Archivi tag: Prosopon

Autointervista

A me stesso.
A nessuno.

Domanda: Perché fai filosofia?

Risposta: Umpf…

D: Va bene, mi correggo: perché ti ostini a far filosofia?

D: Ma che domanda del cazzo! Tu perché ti ostini a campare?

R: Piano, piano. Qui le domande le faccio io, altrimenti i lettori si confondono.

R: E chi se ne fotte dei lettori! Ogni cosa ben scritta è uno schiaffo in faccia al lettore. Che si leggano i ricettari, se si vogliono cose buone.

D: Ma come! Allora così chi ti leggerà mai?

R: Gli scolari, i giornalisti, gli accademici: questi scrivono per farsi leggere; e si vede cosa ne vien fuori! C’è un certo garbo nelle orribili formulette che utilizzano e inventano. Non a caso scuola, giornali, università sono il focolaio dell’appestamento politico. Come sono garbati i nostri politici! Pure quando mostrano il dito medio, pure quando vanno a mignotte, pure quando ci pigliano per il culo: quale garbo, signori!

D: E quindi tu che vuoi fare?

D: Ma tu chi sei?

R: Io sono te.

D: E io sarei te?

R: Esattamente.

D: E chi sta intervistando chi?

R: Nessuno. Se io sono te e tu sei me, allora non si dà intervista. È un monologo. Ma resta un problema: chi è questo me?

D: A me sembra che tu voglia sviare il discorso per evitare di rispondere…

R: Chi rilascia interviste è un cretino. Kierkegaard, che cretino certo non era, non rilasciava interviste.

R: Ma come! Tu hai già rilasciato interviste, in almeno un paio di occasioni!

R: Vuol dire che sono un cretino. Intervisti me, io mi rispondo pure: sono un cretino.

R: Non ci capisco più niente… Abbiamo cominciato male.

R: E finiremo peggio. Chi mal comincia è metà dell’opera.

D: Smettila. Rispondi, piuttosto: perché scrivi?

R: E che ne so…

D: Se scrivi è per farti leggere, no?

R: No.

D: Dannazione!, sei davvero cretino?

R: Sì, te l’ho detto.

D: Non credi che se scrivi è perché vuoi essere letto? Non è perché ti importa che qualcuno sappia ciò che pensi, che esprima un giudizio estetico, critico, o come che sia, sulle tue cose? Non hai insegnamenti da impartire?

R: Ma per carità! Sembri – sembro – una fanciulletta ottocentesca. Lo ripeto di nuovo: me ne strafotto del lettore! Che si impicchi! Che affoghi nelle mie parole. L’unico rapporto che voglio avere con chi mi legge è di prenderlo a sonori ceffoni. Per questo vorrei che qualche cristiano genuino leggesse fino in fondo tutti i miei scritti, così, quando mi porge l’altra guancia, posso prenderlo due volte a schiaffi. Non mi importa di nulla. Vorrei essere crocifisso sulla carta coi chiodi della parole. Vorrei risolvermi in scrittura: essere testo e non altro. È più bello e serio che un libro venga scritto, piuttosto che letto. Ma io non sono né bello, né serio. Un brutto buffone: ecco cos’è lo scrittore. E cosa c’è di più bello che prendere per i fondelli il lettore? Leggono libri come andassero al circo: s’aspettano di vedere acrobati spericolati, giocolieri incredibili, leoni e tigri addomesticati. E tu invece ti presenti tutto straccione, non sai fare roteare nemmeno tre palle, non sai camminare su una corda, non sai dondolarti sul trapezio sopra le loro piccole testoline. Poi, per scherzo, ti sei mischiato a loro, li hai coinvolti, li hai schiaffeggiati in pubblico e tutti hanno riso. Se ne vanno delusi: volevano uno spettacolo emozionante, mentre tu hai offerto due sberleffi, quattro pernacchie, tigri e leoni selvaggi. Così, tra la paura e il ridicolo, i bravi borghesucci tornano a casa. Il bello è che poi al circo ci tornano; il bello è che si ostinano a leggere e a non capirci un cazzo.

R: Continua così e morirai in miseria.

R: Già… Come se a scrivere queste cose si fosse mai arricchito qualcuno…

D: Mi sono scordato chi fosse a fare domande all’inizio. Io o tu?

D: Non è lo stesso? Non siamo lo stesso niente? Non siamo un unico e solo cretino? Fatti il conto, sali su e guarda il colore… Non so, regolati.

D: Dài, non essere sempre così scontroso e caustico. Ormai siamo entrati in confidenza, ti pare? Dopo tutti questi anni trascorsi assieme…

R: Non ti sopporto, lo sai. Però non potrei vivere senza di me.

D: Ogni grande amore è così. Dimmelo infine: perché ti ostini a fare filosofia?

