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Settantuno libri sotto i piedi

Forse chi legge è solo stanco di sentire ancora parole; preferisce vederle. Credo di intrattenere con le parole lo stesso rapporto che vorrei con gli essere umani, soprattutto se di sesso femminile: non sentirli, ma vederli e basta, possibilmente – se piacevoli – nudi e crudi.

Se per ogni libro che ho letto conoscessi così una persona, sarei un profondo conoscitore di uomini. E se poi ne avessi spogliati quanti ne ho sfogliati, potrei dire a mio fratello di tenermi un catalogo, come Leporello.

Ma il fratello Leporello mi sa che dovrà accontentarsi d’essere il malcapitato bastone della mia vecchiaia. Perché dei libri che leggo sento il peso addosso. E chissà – ma favoleggio – se gli animali sono leggeri perché non hanno mai letto una riga. E noi lettori, invece, tanto più curvi e ingibboniti quanti più libri leggiamo. Un famoso passo proustiano immagina che gli uomini siano «appollaiati su viventi trampoli che aumentano senza sosta sino a diventare, a volte, più alti di campanili, sino a rendere difficili e perigliosi i loro passi, e da cui improvvisamente precipitano». A questi trampoli io sostituisco i libri, che dapprima sembrano più stabili e saldi, ma che già a parità d’altezza, si mostrano più vacillanti dei semplici trampoli del tempo. Le letture non solo mi crescono a gobba; pure mi si accumulano sotto i piedi. Per non parlare delle cose che imparo a memoria: quelle sono proprio come il fango che mi s’incolla sotto le scarpe. Come con le scarpe nelle pozzanghere per pulirle, ho voglia a sguazzare nell’alcol, per dimenticare: le mie scarpe hanno sempre più fango, il mio passo è sempre più pesante.

Quest’anno mi sono messo sotto i piedi settantuno libri. Di seguito alcuni tra i più belli.

  • C. Pavese, Dialoghi con Leucò. È un libro che non analizza i miti, bensì ce ne rende l’essenza, l’atmosfera; di più, li ricrea. I brevi dialoghi di cui si compone ci rendono un Pavese per certi versi insospettabile, se si sono letti solo romanzi e poesie. L’intensità di questo libro è stupefacente; lo stile è elegante, perché come ogni eleganza presuppone la conoscenza, anche e soprattutto del lettore. Su tutti, spicca la terribile prospettiva di Orfeo, reo confesso di aver lasciato volutamente che Euridice si perdesse per sempre negli inferi. Chi vi discende, si porterà per sempre dietro quel freddo di morte, pure se risuscitato. I dialoghi sono brevi, ma in essi Pavese addensa le fitte nubi del tempo, spiega il segreto stropicciato del divenire, alimenta l’amore più nascosto e bruciante.
  • R. Kipling, Il libro della giungla. Forse ancor più che con altri libri, con questo – in particolare con le storie di Mowgli – ho un legame affettivo molto forte. Kipling conosce le corde più riposte dell’animo umano e sa come farle vibrare. Il dolce richiamo della natura (ovviamente illusorio e idealizzato) può realizzarsi solamente in chiave mitica; per questo il Libro della giungla crea una nuova mitologia, ossia inventa un nuovo linguaggio. Mowgli, il ragazzo lupo, sa leggere il libro del mondo: «La giungla ha molte lingue e io le conosco tutte». Può farlo perché è l’incarnazione del mito primordiale, la voce che risuona in noi e che ci chiama all’avventura, all’istinto, all’innocente, malvagia, eternamente giusta animalità che la nostra coscienza ha così tanto inquinato.
  • G.W.F. Hegel, Scienza della logica. Più che un libro, il procedere della filosofia nell’atto stesso del suo farsi, ossia la conoscenza che si mostra attuandosi, realizzandosi nell’atto stesso del conoscere. In generale, è un libro meno difficile della Fenomenologia dello Spirito, eppure è più sfaccettato e complesso. La logica, se ha un senso, può averlo solo in senso hegeliano: come sapere che nel suo farsi non è puramente formale, ma che è mediazione del contenuto immediato, ossia è immediatamente la mediazione di ciò che è conosciuto. Se con la Fenomenologia lo Spirito si mostra nel suo processo di incarnazione “storica”, qui lo Spirito si dispiega quasi senza tempo, ma come consequenzialità spaziale e assoluta, ossia, appunto come scienza assoluta dell’eternità atemporale dei processi logici.
  • G. Bufalino, Argo il cieco. Romanzo della malinconia, del ricordo della gioventù già un po’ appassita (un sessantenne che ricorda quando di anni ne aveva la metà), avventure di paese, rapimenti (fuitine), ragazze che sanno di torta, passioni nascoste e rivelate troppo tardi. Il tutto narrato in uno stile funambolico, prezioso, delizioso. Leggere Bufalino e altri (Tomasi di Lampedusa, Ripellino, Sgalambro, anche Rabito, perché no…) mi ha fatto convincere che i migliori prosatori italiani dal dopoguerra a oggi sono i siciliani. E chiudo così, con le ultime, melanconiche righe di questo piccolo capolavoro di esistenza e di stile, sentendone tutto il sapore in bocca e la passione nei giorni: «Tu, poca, misteriosa vita, che posso dire di te? Se m’hai sempre esibito quest’aria di bambolina truccata; se non hai fatto mai nulla per persuadermi d’essere vera… Odiabile, amabile vita! Crudele, misericordiosa. Che cammini, cammini. E sei ora fra le mie mani: una spada, un’arancia, una rosa. Ci sei, non ci sei più: una nube, un vento, un profumo…
    Vita, più il tuo fuoco langue più l’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare».

