Commerciocentrismo

Mentre continuano i miei sogni (stanotte ho sognato che io, Davide e Giovanni incontravamo Horkheimer e gli facevamo un sacco di domande), ho avuto occasione, in questi giorni, di storcere snobisticamente il naso per occasioni che hanno tutte un comune oggetto: il centro commerciale.
Ora, figurarsi, il mio non è per nulla un moralismo con vili tendenze economiste; nel senso che non rimpiango la cara, vecchia e squallida botteguccia, nella quale miseramente campavano due personcine grigie e tristi, con la polvere per terra e la muffa sui muri, che ti conoscevano e chiamavano per nome, che quando ti mancavano cinquecento lire (ben più reali di 50 centesimi; mi stupisco di come ancora la lira sia il nostro termine di paragone; non riusciamo a ragionare in euro. Forse tale privilegio sarà dato ai chi ha meno di 15 anni) ti dicevano che senza alcun problema gliele avresti potute portare l’indomani. Ecco, di tutto questo non mi importa nulla, come me ne fotto se queste botteghine da beghine chiudono perché spazzate via dalla monumentalità fascista del porcelloso centro commerciale. Altri camperanno, se non qui (nel mio paese o nella bottega in generale), altrove; anzi forse ne camperanno di più, tra cassiere, commesse, uomini e donne di pulizia e di polizia.
Ciò che mi inquieta e mi fa storcere il naso è ben altro. Innanzi tutto è la ben nota ferocia con la quale l’uomo commerciocentrico si avventa sulla sua preda. Mi hanno raccontato dell’apertura dell’Ipercoop; immaginavo la ressa, gli spintoni, la cattiveria di chi nell’oscenità dell’ingordigia calpesta qualcun altro per risparmiare dieci euro per l’acquisto di un telefonino. Vi prego di vedere per intiero questo video che vi propongo. Avere la possibilità di vedere un tale processo in acto è una situazione che i migliori antropologi del passato ci invidierebbero parecchio:

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E tuttavia non è ancor questo ciò che snobbo altieramente in misura maggiore. V’è del peggio, come sempre ed in ogni circostanza. Ed il fatto che al peggio non c’è mai fine, significa che il peggio è il tempo. Perdonatemi questa incursione metafisica, ma il tempo a cui siamo giunti è ad una svolta peggiorativa; la Kehre è il tornante, per noi sempre in discesa, che ad ogni svolta ci porta sempre più in basso. Ciò che dunque alle mie nobili nasche, od auliche froge, causò tanta tensione ed inarcamento snobistico è questo: ricordo che nei miei anni liceali quando ci portavano in qualsivoglia città per assistere ad uno spettacolo teatrale, per visitare l’orto botanico, per andare ad annoiarci e fare gli stupidi in qualche museo, il tempo che poi ci restava a disposizione era impiegato a passeggiare per le vie del centro; si assaporava un gelato, si prendeva un po’ di sole, si guardava il culo a qualche compagna di classe o passante (sapete, ci credevamo tanto adolescenti e forti, quasi come centauri dannunziani dalla grossa coglia).  Insomma, si passava una mattinata o un pomeriggio immersi nell’aria a metà tra aperta e chiusa delle vie di un centro cittadino.
Due mie conoscenti, invece, mi hanno raccontato che dopo essere stati con la scuola (due diversi licei) a vedere un’opera teatrale, il pranzo ed il pomeriggio li hanno trascorsi all’Etnapolis. È semplicemente aberrante. Questi signori che si dicono istruttori o financo educatori, non sanno far di meglio che condurre i già commercializzati adolescenti proprio nel centro del loro essere, ossia il centro commerciale. Beh, del resto, poveracci, non praticano altro che il motto delfico ed attuano quella strana e fatale corrispondenza tra centro interiore e centro esteriore: il commerciocentrismo è ad un passo dalla piena realizzazione. La scuola sta autorizzando questi ragazzi a pensare che l’unico luogo in cui si possa trovare bellezza, dove ci si possa incontrare, stare assieme, mangiare, passare il tempo è la chiusura (o l’apertura, ahimè) del centro commerciale. Hanno trovato un nuovo ente spirituale che si è materializzato: l’acquisto ha invaso il centro e se ne è appropriato. Non mi stupirebbe vedere questi ragazzi che al posto di magliette rosse con raffigurato il ‘Che’, indossino strane t-shirt con impresso l’Etnapolis.
In quei due giorni fantastici trascorsi in quel di Ragusa, ebbi a dire ciò che qui mi picco di riportare, e vogliatene scusarmi. Quando seppi che il centro commerciale di Tremestieri (Me) ha deciso di realizzare una cappella all’interno (potete leggere la notizia in queste cronache terrestri, in data 30/12/2008) pensai subito che non sarebbe stato (e non sarà) lontano il giorno in cui qualcuno deciderà di andare a vivere dentro un centro commerciale. Sarà una vera rivoluzione copernicana del concepimento della città. Non sarà più il commercio ad inscriversi nell’ottica cittadina, ma avverrà l’esatto contrario: l’abitare sarà solo una funzione dell’acquistare. Il centro commerciale non ruoterà più attorno alla città, piuttosto la ingloberà. Se è vero che molti vi vanno per ‘passare il tempo’; se è vero che tali centri commerciali sono stati a ragione definiti non-luoghi; se, dunque, il tempo si mostrerà definitivamente nella sua vera veste, cioè quella di danaro e troverà anche il sacrario materializzatosi in centro commerciale; allora sarà la fine dello spazio e, basti vedere il filmato e amaramente confessare un leopardiano ‘non so se il riso o la pietà prevale’, la fine di ogni possibile pensiero, così frastornato da urla e resse, così distante dalla calma assolata della pace.

