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Come ti rendo poetica la rabbia

Cercavo un libro di poesie di Dylan Thomas, quando le dita fatate di Ambra hanno tratto fuori dal nulla un libriccino blu come la notte, con un’orribile copertina di bambino-gatto.

La questione, tanto annosa quanto oziosa, se vi siano degli argomenti che si prestino meglio all’espressione poetica, mi pare si possa finalmente accantonare. Parini ha reso poetico un cagnolino snob preso a calci; il malcapitato servo sfigura dinnanzi alla vergine cuccia delle Grazie alunna. Gozzano ha reso poetica una donna quasi brutta e la tristezza desolata dei solai; Bukowski il vomito.

Bruno Tognolini, autore di Mal di pancia calabrone, possiede il vigore dell’eterna giovinezza poetica. Si dirà che si occupa di poesie per bambini; ma non esiste poesia per qualcuno o qualcosa: esiste la poesia. Ciò che viene messo ripetutamente in questione è la semplicità: si può dare arte semplice? Il semplice può rivelarci qualcosa del mondo? Il mondo, in definitiva, è anche semplice?

Robert Schumann accettò la sfida di creare un’opera d’arte semplice, molto semplice. Ne nacquero le Kinderszenen, per i bambini e sui bambini. Poi lo stesso Schumann ci ripensò: sui bambini, certo, ma da un adulto per adulti. Bambini o adulti, l’opera d’arte fu creata; ne goda chi può.

Le dita fatate di Ambra hanno portato alla luce da un fondo perduto le Rime di rabbia. Cinquanta invettive per le rabbie di tutti i giorni (Salani Editore, Milano 2010). Le formule magiche di Mal di pancia calabrone forse hanno una qualità media più elevata, nel complesso sono più snelle e non cadono mai nella banalità. Tuttavia, Tognolini mostra anche nelle Rime di quale stoffa sia fatto e che rimane un poeta, di quelli veri; come Gianni Rodari, come Robert Schumann, a cui la sua opera si può accostare. Questi componimenti hanno un linguaggio più ricco e vario rispetto a quelli del Mal di pancia. Il vocabolario di Tognolini si dispiega al massimo della sua potenza immaginifica. È un libro comico, commovente, nostalgico e al contempo speranzoso. Il poeta coglie anche l’occasione per riflettere su se stesso nella quarantanovesima e penultima poesia:

Rima contro il poeta

Tu sei il poeta che ha scritto le rime?
Scriviti questo poema sublime
Neve nei monti, che è bianca
Biancheggia
Cielo al tramonto, che è rosso
Rosseggia
Fronda del bosco, che è verde
Verdeggia
Tu sei poeta e sei scuro?
…!

La raccolta si chiude con l’Ultima rima. Per i grandi. Scongiuro contro il nazismo futuro; lo spessore del poeta si mostra anche in tale fuoriuscita dal proprio universo solito, in questa messa al bando dell’autoreferenzialità.

Nel mezzo è tutto un divertimento di immagini, filastrocche da imparare e da utilizzare. La lingua ne gode, ne gioiscono le orecchie. Un esempio su tutti:

Malaugurio delle risate

Io vorrei che tu, con le mutande scese
Facessi a saltelloni tutto il giro del paese
E tutti ti guardassero da tutte le finestre
A scuola si affacciassero i bambini e le maestre

Sono versi contro le prepotenze; ma anche contro i piccoli fastidi quotidiani. La rabbia esiste, bisogna farci i conti e rispondere per le rime.

Improperio del regno animale

Faccia di porco, puzza di cane
Testa di pecora, zampe di rane
Pelo di tasso, cagnetto grasso
Goffa giraffa col sedere basso
Pelle di rettile, vipera liscia
Pancia di viscida biscia che striscia [...]
Dalle tempeste di secoli neri
Dalle foreste di secoli bui
Torna da te l’animale che eri
E tu ritorna da lui!

C’è più di una profonda cognizione antropologica in versi come questi. Per concludere, la figura del babbione peggiore la fa, manco a dirlo, il poeta.

Invettiva del babà

[...]
Sei un babbano, un barbagianni, un babbuino
Sei un pinocchio pagliaccio, un buffo atleta
Sei un babbo un po’ bambino, un burattino
Sei un babà, sei solo un povero poeta.