Il tempo ritrovato

Se mi chiedessero adesso un motivo per cui varrebbe la pena di nascere; o, meglio ancora, se fermo restando che il meglio sarebbe non essere nati mi obbligassero in qualche modo a venire al mondo e mi dessero almeno la possibilità di scegliere in quale periodo vorrei nascere; ebbene, senza dubbio scegliere di nascere non prima del 1930 per un unico motivo: avrei modo di leggere l’opera di Proust. Non è un’esagerazione.
Ieri sera ho ultimato la lettura del settimo romanzo: Il tempo ritrovato. Nel letto, prima di addormentarmi, mi chiedevo come avessero fatto gli uomini (o quantomeno i cosiddetti letterati) a vivere senza la Recherche. Anche qui, non esagero e tenterò brevemente di chiarirne il perché.
Ho scritto qualcosina su ciascuna delle sei parti precedenti:

Mi piace, inoltre, segnalare quanto ne scrive Davide Dell’Ombra sul suo sito.
Anch’io, pressappoco come Davide, sono (stato) colto dall’irrefrenabile desiderio di sapere tutto su Proust e della sua vita; della sua vita, intendo, che combacia con l’opera pur differendo da essa. Così mi sono messo in testa di voler ricostruire (certo, non adesso) tutte le parentele e le relazione dei personaggi di Proust; so che sarà già stato fatto e non dovrebbe essere difficile trovarlo; ma lo voglio fare da me, per gustarmi il piacere di sviscerare il mondo proustiano nei meandri così sapientemente tessuti.
Il tempo ritrovato è il romanzo dell’istinto, dell’intuizione folgorante che dovrà essere colta, trattenuta, oltrepassata per essere espressa così come è. Quell’istinto, quell’intuizione è il Tempo.
Il romanzo si apre dove s’era concluso quello precedente, ossia con le passeggiate assieme a Gilberte Swann; a breve la Grande Guerra spazzerà via tutto; Proust e, in seguito, la duchessa di Guermantes (l’ormai invecchiata Oriane) si rendono conto che è morto un intero mondo, è stata spazzata via una cultura. La Guerra porterà via al Narratore l’amico Robert Saint-Loup, marito di Gilberte Swann. La morte del caro amico si intreccia coi ricordi dell’amata Albertine; è solo una spia dell’intuizione finale per cui tutte le esistenze sono intrecciate inestricabilmente.
Sarà dopo la guerra che Marcel avrà l’intuizione, quando recandosi ad una festa dalla duchessa di Guermantes sarà letteralmente bombardato da ricordi involontari; questo volta, però, a differenza di quando fu con la madeleine, non vorrà lasciarli fuggire e cercherà di scoprirne la causa, di capire perché proiettassero il presente nel passato e viceversa e gli dessero una gioia e una pienezza altrimenti impossibili. Un gradino, il rumore di un cucchiaino, il titolo di un libro fanno nascere dentro di lui l’opera, come qualcosa di preesistente; le sensazioni sono talmente dense che si giunge a non temere più la morte:

Basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un’altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l’essenza permanente ed abitualmente nascosta delle cose è liberata, e il nostro vero io che (da molto tempo, a volte) sembrava morto, ma non lo era del tutto, si sveglia, si anima ricevendo il nutrimento celeste che gli viene offerto. Un istante affrancato dall’ordine del tempo. Ed è comprensibile che questi creda nella propria gioia, anche se non sembra logicamente possibile che il semplice sapore d’una madeleine contenga le ragioni di tale gioia, è comprensibile che la parola “morte” non abbia più senso per lui; situato fuori dal tempo, cosa mai potrebbe temere dal futuro?
(M. Proust, Il tempo ritrovato, in Alla ricerca del tempo perduto, Vol. IV, Mondadori, Milano 1993, pag. 550)

Tuttavia la paura della morte lo assalirà nuovamente quando si sarà precisato il compito dell’opera e la salute comincerà a vacillare; ormai si può dire che vivrà solo per l’opera perché è l’opera che vive in lui. Quegli attimi sottratti dal tempo dovranno, però, essere inseriti nella vita e nei suoi mutamenti, ossia nel Tempo. La percezione di ciò gli sarà data da due immagini (molto care al professore Biuso): alla festa della duchessa, Marcel si ritrova immerso in quella mondanità da cui mancava da molto; non riconosce, dapprincipio, quasi nessuno, perché era come se tutti avessero indossato delle maschere; l’altra immagine, con la quale si concludono il romanzo e l’intera opera, è quella dei trampoli:

Adesso capivo perché il duca di Guermantes, di cui, guardandolo quando era seduto su una sedia, avevo ammirato quanto poco fosse invecchiato sebbene avesse sotto di sé tanti anni di più di quelli che avevo io, non appena si era alzato e s’era sforzato di reggersi in piedi aveva vacillato su due gambe malferme [...] e non era poi riuscito ad avanzare che tremando come una foglia sulla poco praticabile cima dei suoi ottantatre anni, come se gli uomini fossero appollaiati su viventi trampoli che aumentano senza sosta sino a diventare, a volte, più alti di campanili, sino a rendere difficili e perigliosi i loro passi, e da cui improvvisamente precipitano.
(Ivi, pagg. 760-761)

Il fascino de Il tempo ritrovato, però, sta anche nello svelare il senso dell’intera opera, di farci capire l’importanza, per esempio, di Swann e del fatto di essere, come titola il primo romanzo Dalla parte di Swann. È da lui, infatti, che in qualche modo è dipesa ed è stata indirizzata tutta la vita del Narratore; Swann gli ha parlato di Balbec, dove ha conosciuto Albertine e Saint-Loup; della figlia di Swann si è per la prima volta innamorato; Swann ha costituito il modello per il suo amore e ha contribuito al suo gusto artistico. Da una parte Swann, dall’altra i Guermantes. Per questo, dunque, la figlia di Gilberte Swann e di Robert Saint-Loup (che è un Guermantes) fa un effetto prodigioso a Marcel; ella rappresenta la congiunzione di tutte le fila dell’esistenza del narratore (sarà definita “la ‘stella’ di un crocevia dove convergono strade che vengono [...] dai punti più disparati”; ivi, pag. 738). Non è dunque un caso che sarà l’ultima conoscenza di cui il Narratore di parla; è il compimento della trama dei suoi giorni.
Infine (tentando di giustificare quanto affermavo in apertura), mi piace concludere con la seguente citazione:

Ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità [...].
(Ivi, pag. 596)

Pertanto, mi chiedo come si sia potuto vivere prima senza conoscere la verità assoluta, perché fuori dal tempo e nel tempo, che è l’opera di Proust.

