei pomeriggi di ormai quasi dieci anni fa, quando avrei dovuto studiare per loro mezza paginetta in inglese su quale genere di film prediligevo, si è costruita la mia, per quanto modesta, conoscenza musicale. A diciott’anni, il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore di Schumann è impagabile; a vent’anni, a Praga, mentre i compagnetti cercavano di fottere i camerieri imbrogliando sul conto, io ascoltavo qualche concerto per pianoforte di Mozart.
Tra le insondabili assurdità degli eventi, sfugge sempre qualcosa; spesso ci si è chiesto quanti capolavori siano andati irrimediabilmente perduti. Del resto, bastano pochi decenni a far sì che a una generazione sia precluso l’accesso a qualche opera del passato poi ritenuta indispensabile.
A vent’anni, circa, lessi una diecina righe su un compositore, definito ‘geniale’, morto giovanissimo e del quale solo negli ultimi anni si stava ricominciando a parlare. Per pigrizia o noncuranza non seppi poi ritrovare dove avessi letto quelle poche parole; tantomeno ricordavo il nome. Debbo a una conoscenza fortuita e fortunata e addirittura a Facebook se sono riuscito a recuperare quel nome così avvolto nel mistero della mia fioca memoria.
Si tratta di Hans Rott. Morto a soli venticinque anni, completamente preda della pazzia (pare, tra l’altro, che nella sua follia si pulisse il sedere con gli spartiti delle sue composizioni), compì una straordinaria e infelice serie di errori strategici. Su tutti, quello di presentare la sua Sinfonia in mi maggiore a Brahms. Ora, per i digiuni di musica classica, quest’ultimo era un convinto anti-wagneriano. Lo stile ‘aggressivo’, eccessivamente dissonante, sperimentale, assolutamente innovativo di Wagner era malvisto e osteggiato dal campione della tradizione classica, da colui che dopo Bach e Beethoven era considerato la terza ‘B’ della musica tedesca. Vedersi presentare un giovanotto, con in mano una sinfonia così imponente, sia nella durata che nella dimensione orchestrale, così esplicitamente wagneriana e addirittura oltre Wagner; notare, inoltre, che ci sono dei rimandi all’opera di stessa di Brahms, dev’essere sembrato a questi come una provocazione bella e buona. Infatti costui disse al giovanotto di lasciar perdere la musica. Per Rott fu il colpo di grazia, l’inizio dell’abissale discesa nel vortice della follia.
Rott lavorò alla citata sinfonia quand’era poco più che ventenne. Il risultato è davvero sorprendente. L’opera, come dicevo, è imponente per il respiro dei temi, per l’ampiezza, per gli strumenti impiegati. L’inizio m’è parso una delle poche musiche che possano reggere il confronto con Wagner. Una sorta di nuova creazione dell’universo, le cui forme sono impresse e definite dalle fiamme del Walhalla. I primi due minuti e mezzo sono mozzafiato e ogni volta che li ascolto mi dànno i brividi:
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Nel terzo movimento troviamo qualcosa di assolutamente nuovo (ovviamente per l’epoca); alla solennità wagneriana si sostituisce una marzialità ironica:
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Ovviamente, qualcuno salterà dalla sedia e dirà: «Ma questo è Mahler». Senonché, la prima sinfonia di Mahler fu scritta a partire dal 1888, ossia dieci anni dopo quella di Rott. I due si conoscevano; Mahler era consapevole della grandezza dello sfortunato amico ed era cosciente che fosse l’inventore della ‘nuova sinfonia’. Per comprendere l’influenza che Rott esercitò sul ben più noto collega basti ascoltare l’inizio del secondo movimento della prima sinfonia di Mahler; si notano subito le somiglianze con quanto abbiamo appena ascoltato:
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Per concludere, vi lascio ancora con Rott e la sublime conclusione del primo movimento (e anche dell’ultimo):
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P.s. La persona a cui debbo la conoscenza di Hans Rott è Joe Schittino. Ci siamo conosciuti una fredda sera di dicembre, a Regalbuto. Passeggiavo, avevo la tosse; volevo andare a casa ma mio fratello mi ha convinto a restar fuori ancora un po’. Incontrai un amico che non vedevo da tempo, Massimiliano Valenti, ottimo pianista, e costui mi presentò Joe, ‘un compositore’. Un colpo di tosse in più e mi sarei giocato l’amicizia con Joe, la conoscenza delle sue composizioni e di quelle di Hans Rott.
