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La seduzione del Volksgeist

Quanto più successo ho con le donne, tanto peggio sto. Senza volere attribuirmi qualità, qualifiche e doti che non ho, è tuttavia vero che Don Giovanni non dorme; e se dorme ha incubi. Ce lo ha mostrato chiaramente Bergman ne L’occhio del diavolo (di cui su youtube non si trova traccia). Si ha un bel daffare a profondersi in onesti rifiuti, a diffondere viltà seduttrici, a mettere in guardia, ad auto-abbruttirsi.
Kierkegaard sosteneva:

Ad ogni donna corrisponde un seduttore; la sua fortuna sta nell’incontrarlo

Ebbene, è una soavissima stronzata. La seduzione non esiste; esiste il fraintendimento, la boria, l’arrogranza cetrulla (per usare uno stilema ripelliniano), l’illusione, l’arcano poter che ascoso a comun danno impera e l’infinita vanità del tutto (occhiolino ad Antonio).

Onde evitare che questo blog appaia meramente autoreferenziale e pecorecciamente intimo, traggo spunto da una discussione feissbucchiana. La bellissima ed arguta Silvia si era iscritta al gruppo: “Chi vorrebbe abolire la festa di Sant’Agata”. Subito nacque un trialogo scatenato dall’incauto Davide. Insomma, per farla breve, si discuteva sul folklore, sulla schifezza della festa santagatese in mano ai mafiosi, se tali riti facciano schifo perché religiosi e se il nostro ritenere che il folklore di altri popoletti sia più bello e genuino non sia altro che, per parafrasare l’altro interveniente, ossia Mauro Nanfitò, l’esaltazione dell’Altrove/Diverso.
Sono tutte posizioni condivisibili e ben argomentate. Tuttavia mi chiedo se non sia il folklore in sé a fare schifo, in quanto manifestazione popolare; il folklore non mi pare essere altro che la più vivida e tangibile manifestazione del Volksgeist. Per quanto ne so, non conosco nessun popolo che si sia inteso come tale o che un qualche sovrano abbia considerato tale che nelle sua espressioni non sia stato volgare e feroce. Dal popolo ebraico assetato di vendetta e sangue, passando fino ai rivoluzionari francesi, giungendo ai noi, che siamo tutti popolo.
Insomma, noi ci volgiamo indietro e guardiamo con estasi all’età classica ed alla democrazia ateniese. Eppure per noi filosofi quel periodo dovrebbe essere fonte di terrore: se persino gli ‘illuminati’ ateniesi prima cacciano via Anassagora e poi ammazzano Socrate, quale speranza ci può giungere da un qualsiasi popolo e da qualche rito che manifesta il suo spirito? Sì, d’accordo, quando guardiamo, chessò, un rituale di una qualche tribù che ci appare così ancestrale, incorrotta, pura, quasi ci viene il desiderio di trovarci lì in mezzo; eppure non dobbiamo mai scordare che chi non partecipa a quei riti è rifiutato dalla stessa tribù.
Dal popolo e dal folklore direi che non dobbiamo aspettarci niente. Credete che se avessimo partecipato ad una di quelle processioni ateniesi in onore di Atena, quando le fanciulle tessevano un peplo meraviglioso per la dea e tutta la polis trasportava l’antica statua dalle origini mitiche per lavarla al mare, credete che se fossimo stati lì non ci saremmo sdegnati? Non avremmo considerato gli illustri ateniesi dei poveri stolti, illusi, scervellati?
Pericle stesso non era visto di buon occhio per tanti motivi, tra cui il non partecipare quasi mai ai simposi e l’aver fatto raffigurare anche uomini anziché solo figure mitiche sul Partenone.
Ancora istruttivo è Socrate (o almeno il Socrate di Platone). All’inizio de La repubblica narra di essere sceso al Pireo per le festività in onore della dea (Bendis). Ha espresso la sua preghiera (Platone ci tiene a mostrarlo pio); la sera ci dovranno ancora essere corse a cavallo e altre festività per la dea. Socrate si lascia convincere a rimanere e vanno, dunque, a casa di Polemarco nell’attesa che il tutto cominci. Tuttavia, preso dalla discussione, manderà la festa a farsi benedire. Certamente, dunque, può essere anche piacevole o, per certi versi, un atto socialmente dovuto (a meno che non ce ne freghi nulla della società, come nel mio caso) partecipare a tali riti. Quando, però, la discussione filosofica prende il sopravvento, allora comincia il distacco da riti sociali e comunitari. (Ho delle riserve su questo mio stesso pensiero; Kingsley potrebbe seriamente obiettare a queste mie conclusioni. Il discorso si allungherebbe, ma permettermi di ri-segnalare la mia recensione a questo suo scritto).
In definitiva, sostengo semplicemente che i riti, i culti, il folklore siano schifosi quanto il popolo che vi partecipa perché sua manifestazione più concreta e tangibile, in tutte le sue forme. Al pensatore non resta che l’anarcato (non l’anarchia), o in alterrnativa, il che sarebbe la cosa migliore, farsi ammazzare. Tertium non datur.