Felicità, pagina bianca nella storia…

Può un capello rendere felici? Sì, può. Etiam capillus unus habet suam ombram.
A volte mi sembra d’essere rimasto in qualche luogo, d’essermi fermato colá, d’esser giunto ad un punto e da lì non essermi più mosso; il guaio, il grosso e crasso guaio è che tali punti sono tanti, si assommano eppure non costituiscono linea continua o progressione evolutiva; sono, bensì, una serie discreta.

L’eternità è tra i giorni, tra due giorni. Arriva un giorno, uno qualunque, e per qualcuno non passa.

Una foto, un luogo che a mala pena sostava nei meandri della memoria e non si sa più quel che si è; anzi quando si è.
Abbandoniamo(ci a) queste malinconie da strapazzo; i panni seri che intendeva vestire questo sito, purtroppo non trovano l’adeguato sostegno, cioè colui che doveva vestirli. Con questa cosa deforme e buffonesca che scrive, ogni intento anti-autobiografico vacilla di fronte a ciò che mi sostanzia: la pigrizia. La politica (in ispecie quella paesana) l’ho dismessa, per bastonate metaforiche e (quasi) reali; ho ridotto le attività (tendendo asintoticamente al nulla); ho meno tempo ‘libero’ a motivo delle ripetizioni che il campare m’ha quasi imposto e per via della traduzione.
Giungiamo dunque ai libri. Traduco, come un dannato, come un cane (e forse anche da cane); però confesso che raramente ho trovato un’attività che mi assorbe così completamente; abbasso il capo (o le corna, direbbe qualcuno) per tradurre e quando le rialzo sono già trascorse un paio di orette. Il libro in questione è An enquiry into the nature and place of hell di tale Tobias Swinden. La difficoltà maggiore consiste nel trovare tutti i riferimenti e le citazioni, spesso generiche, quando, a volte, non totalmente assenti. Seguendo, inoltre, i consigli del mio relatore, sto affinando la scrittura; nulla come l’esercizio poetico e il laboratorio della traduzione modellano e rendono malleabile la tecnica scrittoria; ed ovviamente, rendendo fluida la scrittura si scioglie pure la viscosità del pensiero. Mi sono ritrovato a rileggere quanto tradotto e a percepirlo come frutto non mio, stile che non mi appartiene; è una gran cosa (almeno, la mia percezione, che potrebbe essere solo illusione calamaica; ad altri la sentenza).
Leggo, in aggiunta; ho ultimato qualche tempo fa le Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel. La cosa stupefacente, oltre i pozzi di sapienza nascostivi, è stata trovare passi che potrebbero benissimo essere messi in bocca a Schopenhauer, in barba alle storiografie ed alle beghe fin troppo spicciole su cui hanno fatto fortuna gli specialisti del gossip filosofico.
Giunti all’illuminismo, Hegel sostiene che, ovviamente riferendosi al suo tempo

