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	<title>Cateno Tempio &#187; Raciti</title>
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		<title>Commerciocentrismo</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 09:47:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre continuano i miei sogni (stanotte ho sognato che io, Davide e Giovanni incontravamo Horkheimer e gli facevamo un sacco di domande), ho avuto occasione, in questi giorni, di storcere snobisticamente il naso per occasioni che hanno tutte un comune oggetto: il centro commerciale. Ora, figurarsi, il mio non è per nulla un moralismo con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify;">Mentre continuano i miei sogni (stanotte ho sognato che io, <a href="http://www.davidedellombra.it" target="_blank"><span style="color: #ffcc99;">Davide</span></a> e <a href="http://www.giofilo.it" target="_blank"><span style="color: #00ccff;">Giovanni</span></a> incontravamo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Max_Horkheimer" target="_blank"><span style="color: #00ff00;">Horkheimer</span></a> e gli facevamo un sacco di domande), ho avuto occasione, in questi giorni, di storcere snobisticamente il naso per occasioni che hanno tutte un comune oggetto: il centro commerciale.<br />
Ora, figurarsi, il mio non è per nulla un moralismo con vili tendenze economiste; nel senso che non rimpiango la cara, vecchia e squallida botteguccia, nella quale miseramente campavano due personcine grigie e tristi, con la polvere per terra e la muffa sui muri, che ti conoscevano e chiamavano per nome, che quando ti mancavano cinquecento lire (ben più reali di 50 centesimi; mi stupisco di come ancora la lira sia il nostro termine di paragone; non riusciamo a ragionare in euro. Forse tale privilegio sarà dato ai chi ha meno di 15 anni) ti dicevano che senza alcun problema gliele avresti potute portare l&#8217;indomani. Ecco, di tutto questo non mi importa nulla, come me ne fotto se queste botteghine da beghine chiudono perché spazzate via dalla monumentalità fascista del porcelloso centro commerciale. Altri camperanno, se non qui (nel mio paese o nella bottega in generale), altrove; anzi forse ne camperanno di più, tra cassiere, commesse, uomini e donne di pulizia e di polizia.<br />
Ciò che mi inquieta e mi fa storcere il naso è ben altro. Innanzi tutto è la ben nota ferocia con la quale l&#8217;uomo commerciocentrico si avventa sulla sua preda. Mi hanno raccontato dell&#8217;apertura dell&#8217;Ipercoop; immaginavo la ressa, gli spintoni, la cattiveria di chi nell&#8217;oscenità dell&#8217;ingordigia calpesta qualcun altro per risparmiare dieci euro per l&#8217;acquisto di un telefonino. Vi prego di vedere per intiero questo video che vi propongo. Avere la possibilità di vedere un tale processo <em>in acto</em> è una situazione che i migliori antropologi del passato ci invidierebbero parecchio:</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.catenotempio.eu/2009/05/14/commerciocentrismo"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia non è ancor questo ciò che snobbo altieramente in misura maggiore. V&#8217;è del peggio, come sempre ed in ogni circostanza. Ed il fatto che al peggio non c&#8217;è mai fine, significa che il peggio è il tempo. Perdonatemi questa incursione metafisica, ma il tempo a cui siamo giunti è ad una svolta peggiorativa; la <em>Kehre</em> è il tornante, per noi sempre in discesa, che ad ogni svolta ci porta sempre più in basso. Ciò che dunque alle mie nobili nasche, od auliche froge, causò tanta tensione ed inarcamento snobistico è questo: ricordo che nei miei anni liceali quando ci portavano in qualsivoglia città per assistere ad uno spettacolo teatrale, per visitare l&#8217;orto botanico, per andare ad annoiarci e fare gli stupidi in qualche museo, il tempo che poi ci restava a disposizione era impiegato a passeggiare per le vie del centro; si assaporava un gelato, si prendeva un po&#8217; di sole, si guardava il culo a qualche compagna di classe o passante (sapete, ci credevamo tanto adolescenti e forti, quasi come centauri dannunziani dalla grossa coglia).  Insomma, si passava una mattinata o un pomeriggio immersi nell&#8217;aria a metà tra aperta e chiusa delle vie di un centro cittadino.<br />
Due mie conoscenti, invece, mi hanno raccontato che dopo essere stati con la scuola (due diversi licei) a vedere un&#8217;opera teatrale, il pranzo ed il pomeriggio li hanno trascorsi all&#8217;Etnapolis. È semplicemente aberrante. Questi signori che si dicono istruttori o financo educatori, non sanno far di meglio che condurre i già commercializzati adolescenti proprio nel centro del loro essere, ossia il centro commerciale. Beh, del resto, poveracci, non praticano altro che il motto delfico ed attuano quella strana e fatale corrispondenza tra centro interiore e centro esteriore: il commerciocentrismo è ad un passo dalla piena realizzazione. La scuola sta autorizzando questi ragazzi a pensare che l&#8217;unico luogo in cui si possa trovare bellezza, dove ci si possa incontrare, stare assieme, mangiare, passare il tempo è la chiusura (o l&#8217;apertura, ahimè) del centro commerciale. Hanno trovato un nuovo ente spirituale che si è materializzato: l&#8217;acquisto ha invaso il centro e se ne è appropriato. Non mi stupirebbe vedere questi ragazzi che al posto di magliette rosse con raffigurato il &#8216;Che&#8217;, indossino strane t-shirt con impresso l&#8217;Etnapolis.<br />
In <a href="http://www.tommydavid.com/2009/05/04/una-fenomenologia-dello-spirito-a-brandelli/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">quei due giorni fantastici trascorsi in quel di Ragusa</span></a>, ebbi a dire ciò che qui mi picco di riportare, e vogliatene scusarmi. Quando seppi che il centro commerciale di Tremestieri (Me) ha deciso di realizzare una cappella all&#8217;interno (potete leggere la notizia in queste <a href="http://www.giusepperaciti.eu/cronache_terrestri.htm" target="_blank"><span style="color: #ffff00;">cronache terrestri</span></a>, in data 30/12/2008) pensai subito che non sarebbe stato (e non sarà) lontano il giorno in cui qualcuno deciderà di andare a vivere dentro un centro commerciale. Sarà una vera rivoluzione copernicana del concepimento della città. Non sarà più il commercio ad inscriversi nell&#8217;ottica cittadina, ma avverrà l&#8217;esatto contrario: l&#8217;abitare sarà solo una funzione dell&#8217;acquistare. Il centro commerciale non ruoterà più attorno alla città, piuttosto la ingloberà. Se è vero che molti vi vanno per &#8216;passare il tempo&#8217;; se è vero che tali centri commerciali sono stati a ragione definiti <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nonluoghi" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">non-luoghi</span></a>; se, dunque, il tempo si mostrerà definitivamente nella sua vera veste, cioè quella di danaro e troverà anche il sacrario materializzatosi in centro commerciale; allora sarà la fine dello spazio e, basti vedere il filmato e amaramente confessare un leopardiano &#8216;non so se il riso o la pietà prevale&#8217;, la fine di ogni possibile pensiero, così frastornato da urla e resse, così distante dalla calma assolata della pace.</p>
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		<title>Sogno; o son desto.</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 11:59:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Comodamente mi rifugio nella prosopografia; v&#8217;è in gioco una duplice forzatura: la prima è quella di rendermi a tutti i costi persona; la seconda è tentare di scrivere questa pregevole mascherata, come se a qualcuno potessero importare queste quattro nefandezze e porcherie che portano i giorni e che talvolta assumono l&#8217;altisonante nome di &#8216;eventi&#8217;. A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify;">Comodamente mi rifugio nella prosopografia; v&#8217;è in gioco una duplice forzatura: la prima è quella di rendermi a tutti i costi persona; la seconda è tentare di scrivere questa pregevole mascherata, come se a qualcuno potessero importare queste quattro nefandezze e porcherie che portano i giorni e che talvolta assumono l&#8217;altisonante nome di &#8216;eventi&#8217;.<br />
A voler essere schietti, modo di dire profondo ed inutile come l&#8217;alchimia, il vero mascheramento è il sogno, avendo una così sfrenata necessità di interpretazione. E non ho cercato altro, dunque, che una giustificazione per parlare dei miei sogni.<br />
Ultimamente ricordo spesso ciò che sogno; non mi accadeva dalla pubertà. Ovviamente la gran parte dei miei sogni ha oggetto erotico, o per meglio dire è oggetto d&#8217;erotismo, per lo più indirizzato verso una particolare persona. Mi pare proprio opportuno che i sogni (lo dico per loro, figurarsi) si dedichino all&#8217;erotismo; buon per loro e peggio per le lenzuola. Se nero su nero non tinge, ciò non è altrettanto vero per il bianco sul bianco.<br />
