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Due blog e un tentativo di eroismo

Prima di addentrarci nel tentativo di rimediare all’assenza che sono io me medesmo in questo periodo, è bene segnalare due blog di altrettanti colleghi.

Il primo che segnalo è di un membro del ‘circolo di Catania’ (ossia quel micromacrogruppo di colleghi sitosophici che trascorre le giornate catanesi con assurdi progetti post-pranzo); si tratta dunque della segnalazione del blog di Antonio Trovato (tra l’altro amico sin dai primi mesi universitari… Stiamo parlando della fine del 2002), esimio tanatologo e leopardista, nonché reiterato fellone e fedifrago.

L’altro è di Linda, anch’ella collega, dai modi estremamente dolci e cortesi, appassionata di musica e danza (praticava danza classica); i suoi molteplici interessi trovano riscontro e conferma nei post del suo blog, sempre diversi e ottimamente documentati.

Bene, dopo i convenienti convenevoli, dove ‘convenienti’ è da intendersi in senso antico, ossia come in qualche modo necessari, passiamo di passata su ciò che occupa la mia mente ultimamente. Ebbene, sono quasi totalmente immerso nella grecità; sto studiando storia greca ed accompagno a questo studio quello sui cosiddetti ‘presocratici’.

In particolare mi interessano i primordi del pensiero, perché a volte (anche se non sempre) ciò che è primo per tempo è primo anche per dignità e profondità. Un po’ come l’erotismo infantile.

Ad ogni modo, sono profondamente interessato all’orfismo. La lettura di Nei luoghi oscuri della saggezza di Peter Kingsley ha risvegliato in me il desiderio di sprofondare in una vita dove la filosofia riesca ad annullare i contrari ed a discendere in, appunto, quei luoghi oscuri dove, come direbbe Hegel, la filosofia abbandoni l’essere amore per il sapere per divenire infine sapere reale. È la saggezza che perseguo, la saggezza che mi fa capire che

«già una volta io fui fanciullo [koûros] e fanciulla [kóre]

e arbusto e uccello e pesce muto che guizza fuori dal mare»

(Empedocle, D-K B 117, in G. Reale (a cura di), I presocratici, Bompiani, Milano 2006, pag. 729)

Lo scavalcamento dell’individualità spicciola, della distinzione umana da tutte le altre forme di vita, distinzione che inevitabilmente viene vista come superiorità, ebbene tale scavalcamento può prendere forma in me solo accettando la metempsicosi o la metensomatosi. Io (io che sono io-corpo, o in maniera più estesa io-mente-corpo) morirò; morte che sarà trasformazione, eterno mescersi e separarsi di natura ordinata e disordinata o al di là di questo. Ordinata o disordinata se vista da altri uomini; altrimenti sarò pura parte della Sostanza, una e molteplice, spinoziana, che è e rimane uguale pur mutando sempre.

E giunto nell’Ade canterò con Orfeo, perché lì avverrà questo:

«Troverai a sinistra del palazzo di Ade una fonte

e accanto ad essa un cipresso, bianco, diritto:

a questa fonte non accostarti troppo.

Ne troverai poi un’altra, fresca acqua che fluisce

dal lago di Mnemosine; dinnanzi, però, vi stanno le guardie.

Dovrai dire: “Di Gea sono figlia, e di Urano stellato;

io ho una stirpe celeste, e questo anche voi lo sapete;

dalla sete io sono riarsa, sto morendo; ma datemi, presto,

acqua fresca che fluisce dal lago di Mnemosine”.

Ed essi ti daranno da bere dell’acqua dalla fonte divina,

e allora con gli altri eroi tu regnerai.»

(Lamina orfica da Petelia; in Orfeo, DK B 17, in ivi, pagg. 33-35)

Perché io discendo dalla Terra (Gea) e dal Cielo (Urano) stellato; io sono da sempre in questo tutto e in questo tutto sarò per sempre e regnare con gli altri eroi mi è dato da questa consapevolezza. E ancora dirò a Persefone (la «pura regina di sotterra»):

«Vengo pura dai puri, o regina di sotterra [chtoníon],

o Eucle ed Eubuleo e tutti gli altri dèi e dèmoni,

poiché mi vanto anch’io di essere della vostra stirpe beata»

(Orfeo, DK B 19, in ivi, pag. 35).

Bene, e visto che siamo in tema di sottosuolo, mi piace citare dei versi che ricordo a memoria per averli letti al liceo sulla copertina di un quaderno di un mio compagno di classe. Non sono riuscito a recuperarli per intero neanche sul web. Dovrebbe trattarsi (ma ho bisogno di conferme) di un sonetto di Dante. Vediamo se lo ricordo per intero e con la giusta punteggiatura:

«Nel mentre ch’è trentenne, l’Eccellente

(nelle lettere regge, è legge, splende),

ben nel ventre terrestre se ne scende,

ente perenne, sede del Fetente.

 

C’è gente greve, erede del Serpente,

che fece pecche becere e tremende,

che geme e freme per veneree mende,

che perse fede e speme e se ne pente.

 

[vespe, pece, neve]… sete

… pene eterne,

e tenebre per sempre se entrerete!

 

Emerger preme nelle brezze verne

tender testè vêr belle estreme mete:

nell’etere veder le stelle esterne…».

 

Beh, niente da fare… Non riesco a ricordare buona parte dei primi due versi della prima terzina. Sarò infinitamente lieto a chiunque riesca a colmare questa lacuna.