R: Ma come! Non l’hai ancora capito? Mi sembri un lettore pure tu, tanto non capisci niente. Faccio filosofia per prendere a schiaffi la gente. Oh, nulla di troppo violento, certo. Loro – non molti, in verità – vengono a vedermi, vengono a leggermi. S’aspettano uno spettacolo, s’aspettano di divertirsi. E io invece li piglio in giro, mollando loro due sonori ceffoni, ma così, come un marameo, una smorfietta infantile e vezzosa, un buffetto antipatico e paternalistico. Poi rido, rido a crepapelle. Ora l’hai capito?

D: Non molto.

R: Faccio filosofia come si fa tutto ciò che si ama: — per scherzo.

Ridi, pagliaccio

I pagliacci fanno ridere, non fanno innamorare. (Lo dissi a una mia amica che, per tutta risposta, rise. Non mi stupisce: nell’ultimo dei Diapsalmata, Kierkegaard narra un sogno: si trovava al cospetto degli dèi; questi gli chiesero se avrebbe voluto la giovinezza, l’amore di una bella donna, la bellezza, il potere, qualche tesoro; egli disse di voler vivere sempre con il riso accanto. Gli dèi non proferirono alcunché, ma scoppiarono in una fragorosa risata. Non sarebbe stato peggio, chiosa Kierkegaard, se gli dèi avessero risposto seriamente: «Sei stato esaudito»?)
Sartre sentenziava che l’inferno sono gli altri. Non l’ho mai creduto; ciascuno è il proprio inferno, così come secondo Platone ciascuno sceglie il proprio demone. Il demone è il δαίμων, che per certi versi potremmo tradurre come carattere; eppure una traduzione più suggestiva potrebbe essere destino. Il δαίμων è il punto esatto di tangenza tra la perfezione del moto circolare celeste e la retta terrestre dei mortali: il destino e il carattere, la necessità e la contingenza. Non a caso il ‘demone’, secondo la maniera tradizionale d’intenderlo, è qualcosa a metà tra il dio e l’uomo.
(Noto per inciso, perché voglio sia chiaro, che rifuggo da ogni religione o trascendenza; il mio modo di esprimermi è puramente metaforico, ossia – artistico.)
Da quanto detto, risulta chiaro che non si sfugge al proprio demone, poiché non si può sfuggire a se stessi — mai, in nessuna circostanza. L’unica fedeltà esistente è la fedeltà a chi meno lo merita — la propria persona. È una fedeltà fanatica e cieca, peggio di quella di un cane verso il proprio padrone.
Per ricondurre il discorso all’incipit, mettiamo che il proprio demone sia la buffoneria pagliaccesca. Il caso è interessante, perché entrano in gioco l’innamoramento e l’arte. Poniamo il problema in termini filosofici: la circolarità celeste, la necessità dell’arte quale punto di tangenza ha con la retta dei mortali, con la contingenza dell’innamoramento? Come si configura questo δαίμων?
La figurazione fissa i problemi filosofici, e al contempo li lascia dileguare. Potremmo dire: li ri-solve. La figura che possiamo contemplare riguardo al nostro tema è il vagabondo di Charlie Chaplin. La faccenda ci è sbattuta in faccia in tutta la sua urgenza e violenza (esistenziale, certo, ma tant’è) ne Il circo. Il pagliaccio per natura, il pagliaccio che fa ridere solo quando ne è inconsapevole, si innamora della figlia del padrone. Prevedibilmente, la ragazza si innamora dell’acrobata. Tutto è già tracciato, tutto è già deciso in partenza. Quando il pagliaccio fa ridere, l’innamoramento con tutti i suoi fastidi svanisce. Quando il pagliaccio mostra i suoi sentimenti, non fa ridere più, non serve a nulla. Se il pagliaccio prova a vestire i panni dell’acrobata, ne è solo la parodia, è assalito dalla scimmie, sembra quasi dover fare la fine del funambolo nietzscheano. Ovviamente, alla fine rimarrà solo; la scena è così cruda da far avvertire una sorta di solitudine cosmica. Ma quasi seguendo il precetto di Cristo, il vagabondo si scuote la polvere dai calzari, e addio agli sposi felici. A ciascuno la sua solitudine, anche in due.
D’altro canto, l’unica via d’uscita per il pagliaccio è sottrarsi a ciò che comunemente chiamano ‘realtà’ (la gente adora simulacri). In Tempi moderni vi è un perpetuo eludere tale cosiddetta realtà, che nel mondo contemporaneo coincide con l’economia. I macchinari, i bisogni economici, gli scioperi: il pagliaccio è semplicemente alieno da tutto ciò. Se si presta ai giochetti della modernizzazione, o impazzisce o viene gettato in gattabuia. Tuttavia, la solitudine viene squarciata. La monella, ladra per fame, genuina come i bambini e capace di guardare al mondo anche per il pagliaccio, è il punto di tangenza tra arte e vita, tra necessità e contingenza. Per una volta, almeno, arte e vita si toccano; ma c’è chi deve essere capace di vedere tutto ciò. In ogni caso, scuotendo o meno la polvere dai calzari, il pagliaccio tira avanti, all’alba, sorridendo.