Di recente ho sognato mio padre in due occasioni; egli ancora conserva nei sogni quell&#8217;immagine (i sogni son fatti d&#8217;immagine; verrebbe da dire che l&#8217;immagine è la materia del sogno, se non che l&#8217;immagine non ha nulla a che fare con la materia) di persona importante, che può schiudermi la conoscenza e le conoscenze. Cosicché l&#8217;un sogno lo vede accompagnarsi a Vinicio Capossela e presentarmelo; l&#8217;altro, parlare al telefono con nientemeno che Montale e dirmi di andare a  prenderlo all&#8217;aeroporto, ovviamente facendomi trasalire perché avrei avuto modo di parlargli e di fargli leggere i miei versi.<br />
Ricordo che circa sette anni fa sognai di conversare con Leopardi e, in quello stesso periodo, di ritrovare i resti di Mozart, i quali, per chi non lo sapesse, furono invece gettati in una fossa comune.<br />
Chi sogno più spesso in quest&#8217;ultimo periodo, mettendo da parte colei che assoggetta d&#8217;erotismo tali immagini, è qualcuno che forse ne sarebbe contento; non tanto perché sogno proprio lui, ma perché mi appare con la stessa facoltà profetica con cui appariva in tali circostanze Apollo (o anche Asclepio suo figliolo). Sto parlando del professore <a href="http://www.giusepperaciti.eu/akmh.htm" target="_blank"><span style="color: #ffff00;">Giuseppe Raciti</span></a>. In un sogno di qualche settimana fa lo scoprivo collezionista di conchiglie e incaricava me e <a href="http://www.davidedellombra.it" target="_blank"><span style="color: #ffcc99;">Davide Dell&#8217;Ombra</span></a> di &#8216;pescargliene&#8217; qualcuna sul web. Mah! Tra reti, conchiglie e pesca forse Freud avrebbe scovato chissà quali trame; fatto sta che il mare non mi piace. Me ne piace solo l&#8217;odore, perdipiù quello che emana d&#8217;inverno. Per amore e boria di conchiusione, dico gliela pescammo davvero ed era stupenda: una conchiglia originariamente azzurra che cangiava di colore a seconda da come la si guardava.<br />
Avanti ieri ero addirittura ospitato a casa sua (forse umbratile invidia?); parlavamo di arte, di architettura, di pittura. Gli chiedevo consigli e pareri su alcuni artisti. Egli cominciò a parlare di un certo Bert, sommo pittore contemporaneo; mi mostrò alcune tele e me ne innamorai (come solo nei sogni accade); erano quasi evanescenti, erano così sottili, sembravano realizzate con gli acquerelli. Vi primeggiavano il rosso ed il blu, le figure erano contornate da linee nere. I soggetti erano scapestrati come me, vomitavano, si avviluppavano ad un gabinetto e quasi vi si confondevano (il <a href="http://www.sitosophia.org" target="_blank"><span style="color: #3366ff;">circolo di Catania</span></a> non rida!).<br />
Ieri mattina, dunque, incuriosito da questo sogno, cercai su google se mai ci fosse qualche pittore con quel nome. <a title="Bert" href="http://images.google.it/images?q=bert&amp;oe=utf-8&amp;rls=com.ubuntu:it:unofficial&amp;client=firefox-a&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;sa=N&amp;hl=it&amp;tab=wi" target="_blank"><span style="color: #00ff00;">Guardate qui cosa ne è mai venuto fuori</span></a>. Dunque è questo Bert, del quale non avevo mai sentito parlare, né lo avevo mai visto:</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-267 aligncenter" title="Bert" src="http://www.catenotempio.eu/wp-content/uploads/2009/05/bert.jpg" alt="Bert" width="565" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">E questo è quanto, cari amici lettori, a riguardo di ciò che per voi probabilmente non sarà stato del minimo interesse. E tuttavia vorrei aggiungere solo qualcosa di cui altri due amici hanno parlato più degnamente e diffusamente. Prendetelo come un intimo ringraziamento a cui questo blog conferisce dignità pubblica. Si tratta di due magnifici giorni in quel di Ragusa. Due giorni colmi di adorazione:</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-268 aligncenter" title="Adoranti" src="http://www.catenotempio.eu/wp-content/uploads/2009/05/adoranti.jpg" alt="Adoranti" width="335" height="250" /></p>
<p style="text-align: justify;">e di ebbrezze divine:</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-269 aligncenter" title="Sguardiebbri" src="http://www.catenotempio.eu/wp-content/uploads/2009/05/sguardiebbri.jpg" alt="Apollo e Dioniso" width="320" height="240" /></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tommydavid.com/2009/05/04/una-fenomenologia-dello-spirito-a-brandelli/" target="_blank"><span style="color: #ffcc00;">Il buon Tommy, da cui prendo queste foto</span></a>, sostiene che gli sguardi di quest&#8217;ultima foto siano paragonabili a quelli di un Apollo e di un Dioniso; in realtà, io mi sembro uno strano e brutto miscuglio tra De André e Mastroianni; Tommy ha uno sguardo così acceso come mai gliel&#8217;ho visto. Mistero dell&#8217;istantaneità. Amen.</p>
<p style="text-align: justify;">P.s. Ovviamente non si può chiudere la discussione senza accennare allo <a href="http://www.ossidia.it/2009/05/03/la-corsa/" target="_blank"><span style="color: #ff99cc;"><em>struggle for life</em></span>,</a> di cui la dolce e gentilissima Ossidia ci ha fornito l&#8217;inestimabile resoconto.</p>
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		<title>Felicità, pagina bianca nella storia&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 19:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Può un capello rendere felici? Sì, può. Etiam capillus unus habet suam ombram. A volte mi sembra d&#8217;essere rimasto in qualche luogo, d&#8217;essermi fermato colá, d&#8217;esser giunto ad un punto e da lì non essermi più mosso; il guaio, il grosso e crasso guaio è che tali punti sono tanti, si assommano eppure non costituiscono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify;">Può un capello rendere felici? Sì, può. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Etiam_capillus_unus_habet_umbram_suam" target="_blank"><em><span style="color: #ffff00;">Etiam capillus unus habet suam ombram</span></em></a>.<br />
A volte mi sembra d&#8217;essere rimasto in qualche luogo, d&#8217;essermi fermato colá, d&#8217;esser giunto ad un punto e da lì non essermi più mosso; il guaio, il grosso e crasso guaio è che tali punti sono tanti, si assommano eppure non costituiscono linea continua o progressione evolutiva; sono, bensì, una serie discreta.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><a title="Eternità" href="http://www.giusepperaciti.eu/effetto.htm" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">L&#8217;eternità è tra i giorni, tra due giorni. Arriva un giorno, uno qualunque, e per qualcuno non passa.</span></a></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Una foto, un luogo che a mala pena sostava nei meandri della memoria e non si sa più quel che si è; anzi <em>quando</em> si è.<br />
Abbandoniamo(ci a) queste malinconie da strapazzo; i panni seri che intendeva vestire questo sito, purtroppo non trovano l&#8217;adeguato sostegno, cioè colui che doveva vestirli. Con questa cosa deforme e buffonesca che scrive, ogni intento anti-autobiografico vacilla di fronte a ciò che mi sostanzia: la pigrizia. La politica (in ispecie quella paesana) l&#8217;ho dismessa, per bastonate metaforiche e (quasi) reali; ho ridotto le attività (tendendo asintoticamente al nulla); ho meno tempo &#8216;libero&#8217; a motivo delle ripetizioni che il campare m&#8217;ha quasi imposto e per via della traduzione.<br />
Giungiamo dunque ai libri. Traduco, come un dannato, come un cane (e forse anche da cane); però confesso che raramente ho trovato un&#8217;attività che mi assorbe così completamente; abbasso il capo (o le corna, direbbe qualcuno) per tradurre e quando le rialzo sono già trascorse un paio di orette. Il libro in questione è <em><a title="Sì, u staiu traduciennu" href="http://books.google.it/books?id=33gOAAAAQAAJ&amp;printsec=frontcover&amp;dq=tobias+swinden" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">An enquiry into the nature and place of hell</span></a> </em>di tale Tobias Swinden. La difficoltà maggiore consiste nel trovare tutti i riferimenti e le citazioni, spesso generiche, quando, a volte, non totalmente assenti. Seguendo, inoltre, i consigli del <a title="Giuseppe Raciti" href="http://www.giusepperaciti.eu" target="_blank"><span style="color: #00ccff;">mio relatore</span></a>, sto affinando la scrittura; nulla come l&#8217;esercizio poetico e il laboratorio della traduzione modellano e rendono malleabile la tecnica scrittoria; ed ovviamente, rendendo fluida la scrittura si scioglie pure la viscosità del pensiero. Mi sono ritrovato a rileggere quanto tradotto e a percepirlo come frutto non mio, stile che non mi appartiene; è una gran cosa (almeno, la mia percezione, che potrebbe essere solo illusione calamaica; ad altri la sentenza).<br />
Leggo, in aggiunta; ho ultimato qualche tempo fa le <em>Lezioni sulla filosofia della storia</em> di Hegel. La cosa stupefacente, oltre i pozzi di sapienza nascostivi, è stata trovare passi che potrebbero benissimo essere messi in bocca a Schopenhauer, in barba alle storiografie ed alle beghe fin troppo spicciole su cui hanno fatto fortuna gli specialisti del gossip filosofico.<br />
