Di sogni ed altre ombre.

Il dramma dei blog è che ad averne uno ci sente come obbligati a scriverci ogni tanto qualcosa; come quando ci si abitua fin troppo ad una vecchia amante e si teme di trascurarla. Approfitto, dunque, di queste remore morali per citare un paio di passi da uno degli ultimi libri che ho letto, ossia Discesa all’Ade e resurrezione di Elémire Zolla. Il primo lo pesco espressamente per Davide Dell’Ombra; a lungo mi ha parlato del suo interesse per i sogni. Lo invito, dunque, (ed ovviamente l’invito è esteso a tutti i lettori) per prima cosa a riflettere su questi versi dell’Odissea:

Straniero, sono inspiegabili e ambigui i sogni,
e non tutto si attua per gli uomini.
Perché due sono le porte dei sogni incorporei:
le une son fatte di corno e le altre d’avorio.
I sogni che vengono dall’avorio segato,
recando parole infruttuose danneggiano;
quelli che escono dal liscio corno,
qualora in mortale li veda, s’avverano.

(Od., XIX, 560-567, trad. it. di G. Aurelio Privitera).

Dopodiché passiamo repentinamente a Zolla:

Buona parte della vita comune si svolge nello stato di sogno. Pochi sanno dove ha inizio il regno dei sogni, conoscono dov’è il confine e stanno davvero attenti a non varcarlo, anzi pochissimi: giusto coloro che hanno un’istruzione e un istinto metafisici. Scarsi nomi è dato di elencare di uomini adeguatamente preparati: metafisico è un pugno di esseri illuminati entro uno stuolo immenso di ignari. I più vivono nel sogno e non sanno nemmeno quante volte e a qual punto ogni giorno varchino il confine che scinde la realtà dai sogni. (E. Zolla, Discesa all’Ade e resurrezione, Adelphi, Milano 2007, pag. 93)

Tra le pieghe nascoste di questo sito potrete trovare una citazione tratta dal medesimo libro, collocata nell’apposito spazio lì, sulla sinistra, nell’Ipse dixit; vi basterà ricaricare, salvo che siate tra l’eletta schiera dei fortunati che l’avranno beccata al primo colpo, la pagina fino a quando vi comparirà. Qui ne posto appena un’altra:

Vita è il Sole: sprofonda per amore nel suo sepolcro, per tornare ad ascendere causa la luce assetata di ritorno. Ogni magnetismo terrestre è episodio in questa brama di riascesa del lume celeste. La magia della monarchia non sa che farsene dei trucchi della ragione, l’incoronazione tramuta il re in lume discendente nei cuori della moltitudine, risospinto dall’acclamazione su nei cieli. (Ivi, pag. 159).

Giungiamo quindi allo spoglio non saper cosa scrivere e rifugiarmi nelle segnalazioni. La prima mi riguarda quasi in maniera del tutto personale; tuttavia, colgo l’occasione per fare anche un po’ di meritata pubblicità al blog in causa. Già, perché oggi Camu ha pubblicato sul suo blog questa intervista doppia che mi vede come uno degli intervistati. Colgo l’occasione per ringraziarlo ancora.
L’altra segnalazione non è strettamente personale, ma è comunque invischiata della mia persona; si tratta di Filosofando, ossia una sorta di Twitter filosofico, un maniera di spargere aforismi in modalità 2.0, in un orgiastico sovrapporsi (e come in ogni orgia si stia attenti a non scambiare, mi si conceda la volgarità, ‘lampiuna ppi cugghiuna‘) che a volte ricorda i romantici di Jena, altre volte dei poveri fessi (tra cui me stesso) che si disperano sapendo di non possedere il passo nietzscheano o quello racitiano.
Infine, la nuova canzone che ho messo in Kosmos; è la terza traccia dell’ultimo album di Scott Matthew,

Scott Matthew

scoperto per caso, essendo alla perenne ricerca di nuova musica e nuovi musicisti. Egli non sarà molto originale, tuttavia ha delle melodie davvero apprezzabili e ben orchestra quei pochi strumenti che utilizza. Buon ascolto.

L’innamoramento musicale

Quanto sto per scrivere o farvi ascoltare, confidando nella benevolenza e pazienza di chi incappa in queste righe suo malgrado o procacciando la propria sventura, in realtà non è che un’apologia per il brano che ho inserito nell’apposita pagina. Si tratta della conclusione del primo atto del Tristan und Isolde di quel farabutto di Richard Wagner. Prima di accingervi, confidando, ancora una volta, nella vostra bontà infinita, all’ascolto di tale brano, che volutamente linkerò solo nella parte finale del post, consentitemi di riportarvi alla mente ed all’udito ciò che le buone maniere devono farmi presumere già conosciate; ossia una brevissima e striminzita audio-storia dell’innamoramento in musica.
La premessa fondamentale è questa: la musica può esprimere immagini e situazioni, aderendo strettamente ad esse. La situazione (emotiva) dell’innamoramento è dunque una tra queste. Tuttavia, all’inizio, il teorico e pratico di quello che anacronisticamente potremmo definire l’espressionismo musicale, o più neutralmente, l’aderenza musicale al non-musicale (in senso lato: immagini, emozioni, gesti, azioni), il teorico fu anche il miglior pratico, il quale, tuttavia, è ben al di qua dell’intimismo romantico, sfruttando al massimo i suoni al limite dell’onomatopea. Mi riferisco a Claudio Monteverdi; ascolteremo un breve passo tratto da Il combattimento di Tancredi e Clorinda del quale vi suggerisco di notare gli archi che imitano il suono della spade e poi degli scudi.

