Si sbatte il muso contro le inconsistenti derive dei giorni; ché tali sono le svolte, le scelte, gli eventi. E quando non rimane nulla da perdere, ti rifugi in ciò che hai perduto per sempre, i ricordi; quelli almeno non li puoi perdere mai più. Le settimane, i mesi, poi, cancellano i cambiamenti, tutto ritorna uguale a prima, tutto somiglia e si ripete (diceva Ripellino), e la vigliaccheria del ricordare è scacciata come una mosca che s’era posata su una merda. Piano piano si invecchia. Si comincia da giovani e non si finisce più. Lo sapeva bene Céline:
Ah! se l’avessi incontrata prima, Molly, quando c’era ancora il tempo di prendere una strada invece che un’altra! [...] Ma era troppo tardi per rifarmi una giovinezza. Ci credevo più! Si diventa rapidamente vecchi e in modo irrimediabile per giunta. Te ne accorgi dal modo che hai preso di amare le tue disgrazie tuo malgrado. La natura è più forte di te, ecco tutto.
(L. Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, Milano 2009, pagg. 256-257)
Si dovrebbe essere come un’anima divina, un’anima di Cristo che riempie tutti i luoghi, sì da non avere più nostalgia. Oppure come il dio di Spinoza.
Allora, facciamola codesta vigliaccata, rifugiamoci nell’infanzia. Rigurgitiamo, financo.
Ho scovato un libriccino di tal Bruno Tognolini, autore, tra gli altri, de L’albero azzurro e La melevisione. Ora, ci ho trovato più poesia lì che nel fior fiore dei poeti salottieri e ‘ufficiali’. Il libro in questione titola Mal di pancia calabrone (Nord-sud edizioni, Milano 2009, seconda edizione della terza ristampa; la prima edizione risale al 1995). Sono 50 componimenti: 49 quartine e un distico (Codetta) a conclusione. Il genio dell’autore sta nel vedere ciò che tutti vediamo epperò riuscire a renderlo poetico. Il sottotitolo recita: Formule magiche per tutti i giorni; devo dire che le formule sono efficaci perché sono davvero magiche. Se Novalis sosteneva che tutto è fiaba, Tognolini realizza tale detto. L’esistenza è svelata — è fiaba. Basta saper guardare e pronunciare le giuste formule magiche. Si narra che Empedocle placò uno scatto d’ira d’un uomo recitando ad alta voce un verso di Omero. Qui i ‘piccoli’ problemi quotidiani sono sedati, estinti, resi fiabeschi da un torno di quattro rime.
I calzini che scendono e non vogliono star su, i semafori che sembrano rimanere rossi, il mal di pancia, il mal di schiena del papà, la tosse, la fortuna al gioco: ogni fastidio che attanaglia la ‘piccola’ (non da intendersi in senso anagrafico) quotidianità trova la formula magica appropriata. Giusto un paio di esempi, prima di concludere con le mie due predilette:
Contro i brutti sogni
Brutto sognaccio pauroso e tremendo
Te ne approfitti che stavo dormendo
Ma ora son sveglio e ho aperto gli occhi
Vediamo se adesso mi tocchi
Per far star zitti gli allarmi delle auto
Macchina scema che gridi per niente
Solo per fare arrabbiare la gente
Nessuno ti ruba, nessuno ti tocca
Piantala macchina sciocca
Questo il meraviglioso tenore dell’intera raccolta. Per farla breve, come le quartine, chiudo con le due che preferisco:
Contro gli spot della televisione
Specchio stregato di puzza di piedi
Non sono scemo come tu credi
Nel bosco magico io non ci vengo
E se non la smetti ti spengo.
Contro tutto
Giorno di schifo, sera di moccio
A casa mi stufo, a scuola mi scoccio
Uffa che noia, uffa che brutto
Uffa che uffa di tutto.
Posted 4 months, 3 weeks ago at 21:08. 6 commenti
Non ho mai avuto la tempra dell’eroe; ossia non ne ho mai avuto il coraggio. Dell’eroe possiedo solo l’insoddisfazione verso questa realtà; ma poiché la realtà è una ed il tempo opera così poco su di essa, dire ‘verso questa realtà’ e ‘verso ogni realtà’ è pressoché la stessa cosa. Insomma, sono un pappamolla insoddisfatto, incapace di battersi fino alla morte per qualcosa, adducendo la codarda (spacciata per cinica) motivazione: “tanto non ne vale la pena”.