Giunti all&#8217;illuminismo, Hegel sostiene che, ovviamente riferendosi al suo tempo</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">con questo principio formalmente assoluto arriviamo all&#8217;<em>ultimo stadio della storia, al nostro mondo, ai nostri giorni</em>.<br />
La mondanità è il regno spirituale nell&#8217;esistenza, è il regno della <em>volontà</em> che si dà esistenza. Sensazione, sensibilità, impulsi sono anche modi di realizzarsi dell&#8217;interiorità, ma in via transitoria nelle singole cose: sono infatti il contenuto mutevole della volontà. Ma ciò che è giusto e morale appartiene alla volontà essenziale esistente in sé, alla volontà universale in sé. [...]<br />
La volontà è libera solo a condizione di non voler altro, nulla di esteriore, di estraneo, poiché in tal caso sarebbe dipendente; la volontà deve volere solo se stessa, la volontà appunto. La volontà assoluta è questo voler essere libera. La volontà che vuole se stessa è la base di ogni diritto e di ogni obbligo, dunque di tutte le leggi del diritto, di tutti i precetti del dovere e i gravami imposti.<br />
(G.W.F. Hegel, <em>Lezioni sulla filosofia della storia</em>, Laterza, Roma-Bari 2003, pag. 359)</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ora, ovviamente qui siamo su un piano dove emerge, soprattutto nelle righe che ho tralasciato e in quelle seguenti, la critica al formalismo morale kantiano, giacché in questo modo la volontà è astratta ed indeterminata; per sé, appunto, e dunque abbisogna di contenuto; v&#8217;è anche, inoltre, una flessione morale della volontà stessa, per cui è con essa e per essa che si compie il diritto ed è la volontà assoluta a garantire la libertà. Ed è proprio in quest&#8217;ultimo punto che a mio avviso si toccano Hegel e Schopenhauer. Ovviamente per quest&#8217;ultimo la volontà non garantisce il diritto di alcunché se non di se stessa e in sé non è né giusta né sbagliata, né buona né cattiva. Ma nel mio insano proposito di far toccare questi due &#8216;nemici&#8217; mi piace citare ancora Hegel:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">La volontà formale vuole se stessa, l&#8217;Io deve trovarsi in tutto ciò che la volontà ha di mira e fa. Perfino l&#8217;individuo devoto vuol essere salvo e beato. [...] Felice è chi ha commisurato la propria esistenza al carattere, al volere e all&#8217;arbitrio suoi particolari, e così gode nella vita di se stesso. La storia non è il terreno della felicità. I periodi felici sono pagine vuote nella storia, poiché sono i periodi di concordia, nei quali manca l&#8217;antitesi.<br />
(Ivi, pag. 25)</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">In questa pagina riluce una saggezza che contraddistinguerà Schopenhauer. Il discrimine è il contenuto della volontà, il quale per Hegel sostanzialmente è concretezza; per Schopenhauer tale multiformità non è che mera illusione. La &#8216;ricetta&#8217; della felicità è uguale nell&#8217;aquila ed in chi volle rappresntare tale aquila con le fattezze di somaro.<br />
Tuttavia, rimane che la pace è ancora bianca: ha il candore delle pagine bianche del libro della storia.</p>
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		<title>Don Giovanni e bellimbusto</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 15:40:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Credevo di aver perso ogni entusiasmo, di non essere capace di sentirmi così totalmente avvolto da alcune poesie e che i miei ardori “giovanili” fossero scomparsi. Che paradosso: allora, quando avevo diciannove e mi sentivo vecchio, mi entusiasmo facilmente ed oggi quell’entusiasmo lo definisco giovanile; oggi che di anni ne ho venticinque e non mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>Credevo di aver perso ogni entusiasmo, di non essere capace di sentirmi così totalmente avvolto da alcune poesie e che i miei ardori “giovanili” fossero scomparsi. Che paradosso: allora, quando avevo diciannove e mi sentivo vecchio, mi entusiasmo facilmente ed oggi quell’entusiasmo lo definisco giovanile; oggi che di anni ne ho venticinque e non mi sento vecchio, anzi vorrei proprio invecchiare (se mi sarà dato in grazia o castigo di arrivarci) per trattare tutti con la stessa disponibilità con cui tratto i bambini; dunque nei miei venticinque anni credevo d’aver perso ogni entusiasmo per vita, poesia, libri, amici e ciò che dir si voglia. Non che non provassi più alcun piacere, ma l’entusiasmo implica una specie di trasporto, come quando si fa qualcosa per la prima volta, come quando si è bambini e si aspetta con ansia un amichetto a casa.</p>
<p>E ci voleva proprio un suicida a far rinascere il mio entusiasmo. Foss’anche nella veste di entusiasmo suicida. L’illusione che questo blog sia troppo pubblico e perciò ‘vuoto’ mi fa dire fin troppo facilmente che la possibilità del suicidio si affaccia in questi ultimi giorni troppo di frequente nella mia perturbata mente. Ma non sono qui per parlare di me. <a href="http://www.giusepperaciti.eu/notte.htm" target="_blank"><span style="color: #00ffff;">(Niente)</span></a></p>
<p>Descriverò, se possibile, cercando di citare quanti più versi e di limitare le mie parole, l’entusiasmo per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vladimir_Vladimirovi%C4%8D_Majakovskij" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Vladimir Majakovskij</span></a>. Concordando con l’opinione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Maria_Ripellino" target="_blank"><span style="color: #00ff00;">Ripellino</span></a> (che <span style="color: #339966;">l’<a href="http://www.giusepperaciti.eu" target="_blank"><span style="color: #339966;">onnipresente</span></a></span> m’aveva già consigliato), secondo cui <span style="color: #000080;">«è tempo di affermare che la parte più valida della poesia di Majakovskij è quella del periodo precedente al rivoluzione e che, anche dopo, il meglio di lui è nei versi che si ricollegano al cubofuturismo»</span> (A. M. Ripellino, <em>Letteratura come itinerario del meraviglioso</em>, Einaudi, Torino 1968, pag. 269), il primo dubbio che mi si è sollevato è questo: perché, da poeta, devo essere narcisista, egotista, tragicomico, inevitabilmente suicida? Cioè, perché Majakovskij, e quindi anch’io entusiasta di lui, trovo il suo vertiginoso afflato lirico inestricabilmente connesso alla società, alla satira, al mondo bastardo e fottuto?<br />
Quando la poesia di Majakovskij tenta d’essere solo politica, risulta persino noiosa; quando insiste esclusivamente sull’amore è insipida. Basti pensare che dopo l’eccellente poema <em>Flauto di vertebre</em> stava scrivendo un nuovo poema sull’amore, <em>Don Giovanni. </em>Lilja Brik, sua straordinaria compagna per molti anni, così ricorda:</p>
<p>«Mi recitò l’ultimo poema, mentre passeggiavamo. Ero arrabbiata per era ancora sull’amore. Non l’aveva annoiato quel soggetto? Volodja [nome affettuoso per Vladimir]<span>  </span>tirò fuori il manoscritto, lo fece a pezzi e lo gettò al vento».</p>
<p>È in versi come questi che risalta la potenza e lo straordinario estro poetico di Majakovskij:</p>
<p><span style="color: #ff0000;">«Ma, senza biasimarmi né insultarmi,</span><br />
<span style="color: #ff0000;">spargeranno di fiori la mia strada, come davanti a un profeta.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Tutti costoro dai nasi sprofondati lo sanno:</span><br />
<span style="color: #ff0000;">io sono il vostro poeta.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Come una taverna mi spaura il vostro tremendo giudizio!</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Solo, attraversando gli edifici in fiamme,</span><br />
<span style="color: #ff0000;">le prostitute mi porteranno sulle braccia come una reliquia</span><br />
<span style="color: #ff0000;">mostrandomi a Dio per loro discolpa.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">E Dio romperà sopra il mio libricino!</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Non parole, ma spasmi appallottolati;</span><br />
<span style="color: #ff0000;">e correrà per il cielo coi miei versi sotto l’ascella</span><br />
<span style="color: #ff0000;">per leggerli, ansando, ai suoi conoscenti.»</span><br />
(da <em>Eppure, </em>vv. 11-22, trad. di A. M. Ripellino).</p>
<p>La figura di Majakovskij, alta quasi due metri, prorompente, quasi da pugile peso massimo, abbigliata da <em>bohemien</em>, con una blusa gialla cucita in casa, mentre declama con talento (fu anche attore e sceneggiatore, nonché con un particolare senso della regia; ma se è per questo fu anche pittore e illustratore) i propri versi, crea scandalo e scalpore:</p>
<p><span style="color: #ff0000;">«Io mi cucirò neri calzoni</span><br />
<span style="color: #ff0000;">del velluto della mia voce.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">E una blusa gialla di tre tese di tramonto.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Per il Nevskij del mondo, per le sue strisce levigate</span><br />
<span style="color: #ff0000;">andrò girellando col passo di Don Giovanni e di bellimbusto»</span><br />
(da <em>La blusa del bellimbusto</em>, vv. 1-5, trad. di A. M. Ripellino).</p>