Ketty (Il cane e la morte)

Qui nel mio paesello, in questa Regalbuto dove le ottomila persone che vi abitano esemplano la schifezza e lo splendore del mondo, c’è un cane, un randagio, che si accompagna spesso con un altro randagio, una sorta di menestrello d’altri tempi la cui principale occupazione è intonare serenate notturne per gli sposi la sera del dì di nozze.

Questo cane ha la strana abitudine, acquisita chissà quando e perché (nonostante si possano fare delle supposizioni, nessuna è certa), di accompagnare fino al cimitero ogni corteo funebre. Quando sente le campane suonare a morto, lancia una sorta di lamento e si accoda alla processione dietro l’automobile con la bara; si va dunque con il cane, a piedi, dalla chiesa al cimitero. Il cane segue silenzioso le persone; giunge fino alla tomba, attende seduto o sdraiato e, quando si accorge che la gente comincia a tornare a casa, ritorna altrettanto silenzioso ai suoi vagabondaggi.

Se questo cane non è la stessa morte o un suo emissario, è senz’altro qualcosa di molto simile, perché esso non distingue, non fa eccezioni: accompagna tutti i morti. Per lui un morto vale l’altro; dà un lamento per ciascuno, non piange per nessuno, segue tutti.

Anche per me le morti, tutto sommato, sono state finora tutte uguali; tutte con gli stessi ridicoli riti (eppure così necessari per gli altri); tutti con le stesse lacrime, con gli stessi discorsi, gli identici luoghi comuni, la mia insofferenza che ieri (al funerale della nonna di una mia cara amica) mi ha condotto a pensare: «Meno male che quando sarò io a morire non potrò assistere a un simile spettacolo!».

E proprio ieri sono passato davanti a quel che resta dell’unica morte che finora m’ha fatto veramente male; a tal punto che ancora ieri, dopo quasi otto anni, ho sentito una fitta allo stomaco vedendo, come ho detto, quel che resta di quella morte, ossia la cappella, le foto, i fiori… Nulla più.

La notte tra il 14 e il 15 dicembre del 2000 morì la mia amica Ketty, a soli 18 anni e dopo poco più di un mese di malattia. Quale? Non si capì, si capì tardi, io non lo capii mai. Tuttora non ne sono sicuro. Una setticemia? Forse…

Ieri ho rivisto le sue foto, là nella tomba, e dei fogli che sua madre ha raccolto, dove ci sono anche alcune mie poesie che scrissi quando morì e poi per alcuni anni nel giorno dell’anniversario. Ho un ricordo ancora vivo (e perciò tanto più doloroso) di tutto quel periodo; qualche tempo prima ero stato anche un po’ infatuato di lei. Avevo i miei bei diciassette anni ed alle spalle otto mesi di ipocondria che non mi faceva dormire la notte e mi causava strani fastidi allo stomaco; nel giro di pochi mesi m’era venuto il morbillo (a 17 anni!) e un’infezione sulla nuca che mi fece perdere per qualche mese un piccolo cerchiolino di capelli. Credevo io stesso, quasi ogni notte, di dover morire. Era, però, pur sempre il fiore della giovinezza; mi divertivo, mi innamoravo, pur stando male, malissimo.

È strano ora considerare come la morte di Ketty m’abbia guarito; quando morì smisi di stare male, almeno nel senso di prima. Ciò che per qualcuno è la morte, per qualcun altro pare essere una sorta di salvezza. I cristiani vedrebbero in questo un segno della provvidenza, sentendosi importanti al punto da poter considerare la morte di qualcuno come un’opera compiuta dal Dio al fine di apportare un bene. Non v’è atteggiamento più superbo. Io vi scorgo invece un passaggio dalla possibilità della morte alla sua realtà. La realtà della morte aveva spazzato la possibilità che mi sprofondava nell’ipocondria, nel malessere, nell’insonnia. Ma mi gettava in una sofferenza più estrema e sofisticata, ossia, abbandonata quella della possibilità di non poter essere più, la sofferenza della realtà dell’esistere.