Confinato in un corpo da adulto, il poeta ha la grave colpa di volersi intromettere nel mondo dell’infanzia, da cui è stato escluso senza rimedio. Un babbo un po’ bambino, solo questo. Vi è una fase in cui i bambini imparano a dire le bugie; il poeta è fermo in quella fase. Anche se sta imparando e non le sa dire molto bene, càpita che ogni tanto, se è fortunato, incontra qualcuno che ci crede. Allora la bugia diventa reale e s’accede all’immaginifico mondo del sogno.

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Gli invisibili della poesia contemporanea

La poesia è morta. Solo i critici mondani non lo sanno. Armonia delle sfere o silenzio melodioso (e l’ossimoro pacchiano è giustificato dal luogo), essa è transmondana o addirittura ultraterrena; l’oltre che si concede (e concedendolo a se stessa ce ne rende parte, come il Cristo morto che rende parte del regno dei cieli) è radicale, nel senso proprio del termine: sotterraneo, ctonio, è l’oltretomba.
Quando dell’invisibile si vuol fare un libro, inevitabilmente si cade nel paradosso perché si cerca, l’invisibile, di mostrarlo. Allora, la poesia che pure viene stampata su dei fogli deve transustanziarsi in musica: l’accidente rimane tale, nero su bianco; la sostanza sfuma in musica.
Marco Albertazzi e Marzio Pieri curano GLI INVISIBILI. Antologia-saggio del 900 poetico italiano alternativo (La Finestra, Lavìs, 2008). Vale la pena di leggere questo libro, fosse solo per la bibliografia; questa, oltre che nei ritagli assegnati com’è prassi, si snoda soprattutto lungo la pregevole prosa degli interventi di Marzio Pieri, vera miniera, fontana vivace di libri obliati, dal fascino perduto ma indimenticabile, che filtra dai pur brevi accenni di Pieri.
La raccolta è corposa, gli autori antologizzati moltissimi, ma non troppi; la qualità eccellente e costante. La migliore opera di questo genere che mi sia capitata sotto gli occhi, fosse solo per due motivi.
Il primo è l’ampio spazio dedicato ad Angelo Maria Ripellino (pagg. 113-125; e poi un articolo molto interessante di Alessandro Fo alle pagg. 179-200: Angelo Maria Ripellino e il ‘Ciclo di Zora’), sacrificato, di solito, sull’altare della traduzione. Insomma, la poesia da recitare, da leggere, da cantare ad alta voce (in barba alla noia barbona dei poetucoli anti-musicali e del dopo-la-lirica) non poteva trovare esponente migliore (pag. 122):

Non si accorgeranno nemmeno
di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto
in questa fiera di gattigrù delle lettere.
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pollivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuol bere.

Il secondo motivo è la presenza di una sezione, la seconda, dedicata ai cantautori: Cant’auctor, dove troviamo De André, Conte, Battiato, Capossela (finalmente!) e altri (imperdonabile, però, l’assenza di Guccini). A dirla tutta, questi non sono affatto, strettamente parlando, invisibili; tuttavia, non mi pare esistano raccolte poetiche (mondane) che li includano; giusto, quindi, il rimprovero dei curatori: «Un ‘centone’ della poesia del Novecento italiano che non presenti al proprio interno una selezione delle liriche dei cantautori vuol dire tacere una realtà di fronte alla storia» (pag. 203).
Infine, il buon gusto poetico (ci fosse bisogno di un nessuno come me per dirlo) sceglie versi apprezzabili in quanto tali, oltre qualsiasi mondanità (se non mi dovessero piacere solo perché cristiani, sarebbe come se non mi piacesse il bel viso di una ragazza solo perché non potrei godere di lei fisicamente). Luisito Bianchi, Lunario Pasquale. Venerdì III (pag. 399):

Mandava lampi alla luna la banda
e l’arciprete salmi senza il gloria;
donne e incenso odoravan di lavanda,
la terra di ruchetta e di cicoria.

Davanti a tutti con la croce astile
guidavo lo snodarsi del corteo;
in quella notte d’incantato aprile
mi sentivo il prescelto cireneo.

Squartati agnelli e testine di manzo
con in bocca un limone penzolavano
in beccheria come invito al pranzo

di pasqua, veli di donne ruotavano
con un bisbiglio: Un chilo, e m’è davanzo.
Il clero e il Cristo morto concordavano.

Almeno nell’ultimo verso di questa poesia il clero e il Cristo sono riusciti a concordare. E a noi resta il dolce sapore, in bocca e nelle orecchie, del melodioso e paradossale fluire dei versi invisibili.