<p><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="color: #ff00ff;"> </span></span></span>La pretesa irresistibilità di Majakovskij (secondo la Brik uno dei motivi del suicidio sarebbe il fatto che la donna che egli amava in quel periodo avrebbe secondo lui dovuto lasciare il marito, cosa che ella non fece, minando l’irresistibilità del poeta) tale irresistibilità, dunque, è sempre vista da un piano lirico-politico; l’amore per una russa emigrata a Parigi mostra chiaramente come la “conquista” della donna sia in realtà la conquista della stessa Parigi:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff0000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">«Vieni qui,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">                   vieni all’incrocio</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff0000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">delle mie grandi</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">                           e rudi braccia.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff0000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Non vuoi?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">                 Restaci allora, e sverna,</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff0000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">e questo</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">              affronto</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">                            mettiamolo nel conto.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff0000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Non me ne importa,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">                                 un giorno</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">                                                 ti prenderò –</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff0000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">te sola</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">           o con tutta Parigi.»</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff00ff; font-family: Times New Roman; font-size: small;">(da <em>Lettera a Tat’jana Jakoleva</em>, trad. di G. Giudici).</span></p>
<p>Il tema del suicidio era ricorrente, più che nell’opera, nel pensiero di Majakovskij. Tentò di suicidarsi già nel 1916, salvandosi solo perché la pistola fece cilecca al primo colpo ed egli non ebbe il coraggio di ritentare. Anche per contrasto, il tema emerge da questi versi:</p>
<p><span style="color: #ff0000;">«E non mi getterò giù nella tromba delle scale</span><br />
<span style="color: #ff0000;">e non berrò il veleno</span><br />
<span style="color: #ff0000;">né premerò il grilletto dell’arma sulla tempia»</span><br />
(da <em>LiliÄka! In luogo di una lettera</em>, vv. 50-52, trad. di G. Giudici).</p>
<p>Anche nei versi scritti per la morte (un altro suicidio) del poeta amico-nemico Esènin ebbe a concludere:</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff0000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">«In questa vita</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">                        non è difficile</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">                                               morire.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff0000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Vivere</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small; color: #ff0000;"><span style="font-family: Times New Roman;">            è di gran lunga più difficile»</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff00ff; font-family: Times New Roman; font-size: small;">(da <em>A Sergèj Esènin</em>, trad. di A. M. Ripellino).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="color: #ff00ff;"> </span></span></span></p>
<p>Mi piace concludere citando versi stupendi (anche perché la traduzione stessa è poetica) del poema <em>Flauto di vertebre</em>:</p>
<p><span style="color: #ff0000;">«PROLOGO</span></p>
<p><span style="color: #ff0000;">A voi tutte,</span><br />
<span style="color: #ff0000;">che piacete o siete piaciute,</span><br />
<span style="color: #ff0000;">icone serbate dall’anima dentro i suoi antri,</span><br />
<span style="color: #ff0000;">in un brindisi alla vostra salute,</span><br />
<span style="color: #ff0000;">alzo il cranio traboccante di canti.</span></p>
<p><span style="color: #ff0000;">Mi chiedo ancora ed ancora</span><br />
<span style="color: #ff0000;">se non sia meglio mettere il punto</span><br />
<span style="color: #ff0000;">d’un proiettile all’essere mio.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Oggi io darò</span><br />
<span style="color: #ff0000;">per l’appunto</span><br />
<span style="color: #ff0000;">un concerto d’addio.</span></p>
<p><span style="color: #ff0000;">Raduna, o memoria,</span><br />
<span style="color: #ff0000;">del cervello dentro il vestibolo,</span><br />
<span style="color: #ff0000;">le femmine amate in lunghi filari.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">D’occhio in occhio versa il tuo giubilo.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Travesti la notte in antichi sponsali.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Traversa di corpo in corpo il tuo gaudio.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Che questa notte sia memorabile.</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Oggi io suonerò il flauto</span><br />
<span style="color: #ff0000;">sulla mia colonna spinale.»</span><br />
<span style="color: #ff0000;">(trad. di R, Poggioli)</span></p>
<p>Infine, vi lascio con <em>La nuvola in calzoni</em> recitata da Carmelo Bene.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><p><a href="http://www.catenotempio.eu/2008/10/17/don-giovanni-e-bellimbusto"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<div class="shr-publisher-18751429"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>La fuggitiva</title>
		<link>http://www.catenotempio.eu/2008/10/04/la-fuggitiva</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Oct 2008 12:48:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[biuso]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Dell'Ombra]]></category>
		<category><![CDATA[il circolo di catania]]></category>
		<category><![CDATA[il senso]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
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		<category><![CDATA[Raciti]]></category>
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		<category><![CDATA[Tommy David]]></category>

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		<description><![CDATA[La breve premessa si collega stranamente con l’oggetto principale di questo post. Riguarda lo straordinarioconvegno organizzato dal circolo di Catania (o Sitosophia che dir si voglia) il cui quasi esclusivo merito, ricordo, va a Davide Dell’Ombra (anche noto come chiddu cca vavva). Tale giornata studio è stata strepitosa; per tanti motivi, tra i quali l’affluenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ffff00; font-family: Times New Roman; font-size: small;"><span style="color: #000000;">La breve premessa si collega stranamente con l’oggetto principale di questo post. Riguarda lo straordinario<a href="http://www.sitosophia.org/2008/09/la-temporalita-tra-scienza-e-filosofia/" target="_blank"><span style="color: #000000;">convegno</span></a> organizzato dal circolo di Catania (o</span> <a href="http://www.sitosophia.org" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">Sitosophia</span></a><span style="color: #000000;"> che dir si voglia) il cui quasi esclusivo merito, ricordo, va a</span> <a href="http://www.davidedellombra.it" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Davide Dell’Ombra</span></a> <span style="color: #000000;">(anche noto come <em>chiddu cca vavva</em>). Tale giornata studio è stata strepitosa; per tanti motivi, tra i quali l’affluenza che ha sposato le più rosee aspettative (in certi momenti c’erano oltre cento persone); l’essere riusciti a mostrare le tante sfaccettature del tema trattato e della stessa filosofia ed averle, in qualche modo, tenute insieme, se non raccordate, almeno intrecciate; l’avere mostrato, ancora una volta, che l’impegno, le capacità messe a frutto, la caparbietà portano quasi da sé, come una necessaria conseguenza, anche se per questo non meno entusiasmante, eventi di questo genere.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ffff00; font-family: Times New Roman; font-size: small;"><span style="color: #000000;">Segnalo, a questo proposito,</span> <a href="http://www.megaronline.org/Gli-orologi-molli-della-filosofia.html" target="_blank"><span style="color: #ff00ff;">un articolo</span></a> <span style="color: #000000;">e</span> <span style="color: #0000ff;"><a href="http://www.tommydavid.com/2008/10/03/il-filosofo-e-nudo/" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">un post</span></a></span> <span style="color: #000000;">(anche se del secondo, come sa l’autore, non condivido quasi niente). Se la filosofia, Raciti <em>docet</em>, deve mostrare il primato ontologico della pace, è bene che i contrasti si mostrino, che due impressioni contraddittorie stiano insieme; così si annienteranno, condurranno alla bianca pace della morte; e da qui, da questa siderale distanza, potranno ritornare alla vita, facendo scattare il meccanismo della comprensione.