Archivi tag: Nietzsche

Massimamente maestro

Nell’aforismo 63 di Al di là del bene e del male Nietzsche afferma: «Chi è fondamentalmente un maestro prende sul serio ogni cosa soltanto in relazione ai suoi scolari – persino se stesso» (tra. it. di F. Masini). La sventura, tuttavia, sferza colpi tali che sono più gravi a chi più s’abbandona. I miei amici hanno scritto sull’argomento più lesti e meglio di me e di quanto sono capace. L’oggetto della discussione è la professionalità accademica di un certo docente che fonda gruppi di dubbio gusto su Facebook. A tal proposito m’era stato suggerito di scrivere un post simile al precedente, una sorta di Dello schifo – parte seconda; ma valga anche in questo caso quanto ho scritto a conclusione la volta scorsa.
Evidentemente, sulla scorta della citazione Nietzscheana, salta subito all’occhio (e quindi al pensiero) che quel professore non è fondamentalmente un maestro; magari lo è solo in modo accidentale. Ciò che mi inquieta di più è leggere alcuni commenti ai post che ho linkato. Sono commenti turbanti, che lasciano sgomenti; alcuni rassegnati, altri, peggio ancora, incapaci di vedere il nocciolo della questione; questa cecità va di pari passo con l’assoluta mancanza di indignazione. Lo svilimento della professione di insegnante è tutt’uno con la ridicolizzazione dello studente. La mancanza di indignazione è la perdita totale della dignità; lo studente non è più degno della sua condizione.
Ci fosse questa dignità, lo studente pretenderebbe in modo assoluto che il professore si prendesse sul serio, quanto meno in tutto ciò che ha a che fare con l’immagine professorale; mi permetto di aggiungere che in ambito filosofico ‘tutto ciò che ha a che fare con l’immagine professorale’ lascia poco spazio libero dalla presenza ingombrante del pensiero, cosiccome poco adito alla distinzione tra pubblico e privato. Ma pure a voler rimanere nelle ristrettezze della pubblicità, non vi è atto che non abbia una relazione diretta col pensiero:

Il vero essere dell’uomo è piuttosto l’atto da lui compiuto; in esso l’individualità è effettiva, ed è a lei che spetta levare entrambi i lati di ciò che si presume costituire l’intenzione. [...] L’essere umano nella sua individualità è proprio quel che tale atto è; nella semplicità di questo essere, egli è, per altri esseri umani, un’essenza universale essente, e cessa di essere un’essenza dall’intenzionalità soltanto presunta. (G. W. F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, trad. it. di G. Garelli, Einaudi, Torino 2008, pag. 217)

In questi atti vedo sostanzializzarsi l’intenzionalità che presumevo. Il talento e la disposizione sono stati messi a frutto. I miei colleghi studenti non hanno che da dignitosamente raccogliere questo frutto e decidere se mangiarlo o usarlo come concime.

Segnalzioni, orgoglio e citazioni

Poche cose mi danno conforto in questo periodo tormentato (tormento di cui non posso e non voglio parlare); mi dà conforto lo studio e il sapere che c’è il “circolo di Catania” (le uniche persone con cui è possibile un socratico dialogo); mi dà conforto la causa del tormento (ed è un tormento proprio per questo); mi dà conforto soprattutto “l’acqua di sale” (forse un giorno spiegherò).

Venendo a noi, comincio con un paio di segnalazioni. La prima, che mi riempie di orgoglio, è che la mia recensione su La conoscenza del peggio di Sgalambro è stata pubblicata sul sito ufficiale di Sgalambrostesso (caspita! Non so se mi spiego!). Chi volesse leggerla lì non ha che da andare sul sito, cliccare su Interviste, poi ancora su 2007 e infine su Dicembre.

L’altra segnalazione riguarda invece Il Tempio dell’Ombra, che ha abbandonato la veste di blog per assumere quella più duttile e versatile di sito. Do nuovamente il link: www.iltempiodellombra.it

Ci stiamo, io e il caro Davide, per adesso documentando molto. Abbiamo (o forse ho) cominciato pure a scrivere qualcosa sulla Natura, anche se ancora dobbiamo rendere pubblico quanto scritto.

Procedono intanto gli incontri del Caffè filosofico; giusto ieri ce n’è stato uno molto interessante (ed ho addirittura introdotto io) sulla musica, a partire dallo spregevole libro di Baricco L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin.