con questo principio formalmente assoluto arriviamo all’ultimo stadio della storia, al nostro mondo, ai nostri giorni.
La mondanità è il regno spirituale nell’esistenza, è il regno della volontà che si dà esistenza. Sensazione, sensibilità, impulsi sono anche modi di realizzarsi dell’interiorità, ma in via transitoria nelle singole cose: sono infatti il contenuto mutevole della volontà. Ma ciò che è giusto e morale appartiene alla volontà essenziale esistente in sé, alla volontà universale in sé. [...]
La volontà è libera solo a condizione di non voler altro, nulla di esteriore, di estraneo, poiché in tal caso sarebbe dipendente; la volontà deve volere solo se stessa, la volontà appunto. La volontà assoluta è questo voler essere libera. La volontà che vuole se stessa è la base di ogni diritto e di ogni obbligo, dunque di tutte le leggi del diritto, di tutti i precetti del dovere e i gravami imposti.
(G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, Roma-Bari 2003, pag. 359)

Ora, ovviamente qui siamo su un piano dove emerge, soprattutto nelle righe che ho tralasciato e in quelle seguenti, la critica al formalismo morale kantiano, giacché in questo modo la volontà è astratta ed indeterminata; per sé, appunto, e dunque abbisogna di contenuto; v’è anche, inoltre, una flessione morale della volontà stessa, per cui è con essa e per essa che si compie il diritto ed è la volontà assoluta a garantire la libertà. Ed è proprio in quest’ultimo punto che a mio avviso si toccano Hegel e Schopenhauer. Ovviamente per quest’ultimo la volontà non garantisce il diritto di alcunché se non di se stessa e in sé non è né giusta né sbagliata, né buona né cattiva. Ma nel mio insano proposito di far toccare questi due ‘nemici’ mi piace citare ancora Hegel:

La volontà formale vuole se stessa, l’Io deve trovarsi in tutto ciò che la volontà ha di mira e fa. Perfino l’individuo devoto vuol essere salvo e beato. [...] Felice è chi ha commisurato la propria esistenza al carattere, al volere e all’arbitrio suoi particolari, e così gode nella vita di se stesso. La storia non è il terreno della felicità. I periodi felici sono pagine vuote nella storia, poiché sono i periodi di concordia, nei quali manca l’antitesi.
(Ivi, pag. 25)

In questa pagina riluce una saggezza che contraddistinguerà Schopenhauer. Il discrimine è il contenuto della volontà, il quale per Hegel sostanzialmente è concretezza; per Schopenhauer tale multiformità non è che mera illusione. La ‘ricetta’ della felicità è uguale nell’aquila ed in chi volle rappresntare tale aquila con le fattezze di somaro.
Tuttavia, rimane che la pace è ancora bianca: ha il candore delle pagine bianche del libro della storia.