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Ne riporto il testo, tratto dalla Gerusallemme liberata (Canto XXII, 55-56):

Non schivar, non parar, non pur ritrarsi
voglion costor, né qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l’ombra e il furor l’uso de l’arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro; e ‘l piè d’orma non parte:
sempre il piè fermo e la man sempre in moto,
né scende taglio in van, né punta a voto.

L’onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l’onta rinnova:
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s’aggiunge e piaga nuova.
D’or in or più si mesce e più ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi co’ pomi, e infelloniti e crudi
cozzan cogli elmi insieme e con gli scudi.

Fin qui le premesse teoriche, le quali, per lungo andare, passando inevitabilmente per Mozart, condurranno all’espressione dell’intimità. Ci ritroviamo così con Beethoven, del qual mi piace riportare non la troppo scontata Appassionata, bensì l’appena meno ovvia Sonata a Kreutzer, che tuttavia non pare essere strettamente amorosa; tuttavia, nel film L’amata immortale se ne dà tale interpretazione, che qui sfrutto ai miei scopi.

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Giungiamo, quindi, al pieno romanticismo ed in particolare a Schumann. Nel suo miracoloso decennio, compose tra l’altro la raccolta Carnaval, nella quale troviamo il brano che riporto, pensato per la sua amata Clara. (Ho prestato il cd; però ho pescato un video su youtube):

Immagine anteprima YouTube

Lungo questa rapsodica carrellata non poteva di certo mancare una citazione dall’opera che interamente è dedicata all’amore, o più precisamente al pensiero dell’amata come idea fissa; tale opera rimane come uno strano unicum nella storia della musica. Nacque da una cocente delusione e tenta di riscattarsi non solo in maniera catartica, bensì proprio come atto punitivo. Qui riporto quello che è il tema dell’amata, l’idea fissa che percorrerà tutti i movimenti di questa Sinfonia fantastica di Hector Berlioz. Siamo nel primo movimento, dopo i sogni e la vita tranquilla, l’amata irrompe nella vita del musicista e la sconvolge. L’oboe e il flauto ne narrano il coinvolgimento e la lontananza incolmabile che è ogni amore; infine l’esplosione del pieno orchestra è la più mirabile dimostrazione della natura intrinsecamente musicale dell’innamoramento, è quanto di più efficace nell’esprimerlo. Berlioz, in questo senso, è riuscito ad esprimere l’inesprimibile:

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Bene, dopo questa lunga carrellata, rapsodica e frammentaria quanto mai, possiamo finalmente concederci interamente al brano del Tristan und Isolde, il quale conclude il primo atto. Brevemente, siamo nella scena in cui i due hanno bevuto il filtro che credevano mortale; credono di dover morire ed invece si guardano e si scoprono innamorati, giacché hanno attinto dal filtro d’amore. Nell’appropriata pagina, ho anche inserito il testo e la traduzione; prestate particolare attenzione a quando Tristano invoca ripetutamente il nome di Isolde. Come qualche lettore mio intimo già saprà, questo è un brano che mi commuove ed esalta a tal punto da farmi piangere. In esso, tra le altre cose, v’è nascosto anche il mio attuale innamoramento.
L’argomento di questo post fa sì ch’esso sia fugace; lo rende essenzialmente musicale, è vero, ma nega qualsiasi residuo di filosofia. Propriamente non si dà filosofia nell’innamoramento. Anche il filosofo più innamorato, Soren Kierkegaard, ha dovuto scegliere la forma letteraria o intimamente diaristica per esprimerlo. Nell’innamoramento v’è entusiasmo; ciò è essenzialmente non filosofico. L’argomento di questo post, pertanto, fa sì ch’esso sia sostanzialmente vano.