Immagine anteprima YouTube

Postilla critica. Ragionare sul rapporto tra arte e vita dopo Wilde e, soprattutto, Nietzsche sembra sterile, se non addirittura superbo. Abbiamo assodato che l’esistenza e il mondo sono fenomeni estetici. Quando mi chiedono perché fumo, dico che il sigaro o la sigaretta è un’appendice estetica, e lì mi fermo. I discorsi intorno all’arte sono noiosi e inutili.
Con la cosiddetta ‘morte dell’arte’, espressione che sta a significare la nostra impossibilità di fruire immediatamente le opere d’arte poiché non rivestono più l’importanza totalizzante che avevano in altre epoche, abbiamo capito che per comprendere l’arte bisogna parlarne, bisogna concettualizzarla, dato che ormai l’arte (seguo il paradigma hegeliano) è più dalla parte del concetto che del senso. Orbene, credo sia giunto il momento di re-imparare a tacere (ovvero di lasciare risuonare il dire oltre il concetto). Non parlare di arte, bensì fare arte. Anche in filosofia (e a tal proposito rimando a questo breve testo tratto dal programma della Hochshule für Gestaltung di Sloterdijk e Groys). In ultima analisi, risuoni il monito nietzscheano, ripetuto allo sfinimento da Carmelo Bene: bisogna essere dei capolavori.

Uffa che uffa di tutto!

Si sbatte il muso contro le inconsistenti derive dei giorni; ché tali sono le svolte, le scelte, gli eventi. E quando non rimane nulla da perdere, ti rifugi in ciò che hai perduto per sempre, i ricordi; quelli almeno non li puoi perdere mai più. Le settimane, i mesi, poi, cancellano i cambiamenti, tutto ritorna uguale a prima, tutto somiglia e si ripete (diceva Ripellino), e la vigliaccheria del ricordare è scacciata come una mosca che s’era posata su una merda. Piano piano si invecchia. Si comincia da giovani e non si finisce più. Lo sapeva bene Céline:

Ah! se l’avessi incontrata prima, Molly, quando c’era ancora il tempo di prendere una strada invece che un’altra! [...] Ma era troppo tardi per rifarmi una giovinezza. Ci credevo più! Si diventa rapidamente vecchi e in modo irrimediabile per giunta. Te ne accorgi dal modo che hai preso di amare le tue disgrazie tuo malgrado. La natura è più forte di te, ecco tutto.
(L. Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, Milano 2009, pagg. 256-257)

Si dovrebbe essere come un’anima divina, un’anima di Cristo che riempie tutti i luoghi, sì da non avere più nostalgia. Oppure come il dio di Spinoza.
Allora, facciamola codesta vigliaccata, rifugiamoci nell’infanzia. Rigurgitiamo, financo.
Ho scovato un libriccino di tal Bruno Tognolini, autore, tra gli altri, de L’albero azzurro e La melevisione. Ora, ci ho trovato più poesia lì che nel fior fiore dei poeti salottieri e ‘ufficiali’.  Il libro in questione titola Mal di pancia calabrone (Nord-sud edizioni, Milano 2009, seconda edizione della terza ristampa; la prima edizione risale al 1995). Sono 50 componimenti: 49 quartine e un distico (Codetta) a conclusione. Il genio dell’autore sta nel vedere ciò che tutti vediamo epperò riuscire a renderlo poetico. Il sottotitolo recita: Formule magiche per tutti i giorni; devo dire che le formule sono efficaci perché sono davvero magiche. Se Novalis sosteneva che tutto è fiaba, Tognolini realizza tale detto. L’esistenza è svelata — è fiaba. Basta saper guardare e pronunciare le giuste formule magiche. Si narra che Empedocle placò uno scatto d’ira d’un uomo recitando ad alta voce un verso di Omero. Qui i ‘piccoli’ problemi quotidiani sono sedati, estinti, resi fiabeschi da un torno di quattro rime.
I calzini che scendono e non vogliono star su, i semafori che sembrano rimanere rossi, il mal di pancia, il mal di schiena del papà, la tosse, la fortuna al gioco: ogni fastidio che attanaglia la ‘piccola’ (non da intendersi in senso anagrafico) quotidianità trova la formula magica appropriata. Giusto un paio di esempi, prima di concludere con le mie due predilette:

Contro i brutti sogni

Brutto sognaccio pauroso e tremendo
Te ne approfitti che stavo dormendo
Ma ora son sveglio e ho aperto gli occhi
Vediamo se adesso mi tocchi


Per far star zitti gli allarmi delle auto

Macchina scema che gridi per niente
Solo per fare arrabbiare la gente
Nessuno ti ruba, nessuno ti tocca
Piantala macchina sciocca

Questo il meraviglioso tenore dell’intera raccolta. Per farla breve, come le quartine, chiudo con le due che preferisco:

Contro gli spot della televisione

Specchio stregato di puzza di piedi
Non sono scemo come tu credi
Nel bosco magico io non ci vengo
E se non la smetti ti spengo.

Contro tutto

Giorno di schifo, sera di moccio
A casa mi stufo, a scuola mi scoccio
Uffa che noia, uffa che brutto
Uffa che uffa di tutto.