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ffff00; font-family: Times New Roman; font-size: small;"><span style="color: #000000;">Il tema trattato al convegno è stato il tempo. O la temporalità. Il che, lo dico per i non addetti ai lavori, non è per nulla uguale; Heidegger ci ha insegnato come il tempo dell’esserci dipenda dalla costitutiva temporalità di quest’ultimo; Nannini, Camardi, Mazzone hanno parlato di un tempo; <a href="http://www.biuso.it" target="_blank"><span style="color: #000000;">Biuso</span></a> ha parlato di 9 (nove!) tempi diversi;</span> <a href="http://www.giusepperaciti.eu" target="_blank"><span style="color: #ff00ff;">Raciti</span></a><span style="color: #000000;"> ha parlato del Tempo. A quale dei tempi citati da Biuso si riferiva? O si riferiva piuttosto alla Temporalità? La chiusa di Raciti è coincisa con la chiusa della giornata studio (le domande successive, come sempre accade, sono state per gran parte insignificanti): la Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica diventa la Tragedia del Nascere dallo Spirito della Dissonanza. Perché l’essere e non il nulla? Perché la pace della musica è spezzata dalla vita della Dissonanza.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il tempo, dicevamo. Sono giunto circa a metà, ma la tentazione di scrivervi è troppo forte: sto leggendo il sesto e penultimo romanzo della <em>Recherche</em>; dopo <em>La prigioniera</em> ci troviamo di fronte a <em>La fuggitiva</em> (titolo che preferisco all’altro: <em>Albertine scomparsa</em>. Citerò da: Marcel Proust, <em>Albertine scomparsa, </em>in <em>Alla ricerca del tempo perduto</em>, vol. IV, Mondadori, Milano 1993). Questo sesto romanzo comincia (lasciando da parte i problemi filologici) con la stessa frase con cui s’era concluso il romanzo precedente: «Mademoiselle Albertine se n’è andata!». Ciò che per qualunque altro scrittore sarebbe stata solo una vicenda smielata e patetica fino al disgusto, ossia l’abbandono da parte dell’amata e la sua di poco successiva e tragica morte, in Proust miracolosamente acquista il potere di svelare il tempo, i meccanismi della memoria (e quindi dell’oblio). L’abbandono dell’amata si rivela per quello che è; il protagonista-narratore voleva lasciarla, credeva di non amarla punto; messo di fronte al fatto compiuto, però, quello che aveva creduto «non essere niente per me era, molto semplicemente, tutta la mia vita» (pag. 5).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">La morte di Albertine, che consacra la sua fuga e la rende eterna, permettendo di considerare quello che sembrava un abbandono temporaneo <em>sub specie aeternitatis</em>, coinvolge parimenti lo spazio; Marcel si rende conto che: «adesso non era più in nessun luogo, avrei potuto percorrere la terra da un polo all’altro senza incontrarla; la realtà, richiusasi sopra di lei, era ridiventata liscia, aveva cancellato anche l’ultima traccia dell’essere ch’era colato a picco» (pag. 113). La realtà si mostra come uno spazio vuoto, in cui non incontriamo più l’oggetto che lo curva, la rende ruvido, lo storpia, lo deforma.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">La penetrante sofferenza della morte di Albertine mostra come la mente subisca (perché inestricabilmente connessa con esso) le stesse sorti di una ferita corporale; la calzante, anzi la perfetta similitudine di Proust coglie nel segno: un cambiamento del tempo (atmosferico) gli ricorda cosa faceva Albertine in giornate come quelle; a ciò si aggiunge la gelosia, perché probabilmente ella si sarebbe recata ad amoreggiare con qualche ragazzina; Marcel nota (e qui, infine, v’è la similitudine perfetta) che «visto che non poteva più farlo, non avrei dovuto soffrire di questa idea; ma, come succede ai mutilati, il minimo cambiamento di tempo rinnovava i miei dolori all’arto che non esisteva più» (pag. 90).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Albertine è parte del corpo (perché parte della mente) del narratore; da ciò ne segue il totale sconvolgimento, soprattutto temporale che deriva dalla sua morte.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Dopo aver ricevuto un telegramma in cui lo si metteva al corrente della morte di Albertine, Marcel ne riceve altri due da questa; l’ultimo telegramma di Albertine lo supplicava di poter tornare da lui. Albertine, dicevamo, è parte del corpo (ormai mutilata) di Marcel; dunque è per questo che egli amaramente constata: «Perché la morte di Albertine potesse sopprimere le mie sofferenze, l’urto avrebbe dovuto ucciderla non solo in Touraine [luogo dell’incidente], ma dentro di me. Lì non era mai stata più viva. Per entrare in noi, un essere è costretto a prendere la forma, a piegarsi alla cornice del tempo; non apparendoci che per istanti successivi, non ha potuto lasciarci di sé che un solo aspetto alla volta, consegnarci di sé nulla più d’una singola fotografia. […] La memoria d’un momento non è informata di tutto ciò che è avvenuto in seguito. […] Questo sbriciolamento non si limita a far vivere colei che è morta, la moltiplica. Per consolarmi, avrei dovuto dimenticare non una soltanto, ma innumerevoli Albertine. Quando fossi arrivato a sopportare il dolore d’aver perduto quella, avrei dovuto ricominciare con un’altra, con cento altre.» (pag. 75).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il coinvolgimento (o lo sconvolgimento) della persona è totale: riguarda il suo corpo, la sua psiche, la sua identità, il suo tempo nelle tre dimensioni del passato, presente e futuro. È annientato il sicuro conforto del ricordo, perché causa di sofferenze; è annientato perché la necessità farà il suo corso e corroderà le immagini e gli affetti: «Non avevo più che una speranza per il futuro, una speranza ben più straziante d’un timore: dimenticare Albertine. Sapevo che un giorno l’avrei dimenticata, avevo pur dimenticato Gilberte, Madame de Guermantes, avevo pur dimenticato la nonna. E per l’oblio così totale, sereno come quello dei cimiteri, con cui ci stacchiamo dalle persone che abbiamo smesso d’amare, il castigo più giusto e più crudele è proprio quello d’intravederlo come inevitabile, questo stesso oblio, nei confronti di quelle che ancora amiamo» (pag. 80).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">È annientata l’unità identitaria del soggetto, il susseguirsi delle stagioni, il rapporto che lega la persona all’intero universo: «Legato com’era a tutte le stagioni, perché io perdessi il ricordo di Albertine avrei dovuto dimenticarle tutte, a costo poi di ricominciare a conoscerle […]; avrei dovuto rinunciare a tutto l’universo. Soltanto, mi dicevo, una vera morte di me stesso avrebbe potuto […] consolarmi della sua. Non pensavo che la morte del proprio io non è né impossibile, né straordinaria; essa si consuma a nostra insaputa, se si vuole nostro malgrado, ogni giorno» (pag. 82).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">È annientata, infine, la protensione, la distensione della mente nel futuro: «domani, dopodomani, un futuro di vita in comune, forse per sempre, che comincia, il mio cuore gli balza incontro ma quello non c’è più, Albertine è morta» (pag. 77).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Come avete potuto vedere, ho citato molto (forse anche eccessivamente); ma credo ne valga la pena, per delle pagine così dense, così tragiche e profonde. La morte, senza la quale, come sosteneva Schopenhauer, non sarebbe potuto esistere il filosofare, ha svelato non solo la temporalità, ma anche (o forse conseguentemente) il senso delle azioni, dei pensieri, degli affetti di Marcel nei confronti di Albertine. Gli ha fatto comprendere perché assegnava più valore a discutere con Albertine rispetto a persone più intelligenti di lei; perché esiste e su cosa si fonda l’amore; tutto questo senza analisi di psicologia sperimentale o apparati neuroscientifici. La verità di Proust è valida per tutti, in qualche maniera arcana, proprio perché totalmente personale (o soggettiva, pur nell’annientamento dell’unità del soggetto). E mostra che quando il tempo compie la sua opera, lo spazio si richiude su di sé, cancellando ed annientando i grumi che lo deformano, tornando ad essere liscio, piatto, vuoto: in pace.</span></p>
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		<title>Giorni di intense letture</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Aug 2008 14:12:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giorni di intense letture, di ubriacature, di scempiaggini e di enormi ed esiziali errori… Cominciamo (e forse finiremo) con le letture. Ho (ri)letto I discepoli di Sais del sempre presente nei miei pensieri Novalis. È inutile ch’io mi dilunghi sulla morte ventinovenne per consunzione; parimenti solo sfiorando la sua immagine posso accennare alla morte della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>Giorni di intense letture, di ubriacature, di scempiaggini e di enormi ed esiziali errori…</p>
