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Di schifo, pigrizia e Tristan.

I post si diradano come i giorni in cui riesco a racimolare due spiccioli di senso da spendere in esistenza. Gli alti e i bassi, le esaltazioni e le depressioni, eleganza e squallore, lucidità e offuscamento si alternano, certo, ma neanche equamente; le maggiori profondità – gli abissi – sono prerogativa dei termini negativi di queste coppie.
Il successo mi debilita, di qualunque tipo sia; la solitudine mi sconforta; la gente mi infastidisce; tanto più faccio, quanto più distruggo. Il mare mi schifa; le panze e gli ombrelloni mi nauseano; il sudore, le abbronzature, gli oli, le creme, l’acqua del mare mi danno il voltastomaco.
Ciò che mi trattiene dall’edonismo più sfrenato è la pigrizia; tutto è vano ed ogni azione è inutile. Non mi importa di niente.

Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, coglione chi si affatica a pensare e a scrivere. (G. Leopardi, Lettera ad Antonio Papadopoli, Pisa 25 Febbraio 1828)

L’unico motivo per leggere e scrivere è il mio piacere, nient’altro. Per quale altro scopo? La cultura non ha mai salvato nessuno, dell’umanità me ne frego, dopo morto sarò meno che niente.
Un libro illuminante, capace di schiudere le porte del meraviglioso perché ci svela ciò che abbiamo perduto, ossia il mundus imaginalis, mi ha avvolto e affascinato, sebbene poi in fondo mi sembri una sciocchezza, un’illusione come un’altra, solo un esercizio per schiuderci nuovi orizzonti di pensiero (e non è per nulla poco). Ne riporto un passo:

Fatimiya, termine astratto che tradotto letteralmente dà qualcosa come ‘fatimianità’, ma che il termine ‘sofianità’ esprime ancor più direttamente non appena noi riconosciamo nella persona eterna di Fatima la Splendente colei che altrove è chiamata Sophia. [...]
E’ la Sophia del mazdeismo e la tipificazione della Terra celeste. Spandarmat-Sophia è la ‘padrona di casa della Dimora’, è la Dimora stessa come Arcangelo femminile della Terra che è Terra di Luce. [...] Rivestirsi di questa sofianità è per l’essere umano accedere fin d’ora alla Terra celeste, al mondo di Hurqalya, mondo della ‘corporeità celeste’, che è quella dei corpi sottili di luce.
(H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano 2002, pag. 21)

Ancora per pigrizia, non commento nulla. Cito una frase soltanto dal libro che sto leggendo in questi giorni e che ho pure inserito nell’IPSE DIXIT nella colonna a sinistra:

Una notte dopo l’altra, volti a cui avevamo dato il bacio d’addio ritornano a chiedere ancora qualcosa. (J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, Adelphi, Milano 2003, pag. 123).

Alla profonda malinconia di questi giorni ha contribuito notevolmente Tristan und Isolde di Wagner. Cerco di ascoltarlo il meno possibile, ma con scarsi risultati, anche perché quando non la ascolto la sento nella mia testa. È cambiato tutto, dopo aver conosciuto quest’opera. Tutto. Anche la mia percezione musicale è cambiata; vecchi brani che conosco a memoria hanno acquistato una luce diversa; si è verificato un’acuirsi della sensibilità e mi commuovo molto più facilmente. Pertanto questa breve incursione pacata e distaccata non può che concludersi come il Tristan. (Propongo la direzione di Furtwängler.)

Immagine anteprima YouTube

Aggiungo soltanto la traduzione dei versi:

ISOLDE                         ISOTTA
Mild und leise                 Dolce e lieve,
wie er lächelt,                come sorride,
wie das Auge                   come l’occhio
hold er öffnet, –              incantevole egli apre –
seht ihr’s, Freunde?           vedete, amici?
Säh’t ihr’s nicht!             Forse non lo vedete?
Immer lichter                  Sempre più luminoso
wie er leuchtet,               come risplende,
sternumstrahlet                raggiante quasi stella,
hoch sich hebt?                in alto si leva?
Seht ihr’s nicht?              Non lo vedete?
Wie das Herz ihm               Come il suo cuore ardito si gonfia,
mutig schwillt,                colmo e sublime
voll und hehr                  nel petto gli zampilla?
im Busen ihm quillt?           Come dalle sue labbra
Wie den Lippen                 tenere e soavi
wonnig mild,                   un dolce respiro
süsser Atem                    molle s’effonde –
sanft entweht: –               Amici! Vedete!
Freunde! Seht!                 Non lo sentite? Non lo vedete?
Fühlt und seht ihr’s nicht?    O forse io sola odo
Höre ich nur                   questa melodia,
diese Weise,                   che sì mirabile,
die so wunder-                 sì soave,
voll und leise,                dolente per voluttà,
Wonne klagend,                 tutto esprimendo,
alles sagend,                  soavemente conciliante
mild versöhnend                da lui riverberando,
aus ihm tönend,                penetra in me,
in mich dringet,                 in alto si lancia,
auf sich schwinget,              dolcemente echeggiando
hold erhallend                   risuona a me d’intorno?
um mich klinget?                 Più chiare risuonando,
Heller schallend,                fluttuandomi appresso,
mich umwallend,                  son forse onde
sind es Wellen                   di teneri zefiri?
sanfter Lüfte?                   Son forse onde
Sind es Wogen                    di voluttuosi vapori?
wonniger Düfte?                  Mentre si gonfiano,
Wie sie schwellen,               mi sussurrano intorno,
mich umrauschen,                 devo respirarle?
soll ich atmen,                  devo ascoltarle?
soll ich lauschen?               Devo aspirarle?
Soll ich schlürfen,              in esse svanire?
untertauchen?                    Dolcemente
Süss in Düften                   nei vapori esalare?
mich verhauchen?                 Nel flusso ondeggiante,
In dem wogenden Schwall,         nell’armonia risonante,
in dem tönenden Schall,          nello spirante universo
in des Weltatems                 del respiro del mondo –
wehendem All, –                  annegare,
ertrinken,                       inabissarmi –
versinken, –                     senza coscienza –
unbewusst, –                     suprema voluttà!
höchste Lust!