Una beffa

Sono ritornate le rondini, e finalmente imparo il tedesco. E quest’aria di marzo che fa riecheggiare versi di Capossela («Marzo s’è preso anche l’aria dei viali») mi spinge a spenti languori romanticheggianti. Anche Zarathustra portava la sua cenere al monte; così ripenso ai frammenti sulla rivista Athenäum, pubblicati da Novalis e Schlegel e non firmati; cosiccome li guidava il tentativo di fondere gli spiriti a favore dello Spirito, allo stesso modo si può spiritualizzare la diversità e la necessaria separatezza dei corpi tramite, che so, l’invenzione di uno Spirito burlesco.
La beffa costituisce il limite della pensabilità; la quale, a sua volta, costituisce il limite della scrivibilità. Pensare codesto limite è beffarsi del pensiero. Tuttavia, se Pascal sosteneva che beffarsi della filosofia è fare veramente filosofia, ci si figuri di rinfacciargli: beffarsi della religione è essere veramente religiosi. Lì, invero, il religioso avrebbe scosso il capo, giacché la religione non si può beffare; essa è sacra e nel sacro è la serietà. Non è un caso che il filosofo più beffardo abbia anche rigettato ogni sacralità, ed ovviamente mi riferisco a Max Stirner.
La beffa, il sotterfugio, lo sfottimento, la presa per il culo è l’atteggiamento del servo scaltro; è un’intelligenza (sebbene ancora nelle misere vesti di astuzia) che combatte una forza. Tutti quei servi che intrecciano e slacciano melodrammi non sono che birichini messaggeri della morte; essi sono maschere, ci si immagini solo Arlecchino, o meglio ancora Pulcinella; di quest’ultimo si narra che in un vorticoso ballo cambiasse continuamente dama, fino a quando, di sfuggita, in una di esse scorge le sembianze della morte. I servitori scaltri pigliano per il culo, nel senso letterale dell’espressione (e scusate la trivialità), giacché ostentano fallicamente che la vita non è che una carnevalata, dove il fallo è il loro cavallo di battaglia in senso duplice: è la vita che va presa per il culo, tramite la fallicità o la fallacia del pensiero.
Gli scherzi osceni di Aristofane, in questo senso e con brividi giustificati dei filosofi, sarebbero ben più tragici delle tragedie stesse; attestano che neanche la vita, ossia la tragedia per eccellenza, può essere presa sul serio. Quando Aristofane negli Acarnesi attribuisce l’esclusione di Megara dal commercio portuale ateniese (433) con le seguenti parole:

[La guerra tra gli elleni] ebbe inizio da qui, da tre puttane. Pericle olimpo, preso dall’ira, lanciò fulmini e saette, mise in subbuglio tutta quanta la Grecia. [...] Costretti a patire la fame, i megaresi si rivolsero infine a Sparta, affinché attraverso il loro intervento fosse abrogato il decreto delle tre puttane.

ebbene, non sta facendo altro che beffarsi della guerra del Peloponneso, riducendola a litigio per puttane o puttanate. Oppure, in simile maniera e nella stessa opera, quando il contadino giunge sulla collina per l’assemblea si lamenta con le seguenti parole, essendo ancora da solo:

Non sono arrivati neppure i presidenti dell’assemblea; saranno qui in ritardo. Quando finalmente si faranno vivi, cominceranno a spintonarsi e a litigare per avere un posto in prima fila, ammucchiati tutti assieme, meglio non parlarne. Non vogliono saperne di far pace. Oh, mia Atene! Sono sempre il primo a tornare all’assemblea e a prendervi posto e, siccome sono solo, borbotto, sbadiglio, mi stiracchio, scoreggio, non so che fare, scrivo, mi ravvivo i capelli, faccio i miei conti, spingo lo sguardo verso i miei campi, bramo la pace, odio la città, ho nostalgia del mio villaggio, dove nessuno viene a dirmi “compra il mio carbone, compra il mio aceto, il mio olio”. La parola “comprare” è ignota là dove tutto è gratuito.

Il poeta non fa altro che beffarsi della ‘sacra’ assemblea ateniese, e lo fa a suon di scoregge.
Il topos beffardo percorre, così, tutto il pensiero sotterraneo, altrimenti detto ctonio; Ade è il dio della beffa, in fondo, giacché nel suo regno gli opposti si confondo, anzi sono una cosa sola (luce e buio, vita e morte). V’è beffa maggiore per la nostra ‘vita’?
Dall’uomo platonico di Diogene, è da allora che siamo tutti quanti polli spennati, preda di accademie dei sillografi o coro di morti nell’anno matematico, per non parlare del fisiologico bisogno di Folengo. La beffa è sottile e varia: a volte crea quello che non c’è; altre volte fa vedere in controluce quello che c’è ma che di solito non si vede.
Sperò, però, in elementi lampanti; ho ancora nascosto segni.