Vinicio Capossela: solo show

Tra i nascondigli offerti dalle pieghe dello spazio (che poi è questo a dividerci e non il tempo), vi s’era intrufolata la mia carissima amica Clara; solo un colpo di magia, una trazione dal cilindro, un gioco di prestigio di Capossela poteva scardinare lo spazio, stirandolo, proprio in senso letterale, come fanno le casalinghe con le camicie.
Concerto di Capossela a sorpresa assieme a Clara, che non vedevo da un anno e forse più: cosa poter chiedere di meglio?
Tuttavia ho sbagliato, dacché ho parlato di concerto. Io detesto i concerti, non mi piacciono, non ero mai andato a vederne (o sentirne) uno, non possiedo l’esaltazione della ritualità collettiva, neppure nella sua veste (spesso pseudo) musicale. (Ma altro discorso, ovviamente, per la musica ‘colta’, ammesso che quella di Capossela non lo sia).
Solo show: mai titolo fu più azzeccato; l’ultimo suo album si chiama Da solo; ma il gioco di parola fa si ché esso significhi anche qualcosa come ‘puro spettacolo, soltanto show’. Capossela ha inventato un nuovo genere (almeno, per quel che mi risulta, nessuno prima ha fatto qualcosa simile); potremmo definire questa sua invenzione, richiamandoci al teatro-canzone di Gaber, come circo-canzone. Non sono andato ad un concerto, bensì ad uno spettacolo circense musicale. Andiamo con ordine.
Lo spettacolo può essere suddiviso in due parti, precedute da un prologo. Difatti, mezzoretta prima dell’inizio dello show dal Metropolitan sono usciti il Mago e Brazilla (veramente una ragazza stupenda!), ad intrattenere brevemente con piccole danze col fuoco e ad annunciare lo show di Capossela con megafono.

Mago e Brazilla - Foto di Sciapa

Giunti dentro, il mago diventa gigante e sui trampoli passa nel corridoio ed annuncia l’inizio dello show. Comincia dunque la prima parte, con Capossela seduto all’organo (che “ha 2000 canne ma non stona mai”) mentre canta Il gigante e il mago. La canta quasi tutta, fermandosi prima della strofa finale, per un motivo che si rivelerà alla fine.
Questa prima parte, ammettiamolo, si trascina tra alti e bassi; alcune canzoni sono proprio maltrattate, come per esempio Una giornata perfetta. Vinicio scorda alcune parole, si confonde, pare quasi annoiato e io stesso ho avvertito un po’ di disagio. Non mancano tuttavia momenti forti e toccanti, come quando canta Vetri appannati d’America e Orfani ora (canzone, quest’ultima, che non prediligo, a differenza dei più, ma che dal vivo ha acquistato intensità). I colpi migliori sono le battute di Capossela, i suoi travestimenti e balletti, la sua istrioneria. La prima parte, dunque, è stata un concerto; ma, che si vuole, dietro ci stanno le logiche di mercato, la promozione dell’ultimo album, il tour e cose del genere.

Il paradiso dei calzini

Durante la pausa si esibiscono il Mago e Brazilla, deliziosi e simpatici, con giochi di prestigio, cabaret dei vecchi tempi e Brazilla che è un capolavoro da vedere in slip e top.
E’ tuttavia con la seconda parte dello spettacolo che si toccano vette mai raggiunte prima, che lo spettacolo acquista totalità e splendore, che Vinicio si scatena e il Metropolitan quasi viene giù dalle urla e dagli applausi. Io stesso, che di solito non applaudo e detesto lo scrosciare delle mani, mi sono quasi spellato a forza di appluadire!
Si comincia con la stupenda Bardamù, si passa per I pagliacci, ci si diverte con Canzone a manovella, con Medusa cha cha cha e così via. Ciò che dà il valore aggiunto è il contorno: le luci, la gabbia montata al centro del palco che vedrà rinchiusi i vari freaks, quelli che “Noè ha dimenticato di portare sull’arca”, i personaggi e le situazioni, i simboli e le occasioni che popolano le canzoni di Capossela e che si concretizzano comparendo e rinchiudendosi nella gabbia. E lui, trasformista e istrione, ora ammiraglio ora con la coda di balena, ora morte ora becchino (nella Marcia del camposanto), ora minotauro ora scimmia. E l’apice, quando entra l’uomo vivo, trascinato a forza sul palco, legato da una camicia di forza, appeso in alto per i piedi a testa in giù e durante l’apoteosi de L’uomo vivo (Inno alla gioia), quando anche le mummie metropolitanensi si alzano e schiamazzano e saltano, deve liberarsi dalla camicia di forza! E ancora a impazzire e a farci mordere dalla tarantola con Il ballo di san Vito!

La gabbia

Stremati dalle urla si riconquista la calma a fatica, ci si concede una sognate e malinconica I pianoforti di Lubecca, poi si presenta tutta l’orchestra, infine si riprende Il gigante e il mago dove la si era interrotta. Tutti abbandonano il palco, lasciando ‘da solo’ Capossela che canta l’ultima strofa, e conclude con una battuta uno spettacolo che è stato anche politico, zeppo di frecciatine al “futuro presidente della repubblica”, di riferimenti a luoghi di Catania (acchianata i San Giuliano, il Nevskij, la pescheria…), di proverbi e modi di dire siciliani:

E i tamburi stanno zitti
e la grancassa tace
ma i tuoi bambini non lo sanno
e continuano a giocare
chiudi gli occhi e non sai quanto
quanto a lungo puoi durare
chiudi gli occhi e ti ritrovi
col gigante e il mago…

E si ficiru i ficu!

Sipario!