Posted 5 months, 1 week ago at 16:49. Commenta
I post si diradano come i giorni in cui riesco a racimolare due spiccioli di senso da spendere in esistenza. Gli alti e i bassi, le esaltazioni e le depressioni, eleganza e squallore, lucidità e offuscamento si alternano, certo, ma neanche equamente; le maggiori profondità – gli abissi – sono prerogativa dei termini negativi di queste coppie.
Il successo mi debilita, di qualunque tipo sia; la solitudine mi sconforta; la gente mi infastidisce; tanto più faccio, quanto più distruggo. Il mare mi schifa; le panze e gli ombrelloni mi nauseano; il sudore, le abbronzature, gli oli, le creme, l’acqua del mare mi danno il voltastomaco.
Ciò che mi trattiene dall’edonismo più sfrenato è la pigrizia; tutto è vano ed ogni azione è inutile. Non mi importa di niente.
Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, coglione chi si affatica a pensare e a scrivere. (G. Leopardi, Lettera ad Antonio Papadopoli, Pisa 25 Febbraio 1828)
L’unico motivo per leggere e scrivere è il mio piacere, nient’altro. Per quale altro scopo? La cultura non ha mai salvato nessuno, dell’umanità me ne frego, dopo morto sarò meno che niente.
Un libro illuminante, capace di schiudere le porte del meraviglioso perché ci svela ciò che abbiamo perduto, ossia il mundus imaginalis, mi ha avvolto e affascinato, sebbene poi in fondo mi sembri una sciocchezza, un’illusione come un’altra, solo un esercizio per schiuderci nuovi orizzonti di pensiero (e non è per nulla poco). Ne riporto un passo:
Fatimiya, termine astratto che tradotto letteralmente dà qualcosa come ‘fatimianità’, ma che il termine ‘sofianità’ esprime ancor più direttamente non appena noi riconosciamo nella persona eterna di Fatima la Splendente colei che altrove è chiamata Sophia. [...]
E’ la Sophia del mazdeismo e la tipificazione della Terra celeste. Spandarmat-Sophia è la ‘padrona di casa della Dimora’, è la Dimora stessa come Arcangelo femminile della Terra che è Terra di Luce. [...] Rivestirsi di questa sofianità è per l’essere umano accedere fin d’ora alla Terra celeste, al mondo di Hurqalya, mondo della ‘corporeità celeste’, che è quella dei corpi sottili di luce. (H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano 2002, pag. 21)
Ancora per pigrizia, non commento nulla. Cito una frase soltanto dal libro che sto leggendo in questi giorni e che ho pure inserito nell’IPSE DIXIT nella colonna a sinistra:
Una notte dopo l’altra, volti a cui avevamo dato il bacio d’addio ritornano a chiedere ancora qualcosa. (J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, Adelphi, Milano 2003, pag. 123).
Alla profonda malinconia di questi giorni ha contribuito notevolmente Tristan und Isolde di Wagner. Cerco di ascoltarlo il meno possibile, ma con scarsi risultati, anche perché quando non la ascolto la sento nella mia testa. È cambiato tutto, dopo aver conosciuto quest’opera. Tutto. Anche la mia percezione musicale è cambiata; vecchi brani che conosco a memoria hanno acquistato una luce diversa; si è verificato un’acuirsi della sensibilità e mi commuovo molto più facilmente. Pertanto questa breve incursione pacata e distaccata non può che concludersi come il Tristan. (Propongo la direzione di Furtwängler.)

Aggiungo soltanto la traduzione dei versi:
ISOLDE ISOTTA
Mild und leise Dolce e lieve,
wie er lächelt, come sorride,
wie das Auge come l’occhio
hold er öffnet, – incantevole egli apre –
seht ihr’s, Freunde? vedete, amici?
Säh’t ihr’s nicht! Forse non lo vedete?
Immer lichter Sempre più luminoso
wie er leuchtet, come risplende,
sternumstrahlet raggiante quasi stella,
hoch sich hebt? in alto si leva?
Seht ihr’s nicht? Non lo vedete?