Cateno, catena e Platone

La cagnolina Minù, nera, piccola e dolcissima, com’è venuta così se n’è andata. Non che sia morta, per tutti gli dèi; abbiamo semplicemente dovuto restituirla a chi ce l’aveva affidata. Tra gli strani casi di questa vicenda ve ne sono due degni di nota: il primo è che ho acquistato il biglietto per il concerto di Vinicio Capossela; l’altro è che ho finalmente potuto riparare la bicicletta. Da qui arriveremo a discorrere di Platone.
S’era inceppata la catena. Alcune maglie s’erano bloccate e dunque, mentre pedalavo e con mia grande pena e incazzatura, saltava e scattava, spezzando la fluidità delle pedalate. Cosicché, non esco in bici dall’inizio dell’estate dello scorso anno. Dovendo, giovedì mattina (ossiaduegiornifà) restituire Minù la cagnoletta approfittai di un passaggio di mia sorella e consorte, dovendomi però sobbarcare l’andare all’Auchan sulla via del ritorno. Fu lì che scorsi uno smagliacatena, ossia questo oggettino:

Smagliacatena

Il suo utilizzo consiste nel togliere il giunto (un piccolissimo cilindretto metallico) che tiene unite le maglie; ma assolve pure alla funzione contraria, ossia permette di inserire il suddetto giunto per unire le suddette maglie. Acquistai pure una catena nuova di zecca (o di cateneificio) che purtroppo per me (e per le mie tasche) si rivelò pressoché inutile. Difatti era una catena per MTB ossia per Mountain-Bike ed io posseggo una bici da strada (quella da corsa, con il manubrio ricurvo, per capirci; su per giù come nell’immagine).

Su per giù la mia bici

Scoprii, difatti, che le maglie della catena della MTB sono impercettibilmente più corte di quelle della bici da strada; cosicché su centootto maglie la differenza si nota ed è come se la catena della bici da corsa sopravanzasse della lunghezza di una maglia quella della MTB, pur essendo dello stesso numero. Niente da fare. Catena nuova da buttare, dopo due giorni di tentativi; catena vecchia da riparare, dunque, e riparata stamattina.
Mi sono un po’ ri-scoperto meccanico (ho cambiato una camera d’aria, regolato i freni e registrato il cambio) e ciò mi ha fatto riflettere su due punti: il primo è che i pitagorici del VI-V sec. a.C. erano ‘meccanici’, difatti alcuni di loro erano richiesti dai tiranni di alcune città (per esempio da Dionisio I di Siracusa) perché abili costruttori ed inventori di armi; il secondo è un pensiero a cui sono giunto tempo fa e che ho ritrovato ne La repubblica (ecco il promesso Platone). Si tratta, insomma, del fatto che i filosofi, per ciò che ne penso, non abbiano qualcosa in meno degli altri, bensì qualcosa in più (preciso che non sto facendo una classificazione valoriale; poniamola, per comodità, da un punto di vista strettamente quantitativo); quando, negli anni addietro, qualcuno mi diceva che mi occupavo troppo di ‘cose astratte’ (personalmente non ho mai visto ‘cose astratte’) e poco di tagliare legna, sistemare un motorino o una macchina, ragioneria e affini, io rispondevo: «Ma queste son cosette facili a farsi, ci vogliono due minuti per imparare e praticarle; la differenza è che io le ho fatte e quando ne ho bisogno ne son capace (lo dimostra ora, per esempio, che ho riparato la bicicletta). Tu invece quando mai hai provato a leggere, a scrivere o a filosofare?».
È quanto ne dice grosso modo Platone nel nono libro de La repubblica:
«Socrate: Ti sembra che un uomo avido, se si mette a imparare l’essenza della verità, sia più esperto del piacere che si trae dalla conoscenza di quanto il filosofo sia esperto di quello che si trae dal guadagno?
Glaucone: Tutt’altro! Perché l’uno, il filosofo, deve inevitabilmente gustare fin dall’infanzia gli altri piaceri, mentre l’uomo avido, quando si accinge a imparare cosa sono le essenze, non è affatto sicuro di gustare e sperimentare la dolcezza di questo piacere; anzi, malgrado ogni sforzo, ciò gli risulterà difficile.
[...]
Socrate: E a paragone dell’ambizioso? Forse che il filosofo conosce il piacere che si trae dall’onore molto meno di quanto costui conosca il piacere che si trae dalla riflessione?
Glaucone: Ma se ognuno dei due giunge al proprio scopo, l’onore tocca a entrambi: infatti molti onorano sia i ricchi sia i coraggiosi sia i sapienti, sicché tutti costoro conoscono il piacere che si trae dell’onore, nei limiti del possibile. Invece nessuno, se non il filosofo, può gustare il piacere che si trae dalla contemplazione dell’essere
» (Platone, La repubblica, 582 a-c, trad. di G. Lozza).
Avrei voluto scrivere anche di altro, riguardo La repubblica, ossia del mito di Er, di quella che oggi definiremmo eutanasia, dell’educare i bambini col gioco. Il post, tuttavia, è già lunghetto e la buona educazione della rete, una sorta di ‘codice non scritto’ dei blogger, vuole che i post non siano eccessivamente lunghi. Per pigrizia e compiacenza mi ci adeguo; sperando di aver colpito e spinto al commento almeno un filosofo.