Procedono pure i miei studi; ho sostenuto un esame di filosofia morale (o moralistica); pessimo insegnante, non c’è che dire, da tutti i punti di vista. Almeno però ho avuto occasione di studiare Benedetto Croce e di sputargli anche addosso! Un pensiero che condivido molto poco, ma che tuttavia devo ammettere trova pagine stupende, capaci di cogliere la necessità, la sofferenza, la trama sottile che lega il reale; capace, nello spazio di qualche paginetta, di espandere la mente, di cullarti, di illuderti e disilluderti sulla possibilità della pace. Cito ampiamente un frammento di etica tra quelli che più ho apprezzato:

«Distrigarsi dalla baruffa della vita, purificarsi dei tossici dei quali ci ha imbevuti, detergersi delle sue macchie, uscir fuori dal tumulto e guardare indietro solo per contemplare e ricordare… Questo impeto di desiderio a volta a volta si accende in noi e ci spinge a ricercare. Non esisterà in qualche parte un luogo di rifugio o di riposo? […] E quando la critica distrugge questa forma metafisica  d’ideale e dimostra contraddittorio e vuoto il concetto di un altro mondo e del paradiso, il desiderio intesse altre forme più tenui di sogno; e allora vagheggiamo il ritiro dagli affari e dalla politica e dalle dispute e dalle ambizioni nella pace della famiglia, con pochi amici e molti libri, o carezziamo in fantasia la serena vecchiezza, che ricorda sorridendo. Ma anche questi ideali modesti svaniscono al toccarli; e quella pace idilliaca è pur sempre vita inquieta, e la vecchiezza o è un languore aspettando la morte o, nel miglior caso, lavoro che continua, se anche con diverso ritmo, il lavoro a cui si è adusati. […]

Il luogo di rifugio, l’idilliaco riposo, la libertà dalle passioni, e tutte le vagheggiate condizioni nelle quali la vita non ci farebbe più acremente godere e soffrire, ma sarebbe distaccata e abbassata a mero spettacolo, sono dunque in attingibili sol perché non consistono in altro che in duplicati e deformazioni fantastiche dell’atto con cui di continuo ci distacchiamo idealmente dalla vita e la abbassiamo a spettacolo. Il paradiso esiste anch’esso, ma sulla terra; ossia come un eterno momento nell’opera dello spirito. Nell’arte e nel pensiero ci distrighiamo dalle baruffe, ci purifichiamo dei veleni, ci detergiamo dalle macchie, usciamo fuori del tumulto, e riposiamo». (B. Croce, Etica e politica, Adelphi, pagg. 102-104).

Beh, non so; sembro vecchio io stesso; come se avessi perso smalto, brillantezza; come se l’ironia che tanto mi piace e mi fa (s)piacere fosse (spero momentaneamente) sepolta. Eppure sento rinascere qualche invenzione poetica; qualche lampo, qualche concetto che affiora (disin)cantando, che ancora mi fa giocare con forme e formule. A volte mi sfiora il pensiero della chimica, o forse dell’alchimia che intimamente dev’essere la poesia; alchimia, magia (naturalis, ovviamente; vero, Davide?) che scardini l’impianto, il Ge-stell tecnico contemporaneo, ossida che accade nel con-tempo. E mi immagino una poesia che scardini e comprenda in sé l’incomprensibilità, che anticipi e annulli tutte le possibili interpretazioni volte alla comprensibilità che di essa si tenteranno; una poesia che annoti le note, che metta in guardi, che giochi con le interpretazioni, che (s)fotta la comprensibilità, che significhi pur non significando. Una poesia che sia pensiero senza pensare nulla; che anzi pensi al nulla e non lo dica; che dica tutt’altro e che pensi al nulla.

Mah! Intanto Sloterdijk continua a interrogarmi, ad esaltarmi, ad espandere gli angusti confini della mia mente. Cosicché scopro che:

«Gli dèi sono tipiche reazioni eccessive dell’uomo al cambiamento del mondo, sia in senso patologico, sia in senso estetico e creativo. Infatti, soltanto dove ci sono reazioni eccessive c’è poesia» (P. Sloterdijk, La costruzione telematica del reale, in Aut aut, 336, ottobre-dicembre 2007, IlSaggiatore, pag. 115).

Così, con eleganza, con due frasette, Sloterdijk se ne esce dalla difficile questione dell’accomunare il principio divino di dèi e poiesi. La divinità, la religiosità senza rito è il plusvalore che rende accessibile il sacro; pertanto ogni reazione eccessiva, erotica, artistica, religiosa, ci protende in una dimensione oltre l’umano. L’oltreumano è l’accesso al sacro. Il pensiero di Nietzsche (ma sto scoprendo l’acqua calda) è una vertiginosa tensione al sacro.

Musica musica musica!!!

Forse quasi tutti m’avrete sentito dire qualche volta che mi sarebbe tanto piaciuto essere un musicista; oppure, a volte, per scherzo, che avrei dovuto fare la rock-star. Ebbene, io ho sempre rivendicato il mio totale asservimento alla musica.

Come diceva Nietzsche (prima o poi dovrò dedicargli un intero post!), «grazie alla musica le passioni godono di se stesse» (Al di là del bene e del male, aforisma106). Ma nella musica non vedo solo questa fondamentale componente. (Ed evidentemente neanche Nietzsche vi vedeva solo questo; basterebbe solo riflettere sull’originario titolo La nascita della tragedia dallo spirito della musica.  Ma il discorso non si ferma qui. Spero di parlarne meglio nel post che gli dedicherò, se mai lo farò!).