<p>Cominciamo (e forse finiremo) con le letture. Ho (ri)letto <em>I discepoli di Sais</em> del sempre presente nei miei pensieri <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Novalis" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">Novalis</span></a>. È inutile ch’io mi dilunghi sulla morte ventinovenne per consunzione; parimenti solo sfiorando la sua immagine posso accennare alla morte della sua fidanzata bambini, tisica, deceduta a quindici anni.<br />
Posso solo rivelare che tra i vari accenni alla Natura, tema su cui è incentrata l’incompiutezza de <em>I discepoli di Sais</em>, in particolare vi sono delle righe che schiuderanno un mondo per alcuni sviluppi del<span style="color: #ff0000;"> <a href="http://www.iltempiodellombra.it" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Tempio dell’Ombra</span></a></span>. Cito queste righe:</p>
<p><span style="color: #0000ff;">«Nel momento in cui pensa l’uomo ritorna alla funzione originaria del suo esistere, alla meditazione creativa, a quel momento in cui produzione e conoscenza erano congiunte tra loro in un meraviglioso rapporto di reciproco scambio, a quell’istante creativo in cui nasce la vera gioia, l’autoconcepimento interiore. Quando poi egli si immerge interamente nella <em>contemplazione</em> di questo fenomeno originario gli si dispiega innanzi, come in uno spettacolo incommensurabile dai tempi e dagli spazi inusitati, la storia della creazione della Natura, e ogni punto saldo che si stabilisce nel fluido infinito è per lui una nuova rivelazione del genio dell’amore, un nuovo legame tra il <em>tu</em> e l’<em>io</em>. La descrizione accurata di questa interiore storia del mondo è la vera teoria della Natura. Dall’intima coerenza dei suoi pensieri, e dalla loro armonia con l’universo, si forma spontaneamente un sistema di pensieri che racchiude il ritratto compiuto e la formula dell’universo»</span> (Novalis, <em>I discepoli di Sais</em>, in G. Bevilacqua (a cura di), <em>I romantici tedeschi</em>, Vol. I, Narrativa, BUR, Milano 2003, 172).</p>
<p>Ho letto, sempre del caro Novalis, <em>Enrico di Ofterdingen</em>; romanzo certamente più ampio del precedente, ma parimenti incompiuto. Qui Novalis pare tentato dalla divagazione, dalla fuga in Fiabe a volte pure banali; ma è prettamente un romanzo simbolico, intessuto dell’essenza stessa della fiaba, ed in cui ho pure trovato un possibile appiglio inaspettato per la mia tesi.</p>
<p>Ho pure letto alcuni racconti di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ernst_Theodor_Amadeus_Hoffmann" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Hoffmann</span></a> (tra l’altro ho scoperto che <a href="http://www.davidedellombra.it" target="_blank"><span style="color: #00ffff;">Davide</span></a> adora, come me, lo strepitoso <em><a href="http://www.italicon.it/schede/S181-002.htm" target="_blank"><span style="color: #ff00ff;">Gli elisir del Diavolo</span></a></em>); bene, dunque, dicevo che ho letto:</p>
<ul style="margin-top: 0;" type="disc">
<li class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><em>Il cavaliere Gluck</em>, racconto ottocentesco se altri mai, in cui Hoffmann in prima persona incontra proprio <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Christoph_Willibald_Gluck" target="_blank"><span style="color: #ff9900;">Gluck</span></a>, condannato a vagare tra i vivi senza poter essere riconosciuto perché con la sua musica ha rivelato i segreti celesti;<em></em></li>
<li class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><em>Le avventure della notte di San Silvestro, </em>in cui il tema dello shock amoroso verso la <em>femme fatale</em> si congiunge al topos della vendita dell’anima al diavolo; più precisamente il protagonista dona il proprio riflesso allo specchio (l’immagine di se stesso, la propria auto-coscienza) alla donna che infine si rivelerà strumento del demonio;<em></em></li>
<li class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><em>L’Orco Insabbia</em>, dove timori d’infanzia si congiungono con arcane pratiche alchemiche e con il tema dell’automa, l’artificiale che diviene vivo; difatti il protagonista si innamora di una donna algida, che non parla quasi mai e che alla fine scoprirà essere un automa; tutto ciò lo condurrà a un tentativo di omicidio ed alla follia;<em></em></li>
<li class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><em>Le miniere di Falun</em> mostrano l’interesse verso l’inanimato, il minerario, tipico del romanticismo sin da Novalis; un giovane marinai, imbarcatosi per sbarcare il lunario e provvedere alla madre, rimarrà affascinato a tal punto dallo spirito delle miniere, di ciò che sta racchiuso nella terra, personificato nella figura di un leggendario minatore; il giovane, il giorno stesso del suo matrimonio, svanirà nei meandri della miniera attratto da un’arcana forza:<em></em></li>
<li class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><em>Gli automi</em> riprende il tema, com’è evidente, dell’automa, della vita, anzi di un’intelligenza superiore sprigionata misteriosamente dagli ingranaggi di un uomo finto; dopo un’interessante discussione sulla possibilità di un’intelligenza artificiale, ancora una volta arcane forze trasportano il protagonista verso il suo destino di follia amorosa;<em></em></li>
<li class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><em>Vampirismo, </em>infine, tra atavismi e nobiltà in decadenza, trasfigura in questo tema tanto caro ai romantici le brutalità umane.</li>
</ul>
<p>Ho, inoltre, ripreso la lettura di <span style="color: #333399;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jorge_Luis_Borges" target="_blank"><span style="color: #333399;">Borges</span></a></span>, terminandola con <em>Storia universale dell’infamia</em>, in cui ho ritrovato anche un breve racconto, segnatamente <em>Hakim di Merv, il tintore mascherato</em>, che ha ispirato una miniserie di un fumetto che sto seguendo, ossia <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Volto_Nascosto" target="_blank"><span style="color: #ff00ff;">Volto nascosto</span></a></em>.</p>
<p>Ma soprattutto ho ridato una lettura a <em>L’Aleph</em> e a <em>Lo Zahir</em>. Se il primo di questi due racchiude l’intero universo in un paio di pagine (quelle finali del racconto), è il secondo che mi angoscia e affascina. Borges è riuscito a fare del suo racconto stesso uno <span style="color: #008000;"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Zahir" target="_blank"><span style="color: #008000;">Zahir</span></a></span>.</p>
<p>[Devo confessare che l’ho riletto per via di una mia ossessione, che mi trascino da qualche tempo. Non posso fare a meno, infatti, di pensare e contemplare solo anche nella mia mente lo sguardo, o più in generale l’espressione di una ragazza. Non è questione di innamoramento (per quello c’è qualcun'altra… ma di ciò di cui non si può parlare…); tra l’altro è una ragazza che neanche mi piace; però ogni immagine, sensazione o ragionamento mi riporta a quella espressione che talvolta le ho visto.]</p>
<p>Lo Zahir, se ci fosse bisogno di ricordarlo, a Buenos Aires è una moneta da venti centesimi. La trappola dello Zahier consiste nel suo potere di far credere che a forza di pensarlo e ripensarlo ci si possa liberare di lui. Meravigliose le ultime frasi del racconto:</p>
<p>«Per perdersi in Dio, i sufisti ripetono il loro nome o i novantanove nomi divini finché questi non vogliono più dire nulla. Io desidero percorrere tale via. Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio».(J. L. Borges, <em>Lo Zahir</em>, in <em>Tutte le opere</em>, Vol. I, Mondadori, Milano 1984, pag. 856).</p>
<p>Infine ricordo le mie letture del <em>Protagora</em> di Platone e di un testo perlopiù sconosciuto ma che si è rivelato molto proficuo (come ogni <a href="http://www.giusepperaciti.eu" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Sua</span></a> segnalazione), ossia <em>Primeval Man</em> del Duca di Argyll; di quest’ultimo vedremo di approntare, io e Davide, qualche stralcio di traduzione (giacché non è mai stato tradotto in italiano) per <span style="color: #800080;"><a href="http://www.iltempiodellombra.it" target="_blank"><span style="color: #800080;">Il Tempio dell’Ombra</span></a></span>.<br />
E che dire? Ho cominciato la lettura del <em>Don Chisciotte</em> (me lo ripromettevo da qualche anno) e de <em>I Miti oggi</em> di Roland Barthes.</p>
<p>Per il resto, i giorni vanno tra splendori e miserie. L’unico paio di versi decenti che ho scritto in questo periodo sono codesti (e con essi vi lascio):</p>
<p>«Tutto è sbiadito; tutto si disfa<br />
sfiorandolo con un dito».</p>