Qualche giorno fa mi sono posto il seguente quesito: se la deriva bonariamente autoritaria in cui sta scivolando questa Italietta di pantofolai e vestagliati dovesse definitivamente risolversi in una dittatura violenta e se, una volta avvenuto ciò, chi non si allineerà al regime sarà perseguito, perseguitato e, a meno che non si riallinei, torturato e finanche ucciso, ebbene, io, in tal caso, che farei?
Giro questa domanda a tutti i lettori, invitando chi ha un blog a rispondere su quello, chi non ce l’ha o non vorrà a lasciare un commento. Ovviamente le risposte dovranno essere motivate. Consideriamo questo piccolo Gedanken experiment come un “censimento dei martirii possibili”. Vi espongo ora la mia risposta e le mie motivazioni.
Probabilmente la scelte drastiche che si compiono quando gli eventi sono già al culmine sono diverse, non rispondono più alla logica a cui ciascuno è abituato (cioè: non rispondono al proprio pensiero abituale); probabilmente, in un caso del genere, potrei anche scoprirmi impavido eroe; tuttavia la mia risposta di adesso è questa: non vorrei essere un martire, cioè cercherei di fuggire e se non ci dovessi riuscire abiurerei. Ad una sola condizione, però: se abiuro, voglio che mi lascino libero; se abiurassi e mi tenessero lo stesso prigioniero, allora abiurerei l’abiurare.
Perché, mi chiedo, dovrei farmi ammazzare? Per cosa? Per chi? Per la mia coerenza? Me ne fotto della coerenza: una volta libero fuggirei, che so, all’estero, e da lì continuerei a dire e pensare le cose che realmente dico e penso. Dovrei farlo per gli italianetti? Fanculo agli italianetti; colpa loro se siamo qua. Dovrei farmi ammazzare per quelli che mi hanno condotto a quel punto? Dovrei regalare loro un martire? A cosa è mai servito un martire? Solo a commettere altri scempi nel suo nome. Ernesto Guevara, per dirne uno, è servito più da vivo che da morto. Dovrei fare l’eroe per quella parte di Italia che è contraria a questo stato di cose? Che parli da sé, quella parte; che faccia lei l’eroe se ne è capace. Per il futuro? Per i figli? Il futuro non mi importa; figli non ne voglio e non ne avrò (si spera).
Insomma, detto chiaro: non sarei disposto a morire per un’Italia migliore.
Paura di morire? Certo, come ce l’hanno tutti; ma non si tratta di questo. La questione è annosa: meglio Thomas Mann che dall’America inveisce contro il nazismo, oppure Ernst Jünger che senza alzare la voce (attentato a parte) e con la divisa cerca di aiutare i poverazzi? Oppure meglio i ragazzetti de La rosa bianca? Io farei come Jünger; se mi fosse impossibile, fuggirei come Mann. La rosa è bella, certo; ma io sono un caprone brutto e scuro; a questo non vorrei aggiungere la beffa dell’inutilità.
Posted 9 months, 2 weeks ago at 12:03. 8 commenti
Come già feci una volta sul vecchio blog, un po’ per celia, un po’ per passatempo, un altro po’ per tentare di scacciare questa baldracca e vigliacca malinconia che mi porto addosso e ancora il restante po’ per rendere meno radi i post, ho selezionato alcune chiavi di ricerca tramite cui alcuni sono giunti su questo sito. È interessante, perché si può vedere che a volte la gente cerca cose assurde, altre volte non ha la minima idea di come funzionano internet ed i motori di ricerca e infine, più spesso (anche se qui non ho selezionato i tanti errori in frasi pur brevissime), che non sa manco scrivere.
i segreti di cateno tempio: chiave di ricerca sopraffina, che mi spinge a diverse domande: 1) chi mai è costui che ricerca i miei segreti? 2) se pure avessi questi ‘segreti’, secondo lui li spiattellerei su internet? 3) forse dipende dal cognome? Il Tempio templare?
