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O j ty Galju, Galju molodaja

«Ci pensò su un attimo e intonò una canzone cosacca che conoscevo per averla sentita spesso in Ucraina, quella il cui ritornello fa, così allegramente, O, i ty Galja, Galja molodaja… e che racconta l’atroce storia di una fanciulla rapita dai cosacchi, legata a un pino per le lunghe trecce bionde e bruciata viva. Era magnifica. L’uomo cantava, con il viso levato verso di me: gli occhi, di un azzurro scolorito, brillavano dolcemente attraverso l’alcol e la sporcizia; le guance, invase da una barba rossastra, tremavano; e la voce di basso arrochita dal cattivo tabacco e dal bere saliva chiara e pura e ferma e cantava una strofa dopo l’altra, come se non avesse dovuto fermarsi mai. I tasti della fisarmonica gli ticchettavano sotto le dita. Sulla banchina l’agitazione era cessata, la gente lo guardava e lo ascoltava, un po’ stupita, anche quelli che poco prima lo avevano trattato duramente, catturati dalla semplice e incongrua bellezza di quella canzone. [...] Dietro di me, sulla piattaforma, molti soldati, erano usciti dagli scompartimenti per ascoltarlo: sembrava che non finisse mai, dopo ogni strofa ne attaccava un’altra, e non volevamo che smettesse. Poi finì e senza nemmeno aspettare altre offerte continuò a camminare verso il vagone successivo, e intanto sotto i miei stivali la gente si disperdeva o riprendeva le sue attività o la sua attesa.» (J. Littel, Le benevole, tr. it. di M. Botto, Einaudi, Torino 2008, pag. 332).

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“Brahms ha riempito il treno di dinamite!”. Su Hans Rott.

La decadenza infinita della scuola italiana non presenta solo aspetti negativi. Se non altro, si ha la possibilità di avere a che fare il meno possibile con quanto propina il ministero attraverso la pochezza degli insegnanti. La scuola disinnesca, svuota la pericolosità della conoscenza; la didattica scolastica è strutturata storicamente e pertanto tutto scivola fluidamente nell’immoto che non ritorna, nella pura eliminazione del negativo hegeliano. La scuola è assassina del movimento dello spirito; per dirla in altri termini, la scuola annichilisce la potenza della morte.
Eppure sarò sempre grato ai professori che non si sono opposti a tutto ciò e che mi hanno permesso di farmi i santi cazzi miei. Balbettavano del X agosto e io imparavo a memoria Alexandros. Sproloquiavano nel vano tentativo di far comprendere il trascendentale a dei caproni; e io leggevo Aut-aut. In quei pomeriggi di ormai quasi dieci anni fa, quando avrei dovuto studiare per loro mezza paginetta in inglese su quale genere di film prediligevo, si è costruita la mia, per quanto modesta, conoscenza musicale. A diciott’anni, il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore di Schumann è impagabile; a vent’anni, a Praga, mentre i compagnetti cercavano di fottere i camerieri imbrogliando sul conto, io ascoltavo qualche concerto per pianoforte di Mozart.
Tra le insondabili assurdità degli eventi, sfugge sempre qualcosa; spesso ci si è chiesto quanti capolavori siano andati irrimediabilmente perduti. Del resto, bastano pochi decenni a far sì che a una generazione sia precluso l’accesso a qualche opera del passato poi ritenuta indispensabile.
A vent’anni, circa, lessi una diecina righe su un compositore, definito ‘geniale’, morto giovanissimo e del quale solo negli ultimi anni si stava ricominciando a parlare. Per pigrizia o noncuranza non seppi poi ritrovare dove avessi letto quelle poche parole; tantomeno ricordavo il nome. Debbo a una conoscenza fortuita e fortunata e addirittura a Facebook se sono riuscito a recuperare quel nome così avvolto nel mistero della mia fioca memoria.
Si tratta di Hans Rott. Morto a soli venticinque anni, completamente preda della pazzia (pare, tra l’altro, che nella sua follia si pulisse il sedere con gli spartiti delle sue composizioni), compì una straordinaria e infelice serie di errori strategici. Su tutti, quello di presentare la sua Sinfonia in mi maggiore a Brahms. Ora, per i digiuni di musica classica, quest’ultimo era un convinto anti-wagneriano. Lo stile ‘aggressivo’, eccessivamente dissonante, sperimentale, assolutamente innovativo di Wagner era malvisto e osteggiato dal campione della tradizione classica, da colui che dopo Bach e Beethoven era considerato la terza ‘B’ della musica tedesca. Vedersi presentare un giovanotto, con in mano una sinfonia così imponente, sia nella durata che nella dimensione orchestrale, così esplicitamente wagneriana e addirittura oltre Wagner; notare, inoltre, che ci sono dei rimandi all’opera di stessa di Brahms, dev’essere sembrato a questi come una provocazione bella e buona. Infatti costui disse al giovanotto di lasciar perdere la musica. Per Rott fu il colpo di grazia, l’inizio dell’abissale discesa nel vortice della follia.
Rott lavorò alla citata sinfonia quand’era poco più che ventenne. Il risultato è davvero sorprendente. L’opera, come dicevo, è imponente per il respiro dei temi, per l’ampiezza, per gli strumenti impiegati. L’inizio m’è parso una delle poche musiche che possano reggere il confronto con Wagner. Una sorta di nuova creazione dell’universo, le cui forme sono impresse e definite dalle fiamme del Walhalla. I primi due minuti e mezzo sono mozzafiato e ogni volta che li ascolto mi dànno i brividi:

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Nel terzo movimento troviamo qualcosa di assolutamente nuovo (ovviamente per l’epoca); alla solennità wagneriana si sostituisce una marzialità ironica:

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Ovviamente, qualcuno salterà dalla sedia e dirà: «Ma questo è Mahler». Senonché, la prima sinfonia di Mahler fu scritta a partire dal 1888, ossia dieci anni dopo quella di Rott. I due si conoscevano; Mahler era consapevole della grandezza dello sfortunato amico ed era cosciente che fosse l’inventore della ‘nuova sinfonia’. Per comprendere l’influenza che Rott esercitò sul ben più noto collega basti ascoltare l’inizio del secondo movimento della prima sinfonia di Mahler; si notano subito le somiglianze con quanto abbiamo appena ascoltato:

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Per concludere, vi lascio ancora con Rott e la sublime conclusione del primo movimento (e anche dell’ultimo):

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P.s. La persona a cui debbo la conoscenza di Hans Rott è Joe Schittino. Ci siamo conosciuti una fredda sera di dicembre, a Regalbuto. Passeggiavo, avevo la tosse; volevo andare a casa ma mio fratello mi ha convinto a restar fuori ancora un po’. Incontrai un amico che non vedevo da tempo, Massimiliano Valenti, ottimo pianista, e costui mi presentò Joe, ‘un compositore’. Un colpo di tosse in più e mi sarei giocato l’amicizia con Joe, la conoscenza delle sue composizioni e di quelle di Hans Rott.

Di schifo, pigrizia e Tristan.

I post si diradano come i giorni in cui riesco a racimolare due spiccioli di senso da spendere in esistenza. Gli alti e i bassi, le esaltazioni e le depressioni, eleganza e squallore, lucidità e offuscamento si alternano, certo, ma neanche equamente; le maggiori profondità – gli abissi – sono prerogativa dei termini negativi di queste coppie.
Il successo mi debilita, di qualunque tipo sia; la solitudine mi sconforta; la gente mi infastidisce; tanto più faccio, quanto più distruggo. Il mare mi schifa; le panze e gli ombrelloni mi nauseano; il sudore, le abbronzature, gli oli, le creme, l’acqua del mare mi danno il voltastomaco.
Ciò che mi trattiene dall’edonismo più sfrenato è la pigrizia; tutto è vano ed ogni azione è inutile. Non mi importa di niente.

Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, coglione chi si affatica a pensare e a scrivere. (G. Leopardi, Lettera ad Antonio Papadopoli, Pisa 25 Febbraio 1828)

L’unico motivo per leggere e scrivere è il mio piacere, nient’altro. Per quale altro scopo? La cultura non ha mai salvato nessuno, dell’umanità me ne frego, dopo morto sarò meno che niente.
Un libro illuminante, capace di schiudere le porte del meraviglioso perché ci svela ciò che abbiamo perduto, ossia il mundus imaginalis, mi ha avvolto e affascinato, sebbene poi in fondo mi sembri una sciocchezza, un’illusione come un’altra, solo un esercizio per schiuderci nuovi orizzonti di pensiero (e non è per nulla poco). Ne riporto un passo:

Fatimiya, termine astratto che tradotto letteralmente dà qualcosa come ‘fatimianità’, ma che il termine ‘sofianità’ esprime ancor più direttamente non appena noi riconosciamo nella persona eterna di Fatima la Splendente colei che altrove è chiamata Sophia. [...]
E’ la Sophia del mazdeismo e la tipificazione della Terra celeste. Spandarmat-Sophia è la ‘padrona di casa della Dimora’, è la Dimora stessa come Arcangelo femminile della Terra che è Terra di Luce. [...] Rivestirsi di questa sofianità è per l’essere umano accedere fin d’ora alla Terra celeste, al mondo di Hurqalya, mondo della ‘corporeità celeste’, che è quella dei corpi sottili di luce.
(H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano 2002, pag. 21)

Ancora per pigrizia, non commento nulla. Cito una frase soltanto dal libro che sto leggendo in questi giorni e che ho pure inserito nell’IPSE DIXIT nella colonna a sinistra:

Una notte dopo l’altra, volti a cui avevamo dato il bacio d’addio ritornano a chiedere ancora qualcosa. (J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, Adelphi, Milano 2003, pag. 123).

Alla profonda malinconia di questi giorni ha contribuito notevolmente Tristan und Isolde di Wagner. Cerco di ascoltarlo il meno possibile, ma con scarsi risultati, anche perché quando non la ascolto la sento nella mia testa. È cambiato tutto, dopo aver conosciuto quest’opera. Tutto. Anche la mia percezione musicale è cambiata; vecchi brani che conosco a memoria hanno acquistato una luce diversa; si è verificato un’acuirsi della sensibilità e mi commuovo molto più facilmente. Pertanto questa breve incursione pacata e distaccata non può che concludersi come il Tristan. (Propongo la direzione di Furtwängler.)

Immagine anteprima YouTube

Aggiungo soltanto la traduzione dei versi:

ISOLDE                         ISOTTA
Mild und leise                 Dolce e lieve,
wie er lächelt,                come sorride,
wie das Auge                   come l’occhio
hold er öffnet, –              incantevole egli apre –
seht ihr’s, Freunde?           vedete, amici?
Säh’t ihr’s nicht!             Forse non lo vedete?
Immer lichter                  Sempre più luminoso
wie er leuchtet,               come risplende,
sternumstrahlet                raggiante quasi stella,
hoch sich hebt?                in alto si leva?
Seht ihr’s nicht?              Non lo vedete?
Wie das Herz ihm               Come il suo cuore ardito si gonfia,
mutig schwillt,                colmo e sublime
voll und hehr                  nel petto gli zampilla?
im Busen ihm quillt?           Come dalle sue labbra
Wie den Lippen                 tenere e soavi
wonnig mild,                   un dolce respiro
süsser Atem                    molle s’effonde –
sanft entweht: –               Amici! Vedete!
Freunde! Seht!                 Non lo sentite? Non lo vedete?
Fühlt und seht ihr’s nicht?    O forse io sola odo
Höre ich nur                   questa melodia,
diese Weise,                   che sì mirabile,
die so wunder-                 sì soave,
voll und leise,                dolente per voluttà,
Wonne klagend,                 tutto esprimendo,
alles sagend,                  soavemente conciliante
mild versöhnend                da lui riverberando,
aus ihm tönend,                penetra in me,
in mich dringet,                 in alto si lancia,
auf sich schwinget,              dolcemente echeggiando
hold erhallend                   risuona a me d’intorno?
um mich klinget?                 Più chiare risuonando,
Heller schallend,                fluttuandomi appresso,
mich umwallend,                  son forse onde
sind es Wellen                   di teneri zefiri?
sanfter Lüfte?                   Son forse onde
Sind es Wogen                    di voluttuosi vapori?
wonniger Düfte?                  Mentre si gonfiano,
Wie sie schwellen,               mi sussurrano intorno,
mich umrauschen,                 devo respirarle?
soll ich atmen,                  devo ascoltarle?
soll ich lauschen?               Devo aspirarle?
Soll ich schlürfen,              in esse svanire?
untertauchen?                    Dolcemente
Süss in Düften                   nei vapori esalare?
mich verhauchen?                 Nel flusso ondeggiante,
In dem wogenden Schwall,         nell’armonia risonante,
in dem tönenden Schall,          nello spirante universo
in des Weltatems                 del respiro del mondo –
wehendem All, –                  annegare,
ertrinken,                       inabissarmi –
versinken, –                     senza coscienza –
unbewusst, –                     suprema voluttà!
höchste Lust!