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		<title>Bimbi e Kingsley</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Dec 2007 15:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che bello! Una persona che stimo tanto, colta (caso più unico che raro a Regalbuto) ed estremamente sincera mi ha detto stamattina che sono la persona più amata dai bimbi di Regalbuto! Vabbè, l’affermazione non è da prendere proprio alla lettera, però detto dal padre di due vivacissime ed intelligentissime bimbe è un grande onore! [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p class="MsoBodyText" style="margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Che bello! Una persona che stimo tanto, colta (caso più unico che raro a Regalbuto) ed estremamente sincera mi ha detto stamattina che sono la persona più amata dai bimbi di Regalbuto! Vabbè, l’affermazione non è da prendere proprio alla lettera, però detto dal padre di due vivacissime ed intelligentissime bimbe è un grande onore! Spero davvero di meritare tutto ciò e di continuare ad essere un punto di riferimento per questi piccoli che davvero hanno tanto bisogno di qualcuno che sia un esempio di socialità, gentilezza, cortesia, divertimento, pensiero. Capitemi, non è che dica ch’io lo sono, ma almeno ci provo! Provo a prendere il meglio di me ed a dire loro: «Vedete le poche cose buone che ho? Bene, vorrei che vi potessero servire in un qualche modo!». Per il resto, beh, forse apprendo più io da loro! <img src='http://www.catenotempio.eu/wp-includes/images/smilies/icon_razz.gif' alt=':-P' class='wp-smiley' /> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="color: #ff9900;"> </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ma andiamo a noi… Tra le tante notevoli segnalazioni ed i tanti argomenti sfiorati al <a href="http://www.sitosophia.org/archivio/eventi/caffe-filosofico/" target="_blank"><span style="color: #ffff00;">caffè filosofico</span></a> con <a href="http://www.giusepperaciti.eu" target="_blank"><span style="color: #00ff00;">Raciti </span></a>(e che è segnalato anche sul suo sito) c’è stato anche <a href="http://www.peterkingsley.org" target="_blank"><span style="color: #00ffff;">Peter Kingsley</span></a>. Costui si è occupato in particolare di Parmenide, cercando di scoprire il “vero” Parmenide, a discapito delle costruzioni razionalistiche ed astratto di cui viviamo. Già sapete cosa io pensi riguarda Parmenide, in quanto ne ho scritto in <a href="http://www.catempio.splinder.com/post/15107392#comment" target="_blank"><span style="color: #ff00ff;">questo mio post</span></a>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ad ogni modo, in <a href="http://www.peterkingsley.org/pages.cfm?ID=5" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">questa pagina</span></a> del suo sito troverete qualche breve notazione su Parmenide ed Empedocle. Per comodità, ne riporto qualche stralcio della traduzione che ne ho fatto coadiuvato dai preziosi consigli dell’instancabile e mio caro amico <a href="http://www.davidedellombra.blogspot.com" target="_blank"><span style="color: #ffffff;">Davide Dell’Ombra</span></a>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Così dice Kingsley:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="color: #ff9900;"> </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman; font-size: small;">« Parmenide nacque più di duemilacinquecento anni fa e visse nell’Italia del sud. Oggigiorno è famoso come il fondatore del razionalismo occidentale – come il “padre” della logica. Sempre, dai tempi di Platone ed Aristotele, il suo ruolo nella semina della cultura occidentale è stato considerato essenziale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ma Parmenide non era proprio un logico. Ed il suo insegnamento era lontano dal razionalismo. Egli descrisse come gli sia stata data tutta la sapienza che insegna da una dea dopo aver viaggiato per incontrarla in un altro mondo. Ciò perché egli era un sacerdote di Apollo specializzato nel controllo degli stati di coscienza alterati: per lui, il nostro mondo familiare era un’illusione che poteva lasciarsi alle spalle e rientrarci a piacimento. Ed egli era un taumaturgo – un guaritore che operava attraverso l’estasi, attraverso l’ispirata interpretazione dei sogni, attraverso l’immergere se stesso e gli altri per lunghi periodi di tempo in assoluta quiete immota.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Come per la “logica” che introdusse nel mondo occidentale, questo non era un qualche arido esercizio intellettuale. Era nientemeno che un dono degli dèi che, quando compreso bene e applicato nella vita quotidiana, aveva il misterioso potere di ricondurci agli dèi. […]</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Tra loro, Parmenide ed Empedocle, giacciono i fondamenti più basilari per il mondo e la cultura in cui adesso viviamo. Ma con il passare del tempo abbiamo dimenticato chi erano. La verità sulla reale natura dei loro lavori è stata negletta, distorta, ignorata – trasformata proprio in un’altra di quelle vuote illusioni da cui essi stessi provarono a liberarci.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #0000ff; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Non c’è nulla di accidentale nel fatto che noi in Occidente siamo affamati di un qualche vero senso delle cose e reclamiamo a gran voce qualcosa che, a dispetto di tutta la nostra apparente sofisticazione e successo materiale, noi non siamo più stati capaci di nominare. Questa nostra civilizzazione occidentale è stata creata per uno scopo. Fino a che non cominceremo a scoprire di nuovo quello scopo, le nostre vite saranno senza significato. A meno che non tocchiamo le nostre radici e ci mettiamo in contatto nuovamente con l’essenza del nostro passato, non possiamo avere futuro».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"><span style="color: #ff9900;"> </span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;" align="justify"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Vabbè… Prima di lasciarvi, dico che ho completato proprio stamattina la recensione su quel libro su Antonio Vallisneri e che sto lavorando ancora a quella raccolta di proverbi e modi di dire. Per quanto riguarda, invece, le foto di quel compleanno, beh, mi sarà difficile metterle sul blog, ma farò qual che potrò! A presto, o miei assidui e pazienti lettori!</span></p>
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		<title>Dire il pensiero, pensare l&#8217;indicibile</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Dec 2007 20:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Il testo che segue è stato pensato come risposta a questo post di Tommy David) Caro Tommy David, su cosa mai sia la filosofia ho scritto qualcosina altre volte, sia in Cybersofia che in Sitosophia. Tuttavia la tua riflessione-delusione mi ha scosso. Non solo perché nella tua micro-storia della filosofia cogli nel segno parecchie volte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p class="MsoNormal" style="margin: 0;"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">(Il testo che segue è stato pensato come risposta a <a href="http://www.tommydavid.com/2007/12/cosa-puo-essere-mai-la-filosofia" target="_blank"><span style="color: #00ffff;">questo</span></a> post di Tommy David)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Caro Tommy David,</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small; color: #000000;"><span>su cosa mai sia la filosofia ho scritto qualcosina altre volte, sia in </span><a href="http://www.biuso.it/cybersofia/topic.asp?TOPIC_ID=356" target="_blank"><span style="color: #000000;">Cybersofia</span></a><span> che in </span><a href="http://www.sitosophia.org/forum/viewtopic.php?t=118&amp;start=0" target="_blank"><span style="color: #000000;">Sitosophia</span></a><span>.</span></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Tuttavia la tua riflessione-delusione mi ha scosso. Non solo perché nella tua micro-storia della filosofia cogli nel segno parecchie volte e perché nell’incontro con Raciti dell’anno scorso ti sei reso conto di cosa fosse davvero la filosofia. Ma soprattutto perché pur cogliendone l’essenza, in qualche modo tenti di renderla inefficace e la snaturi.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Dici che la filosofia è arte veicolata col linguaggio e infine la ri(con)duci a Parola. Dici espressamente che la filosofia è «cogliere le connessioni del reale ed esplicarle in un caleidoscopio di <strong>Parole</strong> (parole parole parole): niente più». Niente più? E che volevi di più? Quello che tu indichi come filosofare è, in qualche modo, tutto. In che modo?</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Quello strano personaggio che è Johann Georg Hamann scrisse che «senza parola non ragione – non mondo. Nella parola è la fonte del creare e del governare!» (citato in M. Ferraris, <em>Storia dell’ermeneutica</em>, Bompiani, Milano 1997, pag. 119).</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">In uno scenario burlescamente apocalittico di un mio racconto, ad un certo punto dico:</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"> </span></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #00ff00; font-family: Times New Roman; font-size: small;">«Credo fosse una citazione da Mallarmé: “Il mondo esiste per approdare a un libro”. </span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #00ff00; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Di schianto, come un colpo secco ed improvviso, come se ruotando a caso la miriade di combinazioni possibili di una cassaforte avessi trovato quella giusta, compresi.