coglia: «Ben era il generato dalla nube | acro e bimembre, uom fin quasi al pube, | stallone il resto dalla grossa coglia» (G. D’Annunzio, La morte del cervo)
filosofi morti: che schifo, quelli vivi!
le ragazze di cateno tempio: se cercate l’immagine ci sono io con accappatoio e sigaro circondato da ragazze coniglietto.
oltretomba gigante: di sicuro non l’ha cercato Berlusconi. Ma poi, dico, rinchiudersi in una bara in cui ci si sta appena e voler alloggiare in una suite?
muffa sui muri: m’ha fatto venire la tentazione di rinominare così questo sito.
cateno empio anobii: un misto di rigurgiti cristiani, accuse di empietà, dèi egizi e librerie virtuali.
bernoccolo sulla fronte: me lo sono fatto quando avevo sette anni. Vedi qui. Una mia amica mi chiama da sempre ‘Broccolo’; inoltre mi prende in giro per il bernoccolo. Quindi le ho detto che mi può chiamare ‘B(e)r(n)occolo’. Fate voi.
vita può solo peggiorare: sta tanto male, poveretta?
vorrei inparare ad aggiustare le bici tutte: iNpara… Ma proprio tutte tutte? Tutte quelle del mondo? Contemporaneamente?
puttane a regalbuto: a chi mi dice chi sono gli offro un giro.
abolire festa sant’agata: davvero? Non vedo l’ora.
san cateno: oh! Almeno prima lasciatemi morire. Mi sostituiranno a sant’Agata?
poesie in rima baciata sull’ estate: Sta finendo l’estate. | E voi che cosa fate? | Cercate in questo blog… | Ma andiamo! Un po’ di smog, | di afa cittadina | se uscite di mattina, | coi vostri motorini | tra i cani ed i bambini, | ché ancora non c’è scuola. | Eppure il tempo vola: | e voi restate qua, | storditi baccalà, | in cerca sul mio sito, | cliccando con il dito. | E mentre fuori è estate | attoniti guardate | due tette su Badoo; | e poi per dir di più | (poiché non me ne frega) | Youporn ed una sega. | Più vecchi di Abacùc, | chattiamo su Feisbùk. | Gruccioni e rondinelle, | gra gra di raganelle, | cicaleccii e zanzare, | e poi il week-end a mare. | Settembre, andiamo, estate | di gnomi, puffi e fate; | spariti, pure loro, | con pentole e tesoro; | e non c’è più nemmeno | un grigio arcobaleno. | Addio folletti e fate; | sta finendo l’estate.
Posted 12 months ago at 13:54. 7 commenti
Quello strano crogiolo che è l’opera poetica di Corrado Govoni comprende (o non comprende, manca di comprendere) una raccolta che al primo assaggio scivola quasi senza lasciare sapore in bocca, ma fa sentire il retrogusto amaro e cianfrusagliescamente malinconico anche dopo anni (come infatti mi è accaduto: lessi quei versi circa sette anni fa, non avrei mai creduto di poterli ricordare e invece in questi giorni sono riaffiorati da chissà quale oscuro meandro della memoria).

È la raccolta dell’impossibilità del compimento, di ciò che è necessariamente spezzato, inconchiuso; la raccolta titola: Gli aborti. Eccone uno:
Le dolcezze
Le domeniche azzurre della primavera.
La neve sulle case come una parrucca bianca.
Le passeggiate degli amanti lungo il canale.
Fare il pane la mattina di domenica.
La pioggia di Marzo che batte sui tegoli grigi.
Il glicine fiorito su pel muro.
Le tende bianche alle finestre del convento.
Le campane del sabato.
I ceri accesi davanti alle reliquie.
Gli specchi illuminati nelle camere.
I fiori rossi sopra la tovaglia bianca.
Le lampade d’oro che s’accendono la sera.
I crepuscoli di sangue che muoion sulle mura.
Le rose sfogliate sul letto dei malati.
Suonare il pianoforte un giorno di festa.
Il canto del cuculo nella campagna.
I gatti sopra i davanzali.
Le candide colombe sui tetti.
Le malve nelle pentole.