Forse sono troppo legato a certi canoni interpretativi romantici o idealistici, alla Hegel o alla Schopenhauer. Per il primo la musica caratterizza l’arte romantica, l’ultima fase del dispiegarsi artistico dell’Assoluto; ma proprio perché la musica è la meno sensibile delle arti, tende a travalicare i limiti del sensibile e si spiritualizza; perciò l’Assoluto cerca altre forme attraverso cui esprimersi: la religione e, poi, la filosofia.

Per il grande Arthur Schopenhauer, invece, la musica è la riproduzione della stessa Volontà, è rivelazione della Volontà a se stessa e per questo ci consente di squarciare il velo di Maya, di guardare in faccia la realtà e, come una catarsi, ci libera e ci consola.

Io amo tutta la musica. Conosco anche le teorie musicologiche più recenti, ho studiato un po’ di semiologia musicale e su Sitosophia ho brevemente cercato di comprendere, attraverso esempi di ascolti di musica contemporanea, come il cervello e la mente siano necessariamente connessi alla realtà. (Potete leggerlo qui)

Ascolto di tutto. Vi dico solo che i miei ascolti più recenti sono tante composizioni per pianoforte di John Cage (cara Luisa, vorrei fartene ascoltare una che si chiama Ophelia), poi Claudio Lolli con Ho visto anche degli zingari felici, i Tool con Lateralus (contagiato da Giangi e Davide), tanti album del mio adorato Rino Gaetano, un concerto per violino di Stravinskj ed alcuni concerti per pianoforte dell’insuperabile Mozart.

Ora, a questo proposito, credo che Kierkegaard ci abbia pianamente azzeccato quando ci dice che «col suo Don Giovanni Mozart entra nella piccola schiera degli immortali, il cui nome non sarà mai oscurato dal tempo, perché l’eternità li ricorda» (S. Kierkegaard, Don Giovanni, Mondadori, Milano 1981, pag. 48); e ancora, «col suo Don Giovanni egli è posto al di sopra di tutti» (ivi, pag. 51). Tutto questo perché tale opera è l’opera musicale assoluta, giacché «nella musica vi possono essere molte altre opere classiche, ma c’è un’opera sola della quale si può dire che la sua idea è assolutamente musicale, così che la musica non vi entra come accompagnamento, ma come manifestazione del suo essere più profondo» (ivi, pag. 58). Ebbene, tale opera è, appunto, il Don Giovanni di Mozart. Io concordo in pieno; forse in altre opere ci sono temi musicali più belli (come in Mozart stesso forse nelle Nozze di Figaro); forse altre manifesteranno di più la pienezza e lo slancio etico-filosofico (penso a Beethoven e a Wagner); forse la perfezione matematica e la bellezza più celestiale si mostrano di più per esempio in Bach. Ma è il concetto stesso della musica che nel Don Giovanni viene espresso musicalmente.

E senza contare che quest’opera è la prima opere psicologica (nel senso più alto del termine) che sia stata scritta. E si può rintracciare il momento preciso in cui questo avviene: «Di fronte al Commendatore giunto a cena, nel finale dell’atto secondo, Don Giovanni ostenta sicurezza e inappuntabile signorilità ([di fronte alla statua parlante egli dice:]“Non l’avrei giammai creduto, / ma farò quel che potrò”): nulla, sia nel testo verbale, sia nelle prescrizioni sceniche, attesta che egli ne sia spaventato. Ma in realtà gli spettatori e gli ascoltatori del Don Giovanni non hanno mai avuto dubbi in proposito: anche se non lo fa vedere, anche se sa dominarsi, Don Giovanni è estremamente spaventato. […] Da chi l’hanno saputo? Da Mozart, naturalmente, che alle spavalde parole del suo personaggio sottopone, a mo’ di smentita, le sinistre sincopi dei violini. […] Per dirlo con una formula: Mozart ci fa sentire ciò che Don Giovanni non dice né mostra». (L. Zoppelli, L’opera come racconto, Marsilio, Venezia 1994, pag. 11).

E che dire? Meraviglioso! Per la prima volta la musica ci fa sentire i sentimenti nascosti dei personaggi. Cade la formalità e la verbosità di un mondo non solo musicale, ma anche culturale e sociale.

Ad ogni modo, scusate la lunghezza, ma quando parlo di Mozart non mi so trattenere!

Comunque, vi stupirà sapere che l’altra mia grande passione è nientemeno che Jimi Hendrix! Ascolto spesso tutti i suoi album (che poi non sono altro che tre registrati in studio ed uno live; gli altri sono rimasugli raccolto dopo che morì). Quando sento cominciare Purple Haze o Vodoo Chile (Slight return) mi sento vibrare tutto il corpo; credo che la sua musica sia, oserei dire, orgasmica!

E basta, che altro aggiungere? Beh, vi invito a qualcuna delle scampagnate che sono solito organizzare; mi potrete trovare con una bottiglia di vino a fianco (ed una in corpo) che massacro la mia chitarra urlando La locomotiva di Guccini. Ogni volta che sono ubriaco, chissà perché, canto sempre quella!

Bene, vi aspetto tutti con la mia chitarra! È una minaccia! Ahaha!