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #00ff00; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ogni singola parola scritta, ogni libro ritenuto sacro e persino il grande libro della natura che si credeva scritto in caratteri matematici sono solo una parte del libro che conterrà tutto il mondo. Quando il Libro sarà compiuto, cesserà tutto. Se in principio era il verbo, se il mondo è stato creato con un parola, allora il mondo stesso svanirà nel silenzio. La storia, che noi facciamo cominciare con la scrittura, contiene in sé il germe del proprio annientamento. Il progressivo passaggio dall’oralità alla scrittura, ad una sempre più capillare ed ubiqua scrittura, condurrà al silenzio assoluto. Tutto sarà scritto e con ciò il mondo finirà, non ci sarà più nulla da dire. Il canto originario, la poesia tramandata oralmente, il mondo che cerca la sua giustificazione di diritto nei primi codici tramandati ad acquistare un iniziale provvisorio senso, via via fino a giungere a ciò che, secondo Dante, per l’universo si squaderna ed alla scomparsa della creazione di fiabe orali, ebbene, tutto questo processo non mostra altro fatto che il mondo creato dalla parola volerà via per sempre; rimarrà la scrittura, monolitica, impenetrabile, a custodire il segreto del mondo. Senza più rumori o suoni, senza chiasso o melodia. Il cicaleccio contemporaneo è solo un <em>divertissement </em>pascaliano, un distogliere lo sguardo dal fatto necessario che il mondo, prima o poi, tacerà.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #00ff00; font-family: Times New Roman; font-size: small;">E quando la scrittura avrà assorbito tutto, quando la storia con le sue guerre avrà penetrato ogni luogo, sarà come se l’Assoluto hegeliano avesse raggiunto il culmine dialettico compiendo il sistema, la sintesi definitiva, negando così un successivo movimento dialettico. Addirittura cesserà il movimento in generale; la vita si cristallizzerà nella grafia. Il mondo sarà mondato: dalla catarsi della scrittura assoluta, della storia che culminando eliminerà se stessa in quanto non potrà mai più procrearsi, scaturirà la pace. La storia imploderà, si chiuderà su se stessa; allora sarà la pace bianca del silenzio, il nulla di un mistero sconosciuto e incomunicabile per chi non potrà mai più parlare».</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: Times New Roman;"> </span></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Volevo semplicemente (e forse un po’ troppo liricamente) dire che il mondo che esiste è parola. Anzi, il mondo esiste perché è parola. Senza una connessione di significati veicolati dal linguaggio, il mondo sarebbe solo un’accozzaglia di frammenti privi di senso: ossia non sarebbe più un mondo.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Che la scienza possa poi offrire un’aderenza di parole a fatti, beh, né più né meno della filosofia. Anzi di meno (e spiegherò perché).</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Innanzi tutto, ammettere che vi possa essere un’aderenza di parole a fatti abbisogna di una spiegazione che ci salvi in qualche modo dal dimenticarci di Kant. Ossia, la scientifica aderenza delle parole ai fatti è una reale descrizione del mondo? Reale? Della cosa in sé o delle apparenze? Il cosiddetto realismo scientifico mi fa proprio crepare dal ridere!</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">La filosofia, a mio modo di vedere, è invece l’unica disciplina che indagando sui proprio principi (che poi sono i principi di ogni altra disciplina) tenta di identificarli e perciò smascherarli. O, meglio, smascherare se stessa da ogni pretesa assoluta che tenti di procedere oltre quei principi stessi.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">La filosofia è parola perché ha a fondamento l’indicibile; non appena si tenta di dire questo, tutto crolla e la filosofia (e perciò il pensiero, in quanto la filosofia è l’unica forma di pensiero</span><a title="" name="_ftnref1" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckeditor.html?InstanceName=body&amp;Toolbar=Post#_ftn1"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">[1]</span></span><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><span>)</span> cessa d’esistere.</span></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ora, l’indicibile è pensabile? Beh, sì; altrimenti non potremmo pensare nulla, se non potessimo pensare i principi. Ma dunque l’indicibile è il noumeno? Non potrei dirlo… Posso solo pensarlo!</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small; color: #000000;"><span>A conclusione cito Parmenide secondo cui pensare ed essere sono una cosa sola. E mi piace riportare anche qui una cosetta che avevo scritto per </span><a href="http://www.sitosophia.org/forum/viewtopic.php?t=248" target="_blank"><span style="color: #000000;">Sitosophia</span></a><span><span>,</span> proprio rispondendo sempre a te, caro Tommy.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">La filosofia non deve partire dai dati osservabili, dall’esperienza empirica, dalla ragione, dal nulla (al quale pure ha tentato di accostarsi); non deve partire finanche dall’essere. Precisamente perché la filosofia o, meglio, il pensiero (inteso come <em>nous</em>) non parte; esso semplicemente c’è. (Chiarirò meglio più sotto).</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">La scienza, così come la filosofia o la poesia o l’arte e così via, non è che un ambito o meglio una forma del pensiero a cui diamo un nome particolare; non esiste alcuna priorità né ontologica né temporale. Non si dà punto di partenza perché ciò di cui parliamo, il pensiero, in un certo senso accade oltre il tempo. Dobbiamo sancire la profonda unità non solo all’insegna della trasversalità di ciò che è coevo, ma anche del pensiero tutto, oltre la contemporaneità e la stessa temporalità. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Unificare il sapere, il pensiero oltre la temporalità è sancirne l’eternità. Non ha senso l’obiezione che il pensiero è nato e morirà con l’uomo, perché questa è una misurazione impropria. Se anche l’attimo più menzognero del cosmo, la conoscenza, non durasse che appunto un solo attimo, ciò non riveste alcuna importanza, perché il pensiero è <em>la</em> misura, il termine di riferimento per la misurazione. Come mi disse una volta il prof. Raciti, voler misurare la misura è la <em>hybris</em>.</span></p>
<p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Certo, è facile notare come dietro il mio discordo stia Parmenide: «Infatti lo stesso è pensare (<em>noein</em>) ed essere <em>(einai</em>)». Da qui discende che l’espressione «pensare l’essere» è poco più di una banale tautologia. Il pensiero approda all’ambito dell’astrazione e da lì gode, contempla e agisce l’eterno e immutabile snodarsi del tempo nelle forme storiche.</span></p>
<p><span style="font-size: 12pt; font-family: &quot;&quot;; color: #000000;"><span>Quanto più pensiero, tanto più essere. Essere: pensare; non nel senso cartesiano, ma nel senso cosmico per cui l’essere in tutti i sensi si dice in tanti modi ma è una cosa sola, il pensiero. Forse la domanda metafisica: “perché, in generale, vi è l’essente e non il nulla?”, potrebbe trovare questa risposta, certo tautologica, ma che potrebbe far riformulare la stessa domanda, ossia: “v’è essere perché c’è pensiero e viceversa”. A questo punto la domanda metafisica potrebbe così dirsi: “perché è lo stesso pensare ed essere?”. Senza pensiero ci sarebbe l’essere? E senza l’essere pensiero? L’essere, come sussistenza in sé, senza niente che lo pensi, sarebbe questo stesso niente. È palmare e filosoficamente fondante, giacché al limite del dicibile, anche il contrario: il pensiero senza essere semplicemente non si dà.</span></span></p>
<div><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small; color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><br />
</span></span></div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div id="ftn1">
<p class="MsoFootnoteText" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #000000;"><a title="" name="_ftn1" href="http://www.splinder.com/editor/fck/editor/fckeditor.html?InstanceName=body&amp;Toolbar=Post#_ftnref1"></a><span class="MsoFootnoteReference"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: x-small;">[1]</span></span><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Times New Roman;"> <span>«<span>L&#8217;esistenza di un solo filosofo promuove l&#8217;insopportabile sospetto che gli altri, senza eccezioni, medici avvocati storici o fruttivendoli, non pensino — mai</span><span>.»</span> <span>(G. Raciti, <em>L’anno pensato (L’hanno pensato)</em>). Precisando che le altre categorie non è che non pensino, ma quando pensano divengono filosofia.</span></span></span></span></span></p>
</div>
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