Wie das Herz ihm Come il suo cuore ardito si gonfia,
mutig schwillt, colmo e sublime
voll und hehr nel petto gli zampilla?
im Busen ihm quillt? Come dalle sue labbra
Wie den Lippen tenere e soavi
wonnig mild, un dolce respiro
süsser Atem molle s’effonde –
sanft entweht: – Amici! Vedete!
Freunde! Seht! Non lo sentite? Non lo vedete?
Fühlt und seht ihr’s nicht? O forse io sola odo
Höre ich nur questa melodia,
diese Weise, che sì mirabile,
die so wunder- sì soave,
voll und leise, dolente per voluttà,
Wonne klagend, tutto esprimendo,
alles sagend, soavemente conciliante
mild versöhnend da lui riverberando,
aus ihm tönend, penetra in me,
in mich dringet, in alto si lancia,
auf sich schwinget, dolcemente echeggiando
hold erhallend risuona a me d’intorno?
um mich klinget? Più chiare risuonando,
Heller schallend, fluttuandomi appresso,
mich umwallend, son forse onde
sind es Wellen di teneri zefiri?
sanfter Lüfte? Son forse onde
Sind es Wogen di voluttuosi vapori?
wonniger Düfte? Mentre si gonfiano,
Wie sie schwellen, mi sussurrano intorno,
mich umrauschen, devo respirarle?
soll ich atmen, devo ascoltarle?
soll ich lauschen? Devo aspirarle?
Soll ich schlürfen, in esse svanire?
untertauchen? Dolcemente
Süss in Düften nei vapori esalare?
mich verhauchen? Nel flusso ondeggiante,
In dem wogenden Schwall, nell’armonia risonante,
in dem tönenden Schall, nello spirante universo
in des Weltatems del respiro del mondo –
wehendem All, – annegare,
ertrinken, inabissarmi –
versinken, – senza coscienza –
unbewusst, – suprema voluttà!
höchste Lust!
Posted 1 year ago at 19:52. 11 commenti
Il dramma dei blog è che ad averne uno ci sente come obbligati a scriverci ogni tanto qualcosa; come quando ci si abitua fin troppo ad una vecchia amante e si teme di trascurarla. Approfitto, dunque, di queste remore morali per citare un paio di passi da uno degli ultimi libri che ho letto, ossia Discesa all’Ade e resurrezione di Elémire Zolla. Il primo lo pesco espressamente per Davide Dell’Ombra; a lungo mi ha parlato del suo interesse per i sogni. Lo invito, dunque, (ed ovviamente l’invito è esteso a tutti i lettori) per prima cosa a riflettere su questi versi dell’Odissea:
Straniero, sono inspiegabili e ambigui i sogni,
e non tutto si attua per gli uomini.
Perché due sono le porte dei sogni incorporei:
le une son fatte di corno e le altre d’avorio.
I sogni che vengono dall’avorio segato,
recando parole infruttuose danneggiano;
quelli che escono dal liscio corno,
qualora in mortale li veda, s’avverano.
(Od., XIX, 560-567, trad. it. di G. Aurelio Privitera).
Dopodiché passiamo repentinamente a Zolla:
Buona parte della vita comune si svolge nello stato di sogno. Pochi sanno dove ha inizio il regno dei sogni, conoscono dov’è il confine e stanno davvero attenti a non varcarlo, anzi pochissimi: giusto coloro che hanno un’istruzione e un istinto metafisici. Scarsi nomi è dato di elencare di uomini adeguatamente preparati: metafisico è un pugno di esseri illuminati entro uno stuolo immenso di ignari. I più vivono nel sogno e non sanno nemmeno quante volte e a qual punto ogni giorno varchino il confine che scinde la realtà dai sogni. (E. Zolla, Discesa all’Ade e resurrezione, Adelphi, Milano 2007, pag. 93)
Tra le pieghe nascoste di questo sito potrete trovare una citazione tratta dal medesimo libro, collocata nell’apposito spazio lì, sulla sinistra, nell’Ipse dixit; vi basterà ricaricare, salvo che siate tra l’eletta schiera dei fortunati che l’avranno beccata al primo colpo, la pagina fino a quando vi comparirà. Qui ne posto appena un’altra:
Vita è il Sole: sprofonda per amore nel suo sepolcro, per tornare ad ascendere causa la luce assetata di ritorno. Ogni magnetismo terrestre è episodio in questa brama di riascesa del lume celeste. La magia della monarchia non sa che farsene dei trucchi della ragione, l’incoronazione tramuta il re in lume discendente nei cuori della moltitudine, risospinto dall’acclamazione su nei cieli. (Ivi, pag. 159).