I mendicanti che mangian sulle soglie delle chiese.
I malati al sole.
Le bambine che si pettinano l’oro al sole sulle porte.
Le donne che cantano alle finestre.
Ora, ovviamente siamo tutti degli aborti, qualcosa che potremmo essere stati e che invece non siamo; tuttavia, l’essere aborti è nella nostra natura, ci è tanto essenziale da non poter essere altrimenti. Non possiamo essere altrimenti che aborti; non potremmo essere diversamente che aborti. Ma se l’aborto è un non poter essere, allora non possiamo essere che non poter essere: in ciò sta la nostra natura abortiva, la nostra intima contraddizione.
Spesso, dunque, mi ritrovo in malinconie sconclusionate, in meditazioni di aborti, appunto; in aggiunta, non sono poche le volte in cui dico, anche scherzando: “Ah, io avrei dovuto fare…”, completando di volta in volta la frase con: “il comico”, “l’attore”, “il ballerino”, “la rock star”, “il regista”, “il cabarettista”, “il filologo”, “il ciclista”, “il musicista”, “il cestista” e così via.
I miei aborti, che proporrò così come verranno mentre li scriverò, sono pertanto l’intreccio di malinconie e ‘avrei dovuto fare’.
Il cuginetto invitato a pranzo.
I pomodori e il basilico di ritorno dalla campagna.
La sabbia, la carriola, le pietre.
Il volto appena struccato dopo un compleanno di un bambino.
Una sera d’amore in macchina mentre piove.
L’entusiasmo per la poesia prima dei vent’anni.
Gli sketch con Ambra.
L’odore dell’armadietto dei palloni da basket.
La cicatrice sul ginocchio.
L’ape che mi vola attorno al lago.
Presentare la fidanzatina ai nonni.
La lite del 25 aprile 2003.
I fiori coltivati ai bordi dell’orto.
Risalire in bicicletta dopo una caduta.
I sorrisi da gattina di Erika.
Uscire odorando i fiori ancora inebriato dal corpo di una donna.
I gradini, le lentiggini e l’ombrello arancione come un tetto di luce d’acqua.
La prima lettura di Tonio Kröger.
Lo stornello che cova in un giardino abbandonato.
L’attesa di un giorno di neve.
Gli occhi di E.
Posted 1 year ago at 13:19. Un commento
I post si diradano come i giorni in cui riesco a racimolare due spiccioli di senso da spendere in esistenza. Gli alti e i bassi, le esaltazioni e le depressioni, eleganza e squallore, lucidità e offuscamento si alternano, certo, ma neanche equamente; le maggiori profondità – gli abissi – sono prerogativa dei termini negativi di queste coppie.
Il successo mi debilita, di qualunque tipo sia; la solitudine mi sconforta; la gente mi infastidisce; tanto più faccio, quanto più distruggo. Il mare mi schifa; le panze e gli ombrelloni mi nauseano; il sudore, le abbronzature, gli oli, le creme, l’acqua del mare mi danno il voltastomaco.
Ciò che mi trattiene dall’edonismo più sfrenato è la pigrizia; tutto è vano ed ogni azione è inutile. Non mi importa di niente.
Con questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, coglione chi si affatica a pensare e a scrivere. (G. Leopardi, Lettera ad Antonio Papadopoli, Pisa 25 Febbraio 1828)
L’unico motivo per leggere e scrivere è il mio piacere, nient’altro. Per quale altro scopo? La cultura non ha mai salvato nessuno, dell’umanità me ne frego, dopo morto sarò meno che niente.
Un libro illuminante, capace di schiudere le porte del meraviglioso perché ci svela ciò che abbiamo perduto, ossia il mundus imaginalis, mi ha avvolto e affascinato, sebbene poi in fondo mi sembri una sciocchezza, un’illusione come un’altra, solo un esercizio per schiuderci nuovi orizzonti di pensiero (e non è per nulla poco). Ne riporto un passo:
Fatimiya, termine astratto che tradotto letteralmente dà qualcosa come ‘fatimianità’, ma che il termine ‘sofianità’ esprime ancor più direttamente non appena noi riconosciamo nella persona eterna di Fatima la Splendente colei che altrove è chiamata Sophia. [...]
