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De fine mundi

Finis mundi non timenda, sed speranda.

Melancholia

La fine del mondo non è da temere, ma da sperare.

Se è lecito coltivare ancora qualche speranza nella vita, anzi fuori dalla vita, allora voglio coltivarne solo una: che il mondo finisca. Senza astio né patemi, senza sentirmi particolarmente infelice, non mi dispiacerebbe che il mondo finisse; o comunque mi dispiacerebbe meno di una sua continuazione. Non credo a profezie, a preveggenze, a studi catastrofisti, a dottrine o sistemi che cercano di mostrarci l’andazzo. Il mondo continuerà, sebbene non possiamo dire né come né per quanto, se non per approssimazioni più o meno probabili rispetto al futuro prossimo.

Meraviglia delle meraviglia, per chi ancora non lo sapesse: il mondo non è la terra. E molto probabilmente il mondo finirà ben prima della terra. Da che mondo è mondo, sappiamo che il mondo esiste per gli essere umani — forse addirittura solo per alcuni esseri umani che si fregiano d’essere occidentali, mentre gli altri animali (e forse gli uomini non occidentali) hanno solo la terra. L’occidente – si badi bene – non è una categoria geografica, bensì culturale, ammesso che una forma di dominio economico-finanziaria possa essere definita ‘cultura’.

La fine del mondo, ossia la fine della forma di dominio occidentale, è una speranza.

La fine del mondo non implica la scomparsa dell’essere umano. Mi sembra di scorgere che per un attimo alcuni lettori abbiano assunto un’espressione più distesa. Ma per dispetto gliela guasto subito: coltivo la speranza che l’essere umano finisca, si estingua, svanisca nel nulla. A volte mi balena un pensiero felice: che di noi, di noi esseri umani, non resti alcuna traccia; che un qualche dio pietoso cancelli ogni nostro ricordo, così, con un semplice schiocco di dita o con una parolina ben pronunciata; che non rimanga nulla della nostra presenza, non un quadro, una sinfonia, una busta di plastica, un mattone. Niente di niente. Come se non fossimo mai esistiti. Di motivazioni per questo mio pensiero felice ne ho a bizzeffe; ma le lascio alla vostra cortese immaginazione.

In un film tremendo, con una trama così semplice che ne sarebbe potuta risultare un’opera insulsa e come tante, ma dalla quale Von Trier ha saputo trarre un capolavoro, si dice che the earth is evil — la terra è cattiva. Il pianeta Melancholia si scontrerà con la terra, distruggendola. Ma tanto meglio; chi sa le cose può uscirsene con “la vita sulla terra è cattiva” e dato che essa è l’unica vita nell’universo ne segue che è la vita tout court ad essere cattiva. Se la terra, teatro della vita, svanirà, nessuno ne sentirà la mancanza.

Non sto portando alcuna argomentazione a sostegno di quanto dico. Non mi importa. La domanda fondamentale della filosofia non troverà mai una risposta; oppure la troverà sempre diversa, una per ogni singolo essere umano che ha la sventura di calcare questa terra. “Perché l’essere e non piuttosto il nulla?”. Non lo sappiamo. C’è capitata la nascita e ormai siamo qui a giocarcela, forse anche a godercela, per certi versi. Perché l’essere e non piuttosto il nulla? Non lo sappiamo; ma non sempre fila tutto liscio.

Adesso la domanda muta forma: perché volere l’essere e non piuttosto il nulla? Io voglio il nulla. Che poi questo nulla sia cosa diversa dalla vita e della morte è altra questione. Magari si potrà affrontarla in un altro post. Certo, sempre nella malaugurata ipotesi che la vita sulla terra si ostini a continuare.