Giungiamo quindi allo spoglio non saper cosa scrivere e rifugiarmi nelle segnalazioni. La prima mi riguarda quasi in maniera del tutto personale; tuttavia, colgo l’occasione per fare anche un po’ di meritata pubblicità al blog in causa. Già, perché oggi Camu ha pubblicato sul suo blog questa intervista doppia che mi vede come uno degli intervistati. Colgo l’occasione per ringraziarlo ancora.
L’altra segnalazione non è strettamente personale, ma è comunque invischiata della mia persona; si tratta di Filosofando, ossia una sorta di Twitter filosofico, un maniera di spargere aforismi in modalità 2.0, in un orgiastico sovrapporsi (e come in ogni orgia si stia attenti a non scambiare, mi si conceda la volgarità, ‘lampiuna ppi cugghiuna‘) che a volte ricorda i romantici di Jena, altre volte dei poveri fessi (tra cui me stesso) che si disperano sapendo di non possedere il passo nietzscheano o quello racitiano.
Infine, la nuova canzone che ho messo in Kosmos; è la terza traccia dell’ultimo album di Scott Matthew,

scoperto per caso, essendo alla perenne ricerca di nuova musica e nuovi musicisti. Egli non sarà molto originale, tuttavia ha delle melodie davvero apprezzabili e ben orchestra quei pochi strumenti che utilizza. Buon ascolto.
Posted 1 year, 3 months ago at 15:45. 7 commenti
Quanto sto per scrivere o farvi ascoltare, confidando nella benevolenza e pazienza di chi incappa in queste righe suo malgrado o procacciando la propria sventura, in realtà non è che un’apologia per il brano che ho inserito nell’apposita pagina. Si tratta della conclusione del primo atto del Tristan und Isolde di quel farabutto di Richard Wagner. Prima di accingervi, confidando, ancora una volta, nella vostra bontà infinita, all’ascolto di tale brano, che volutamente linkerò solo nella parte finale del post, consentitemi di riportarvi alla mente ed all’udito ciò che le buone maniere devono farmi presumere già conosciate; ossia una brevissima e striminzita audio-storia dell’innamoramento in musica.
La premessa fondamentale è questa: la musica può esprimere immagini e situazioni, aderendo strettamente ad esse. La situazione (emotiva) dell’innamoramento è dunque una tra queste. Tuttavia, all’inizio, il teorico e pratico di quello che anacronisticamente potremmo definire l’espressionismo musicale, o più neutralmente, l’aderenza musicale al non-musicale (in senso lato: immagini, emozioni, gesti, azioni), il teorico fu anche il miglior pratico, il quale, tuttavia, è ben al di qua dell’intimismo romantico, sfruttando al massimo i suoni al limite dell’onomatopea. Mi riferisco a Claudio Monteverdi; ascolteremo un breve passo tratto da Il combattimento di Tancredi e Clorinda del quale vi suggerisco di notare gli archi che imitano il suono della spade e poi degli scudi.
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Ne riporto il testo, tratto dalla Gerusallemme liberata (Canto XXII, 55-56):
Non schivar, non parar, non pur ritrarsi
voglion costor, né qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l’ombra e il furor l’uso de l’arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro; e ‘l piè d’orma non parte:
sempre il piè fermo e la man sempre in moto,
né scende taglio in van, né punta a voto.
L’onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l’onta rinnova:
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s’aggiunge e piaga nuova.
D’or in or più si mesce e più ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi co’ pomi, e infelloniti e crudi
cozzan cogli elmi insieme e con gli scudi.
Fin qui le premesse teoriche, le quali, per lungo andare, passando inevitabilmente per Mozart, condurranno all’espressione dell’intimità. Ci ritroviamo così con Beethoven, del qual mi piace riportare non la troppo scontata Appassionata, bensì l’appena meno ovvia Sonata a Kreutzer, che tuttavia non pare essere strettamente amorosa; tuttavia, nel film L’amata immortale se ne dà tale interpretazione, che qui sfrutto ai miei scopi.