E’ la Sophia del mazdeismo e la tipificazione della Terra celeste. Spandarmat-Sophia è la ‘padrona di casa della Dimora’, è la Dimora stessa come Arcangelo femminile della Terra che è Terra di Luce. [...] Rivestirsi di questa sofianità è per l’essere umano accedere fin d’ora alla Terra celeste, al mondo di Hurqalya, mondo della ‘corporeità celeste’, che è quella dei corpi sottili di luce. (H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi, Milano 2002, pag. 21)
Ancora per pigrizia, non commento nulla. Cito una frase soltanto dal libro che sto leggendo in questi giorni e che ho pure inserito nell’IPSE DIXIT nella colonna a sinistra:
Una notte dopo l’altra, volti a cui avevamo dato il bacio d’addio ritornano a chiedere ancora qualcosa. (J. Hillman, Il sogno e il mondo infero, Adelphi, Milano 2003, pag. 123).
Alla profonda malinconia di questi giorni ha contribuito notevolmente Tristan und Isolde di Wagner. Cerco di ascoltarlo il meno possibile, ma con scarsi risultati, anche perché quando non la ascolto la sento nella mia testa. È cambiato tutto, dopo aver conosciuto quest’opera. Tutto. Anche la mia percezione musicale è cambiata; vecchi brani che conosco a memoria hanno acquistato una luce diversa; si è verificato un’acuirsi della sensibilità e mi commuovo molto più facilmente. Pertanto questa breve incursione pacata e distaccata non può che concludersi come il Tristan. (Propongo la direzione di Furtwängler.)

Aggiungo soltanto la traduzione dei versi:
ISOLDE ISOTTA
Mild und leise Dolce e lieve,
wie er lächelt, come sorride,
wie das Auge come l’occhio
hold er öffnet, – incantevole egli apre –
seht ihr’s, Freunde? vedete, amici?
Säh’t ihr’s nicht! Forse non lo vedete?
Immer lichter Sempre più luminoso
wie er leuchtet, come risplende,
sternumstrahlet raggiante quasi stella,
hoch sich hebt? in alto si leva?
Seht ihr’s nicht? Non lo vedete?
Wie das Herz ihm Come il suo cuore ardito si gonfia,
mutig schwillt, colmo e sublime
voll und hehr nel petto gli zampilla?
im Busen ihm quillt? Come dalle sue labbra
Wie den Lippen tenere e soavi
wonnig mild, un dolce respiro
süsser Atem molle s’effonde –
sanft entweht: – Amici! Vedete!
Freunde! Seht! Non lo sentite? Non lo vedete?
Fühlt und seht ihr’s nicht? O forse io sola odo
Höre ich nur questa melodia,
diese Weise, che sì mirabile,
die so wunder- sì soave,
voll und leise, dolente per voluttà,
Wonne klagend, tutto esprimendo,
alles sagend, soavemente conciliante
mild versöhnend da lui riverberando,
aus ihm tönend, penetra in me,
in mich dringet, in alto si lancia,
auf sich schwinget, dolcemente echeggiando
hold erhallend risuona a me d’intorno?
um mich klinget? Più chiare risuonando,
Heller schallend, fluttuandomi appresso,
mich umwallend, son forse onde
sind es Wellen di teneri zefiri?
sanfter Lüfte? Son forse onde
Sind es Wogen di voluttuosi vapori?
wonniger Düfte? Mentre si gonfiano,
Wie sie schwellen, mi sussurrano intorno,
mich umrauschen, devo respirarle?
soll ich atmen, devo ascoltarle?
soll ich lauschen? Devo aspirarle?
Soll ich schlürfen, in esse svanire?
untertauchen? Dolcemente
Süss in Düften nei vapori esalare?
mich verhauchen? Nel flusso ondeggiante,
In dem wogenden Schwall, nell’armonia risonante,
in dem tönenden Schall, nello spirante universo
in des Weltatems del respiro del mondo –
wehendem All, – annegare,
ertrinken, inabissarmi –
versinken, – senza coscienza –
unbewusst, – suprema voluttà!
höchste Lust!
Posted 1 year ago at 19:52. 11 commenti