Tenevo, allora molto meno sporadicamente che adesso, un diario. Seppi della morte di Ketty quando scesi dall’autobus nel freddo invernale di Leonforte, dove studiavo al liceo. Ne scrissi così:

«15/12/2000

Oggi non ci sono nuvole. C’è un bel sole; c’è anche una sbiadita luna. Ma niente nuvole; neanche una. Solo un bel cielo azzurro. Non sembra neanche dicembre.
Ketty è morta stanotte.
Io non voglio cancellare il suo nome dal mio cellulare. Il cielo è azzurro come gli occhi di Ketty ormai spenti per sempre. Per me non morirà mai. Conserverò nel mio cuore l’immagine di lei che mi saluta con la lingua di fuori. Non voglio cancellare il suo nome dal mio cellulare.»

Raramente parlo di questi eventi. Gli stessi amici del circolo di Catania (nonché miei più assidui lettori) credo non ne sapessero nulla. Affido ora queste vicende alla scrittura, seppure nella veste di una scrittura che si confonderà e disperderà nell’universo intricato e labirintico del web. È giusto così.

La lettura de La fuggitiva (o Albertine scomparsa; si guardi il post precedente) mi ha illuminato, svelato e descritto sensazioni che provo; come il dimenticare il viso di chi non c’è più, obliare piano piano quasi tutto, eventi, situazioni, episodi, frasi.

Si confronti, poi, questo passo con quanto scrissi sul mio diario. Ecco il brano di Proust:

«E il pensiero che questa domanda [se e con chi avesse avuto rapporti a Balbec] che avrei voluto, che mi sembrava d’essere sul punto di porle, avendo portato repentinamente Albertine al mio fianco, non grazie a uno sforzo di resurrezione, ma come per la combinazione d’uno di quegli incontri da cui – come nelle fotografia non “in posa”, nelle istantanee – una persona risulta sempre più viva, nello stesso momento in cui immaginavo la nostra conversazione io ne sentivo l’impossibilità» (Marcel Proust, Albertine scomparsa, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. IV, Mondadori, Milano 1993, pagg. 92-93).

Ed ecco il brano del mio diario:

«17/12/2000

Quando portarono il suo corpo racchiuso ormai dentro la bara, non volli andare subito da lei. Ci andò invece mia madre. Allora la madre di Ketty disse alla mia: “Ma tuo figlio non viene? Ketty lo sta aspettando…” Dopo un paio d’ore mia madre ritornò a casa di Ketty sempre senza di me; la madre di Ketty disse di nuovo: “Ma tuo figlio non viene? Ketty lo sta aspettando…”
Ci andai la sera. […] Arrivai a casa sua; poi di fronte alla bara bianca. Vidi che sopra c’era una foto. Stranamente non piansi, perché nella foto notai che non c’era il sorriso sul suo volto. C’erano uno sguardo evasivo e un’espressione di disagio che rendevano la foto così naturale che per un momento la rividi più viva che mai.»

Forse solo chi ha vissuto una situazione simile può comprendere come ci si possa sentire in colpa di sopravvivere a qualcuno. Perché è morta lei e non io? Si è pervasi da un senso di ingiustizia, ma come se gli artefici e coloro che subiscono l’ingiustizia fossero la stessa persona e cioè noi stessi. Chi muore non è più niente; non può subire ingiustizie, o meglio, non può sentirle; io che non sono morto mi sento ingiusto nei suoi confronti, perché le sopravvivo, eppure sento addosso tutto il peso di questa ingiustizia. E la convinzione che ho adesso è che la colpa, l’ingiustizia siano categorie inappropriate; tutto è giusto, il che vuol dire che nulla lo è perché se nulla è ingiusto, nulla può essere giusto.

I primi mesi dopo la morte di Ketty, come sempre accade, credevo di vederla, di intravvedere un cappellino come quello che aveva, di scorgerla da lontano e di rimanerne sorpreso. Pensavo, come Proust, che non mi sarei mai rassegnato a non vederla mai più.
Tutto è giusto, però, nel senso che tutto è corretto, perché inevitabile, necessario, pure l’oblio e ciò che non avrei mai creduto, ossia la rassegnazione al fatto solido e consistente che, dovessi girare la terra da cima a fondo, Ketty non la rivedrò mai più.