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Giungiamo, quindi, al pieno romanticismo ed in particolare a Schumann. Nel suo miracoloso decennio, compose tra l’altro la raccolta Carnaval, nella quale troviamo il brano che riporto, pensato per la sua amata Clara. (Ho prestato il cd; però ho pescato un video su youtube):

Lungo questa rapsodica carrellata non poteva di certo mancare una citazione dall’opera che interamente è dedicata all’amore, o più precisamente al pensiero dell’amata come idea fissa; tale opera rimane come uno strano unicum nella storia della musica. Nacque da una cocente delusione e tenta di riscattarsi non solo in maniera catartica, bensì proprio come atto punitivo. Qui riporto quello che è il tema dell’amata, l’idea fissa che percorrerà tutti i movimenti di questa Sinfonia fantastica di Hector Berlioz. Siamo nel primo movimento, dopo i sogni e la vita tranquilla, l’amata irrompe nella vita del musicista e la sconvolge. L’oboe e il flauto ne narrano il coinvolgimento e la lontananza incolmabile che è ogni amore; infine l’esplosione del pieno orchestra è la più mirabile dimostrazione della natura intrinsecamente musicale dell’innamoramento, è quanto di più efficace nell’esprimerlo. Berlioz, in questo senso, è riuscito ad esprimere l’inesprimibile:
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Bene, dopo questa lunga carrellata, rapsodica e frammentaria quanto mai, possiamo finalmente concederci interamente al brano del Tristan und Isolde, il quale conclude il primo atto. Brevemente, siamo nella scena in cui i due hanno bevuto il filtro che credevano mortale; credono di dover morire ed invece si guardano e si scoprono innamorati, giacché hanno attinto dal filtro d’amore. Nell’appropriata pagina, ho anche inserito il testo e la traduzione; prestate particolare attenzione a quando Tristano invoca ripetutamente il nome di Isolde. Come qualche lettore mio intimo già saprà, questo è un brano che mi commuove ed esalta a tal punto da farmi piangere. In esso, tra le altre cose, v’è nascosto anche il mio attuale innamoramento.
L’argomento di questo post fa sì ch’esso sia fugace; lo rende essenzialmente musicale, è vero, ma nega qualsiasi residuo di filosofia. Propriamente non si dà filosofia nell’innamoramento. Anche il filosofo più innamorato, Soren Kierkegaard, ha dovuto scegliere la forma letteraria o intimamente diaristica per esprimerlo. Nell’innamoramento v’è entusiasmo; ciò è essenzialmente non filosofico. L’argomento di questo post, pertanto, fa sì ch’esso sia sostanzialmente vano.
Posted 1 year, 4 months ago at 09:39. 5 commenti
Tra i nascondigli offerti dalle pieghe dello spazio (che poi è questo a dividerci e non il tempo), vi s’era intrufolata la mia carissima amica Clara; solo un colpo di magia, una trazione dal cilindro, un gioco di prestigio di Capossela poteva scardinare lo spazio, stirandolo, proprio in senso letterale, come fanno le casalinghe con le camicie.
Concerto di Capossela a sorpresa assieme a Clara, che non vedevo da un anno e forse più: cosa poter chiedere di meglio?
Tuttavia ho sbagliato, dacché ho parlato di concerto. Io detesto i concerti, non mi piacciono, non ero mai andato a vederne (o sentirne) uno, non possiedo l’esaltazione della ritualità collettiva, neppure nella sua veste (spesso pseudo) musicale. (Ma altro discorso, ovviamente, per la musica ‘colta’, ammesso che quella di Capossela non lo sia).
Solo show: mai titolo fu più azzeccato; l’ultimo suo album si chiama Da solo; ma il gioco di parola fa si ché esso significhi anche qualcosa come ‘puro spettacolo, soltanto show’. Capossela ha inventato un nuovo genere (almeno, per quel che mi risulta, nessuno prima ha fatto qualcosa simile); potremmo definire questa sua invenzione, richiamandoci al teatro-canzone di Gaber, come circo-canzone. Non sono andato ad un concerto, bensì ad uno spettacolo circense musicale. Andiamo con ordine.
Lo spettacolo può essere suddiviso in due parti, precedute da un prologo. Difatti, mezzoretta prima dell’inizio dello show dal Metropolitan sono usciti il Mago e Brazilla (veramente una ragazza stupenda!), ad intrattenere brevemente con piccole danze col fuoco e ad annunciare lo show di Capossela con megafono.

Giunti dentro, il mago diventa gigante e sui trampoli passa nel corridoio ed annuncia l’inizio dello show. Comincia dunque la prima parte, con Capossela seduto all’organo (che “ha 2000 canne ma non stona mai”) mentre canta Il gigante e il mago. La canta quasi tutta, fermandosi prima della strofa finale, per un motivo che si rivelerà alla fine.
Questa prima parte, ammettiamolo, si trascina tra alti e bassi; alcune canzoni sono proprio maltrattate, come per esempio Una giornata perfetta. Vinicio scorda alcune parole, si confonde, pare quasi annoiato e io stesso ho avvertito un po’ di disagio. Non mancano tuttavia momenti forti e toccanti, come quando canta Vetri appannati d’America e Orfani ora (canzone, quest’ultima, che non prediligo, a differenza dei più, ma che dal vivo ha acquistato intensità). I colpi migliori sono le battute di Capossela, i suoi travestimenti e balletti, la sua istrioneria. La prima parte, dunque, è stata un concerto; ma, che si vuole, dietro ci stanno le logiche di mercato, la promozione dell’ultimo album, il tour e cose del genere.

Durante la pausa si esibiscono il Mago e Brazilla, deliziosi e simpatici, con giochi di prestigio, cabaret dei vecchi tempi e Brazilla che è un capolavoro da vedere in slip e top.
E’ tuttavia con la seconda parte dello spettacolo che si toccano vette mai raggiunte prima, che lo spettacolo acquista totalità e splendore, che Vinicio si scatena e il Metropolitan quasi viene giù dalle urla e dagli applausi. Io stesso, che di solito non applaudo e detesto lo scrosciare delle mani, mi sono quasi spellato a forza di appluadire!
Si comincia con la stupenda Bardamù, si passa per I pagliacci, ci si diverte con Canzone a manovella, con Medusa cha cha cha e così via. Ciò che dà il valore aggiunto è il contorno: le luci, la gabbia montata al centro del palco che vedrà rinchiusi i vari freaks, quelli che “Noè ha dimenticato di portare sull’arca”, i personaggi e le situazioni, i simboli e le occasioni che popolano le canzoni di Capossela e che si concretizzano comparendo e rinchiudendosi nella gabbia. E lui, trasformista e istrione, ora ammiraglio ora con la coda di balena, ora morte ora becchino (nella Marcia del camposanto), ora minotauro ora scimmia. E l’apice, quando entra l’uomo vivo, trascinato a forza sul palco, legato da una camicia di forza, appeso in alto per i piedi a testa in giù e durante l’apoteosi de L’uomo vivo (Inno alla gioia), quando anche le mummie metropolitanensi si alzano e schiamazzano e saltano, deve liberarsi dalla camicia di forza! E ancora a impazzire e a farci mordere dalla tarantola con Il ballo di san Vito!

Stremati dalle urla si riconquista la calma a fatica, ci si concede una sognate e malinconica I pianoforti di Lubecca, poi si presenta tutta l’orchestra, infine si riprende Il gigante e il mago dove la si era interrotta. Tutti abbandonano il palco, lasciando ‘da solo’ Capossela che canta l’ultima strofa, e conclude con una battuta uno spettacolo che è stato anche politico, zeppo di frecciatine al “futuro presidente della repubblica”, di riferimenti a luoghi di Catania (acchianata i San Giuliano, il Nevskij, la pescheria…), di proverbi e modi di dire siciliani:
E i tamburi stanno zitti
e la grancassa tace
ma i tuoi bambini non lo sanno
e continuano a giocare
chiudi gli occhi e non sai quanto
quanto a lungo puoi durare
chiudi gli occhi e ti ritrovi
col gigante e il mago…
E si ficiru i ficu!
Sipario!
Posted 1 year, 5 months ago at 13:54. 7 commenti