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Felicità, pagina bianca nella storia…

Può un capello rendere felici? Sì, può. Etiam capillus unus habet suam ombram.
A volte mi sembra d’essere rimasto in qualche luogo, d’essermi fermato colá, d’esser giunto ad un punto e da lì non essermi più mosso; il guaio, il grosso e crasso guaio è che tali punti sono tanti, si assommano eppure non costituiscono linea continua o progressione evolutiva; sono, bensì, una serie discreta.

L’eternità è tra i giorni, tra due giorni. Arriva un giorno, uno qualunque, e per qualcuno non passa.

Una foto, un luogo che a mala pena sostava nei meandri della memoria e non si sa più quel che si è; anzi quando si è.
Abbandoniamo(ci a) queste malinconie da strapazzo; i panni seri che intendeva vestire questo sito, purtroppo non trovano l’adeguato sostegno, cioè colui che doveva vestirli. Con questa cosa deforme e buffonesca che scrive, ogni intento anti-autobiografico vacilla di fronte a ciò che mi sostanzia: la pigrizia. La politica (in ispecie quella paesana) l’ho dismessa, per bastonate metaforiche e (quasi) reali; ho ridotto le attività (tendendo asintoticamente al nulla); ho meno tempo ‘libero’ a motivo delle ripetizioni che il campare m’ha quasi imposto e per via della traduzione.
Giungiamo dunque ai libri. Traduco, come un dannato, come un cane (e forse anche da cane); però confesso che raramente ho trovato un’attività che mi assorbe così completamente; abbasso il capo (o le corna, direbbe qualcuno) per tradurre e quando le rialzo sono già trascorse un paio di orette. Il libro in questione è An enquiry into the nature and place of hell di tale Tobias Swinden. La difficoltà maggiore consiste nel trovare tutti i riferimenti e le citazioni, spesso generiche, quando, a volte, non totalmente assenti. Seguendo, inoltre, i consigli del mio relatore, sto affinando la scrittura; nulla come l’esercizio poetico e il laboratorio della traduzione modellano e rendono malleabile la tecnica scrittoria; ed ovviamente, rendendo fluida la scrittura si scioglie pure la viscosità del pensiero. Mi sono ritrovato a rileggere quanto tradotto e a percepirlo come frutto non mio, stile che non mi appartiene; è una gran cosa (almeno, la mia percezione, che potrebbe essere solo illusione calamaica; ad altri la sentenza).
Leggo, in aggiunta; ho ultimato qualche tempo fa le Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel. La cosa stupefacente, oltre i pozzi di sapienza nascostivi, è stata trovare passi che potrebbero benissimo essere messi in bocca a Schopenhauer, in barba alle storiografie ed alle beghe fin troppo spicciole su cui hanno fatto fortuna gli specialisti del gossip filosofico.
Giunti all’illuminismo, Hegel sostiene che, ovviamente riferendosi al suo tempo

con questo principio formalmente assoluto arriviamo all’ultimo stadio della storia, al nostro mondo, ai nostri giorni.
La mondanità è il regno spirituale nell’esistenza, è il regno della volontà che si dà esistenza. Sensazione, sensibilità, impulsi sono anche modi di realizzarsi dell’interiorità, ma in via transitoria nelle singole cose: sono infatti il contenuto mutevole della volontà. Ma ciò che è giusto e morale appartiene alla volontà essenziale esistente in sé, alla volontà universale in sé. [...]
La volontà è libera solo a condizione di non voler altro, nulla di esteriore, di estraneo, poiché in tal caso sarebbe dipendente; la volontà deve volere solo se stessa, la volontà appunto. La volontà assoluta è questo voler essere libera. La volontà che vuole se stessa è la base di ogni diritto e di ogni obbligo, dunque di tutte le leggi del diritto, di tutti i precetti del dovere e i gravami imposti.
(G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, Roma-Bari 2003, pag. 359)

Ora, ovviamente qui siamo su un piano dove emerge, soprattutto nelle righe che ho tralasciato e in quelle seguenti, la critica al formalismo morale kantiano, giacché in questo modo la volontà è astratta ed indeterminata; per sé, appunto, e dunque abbisogna di contenuto; v’è anche, inoltre, una flessione morale della volontà stessa, per cui è con essa e per essa che si compie il diritto ed è la volontà assoluta a garantire la libertà. Ed è proprio in quest’ultimo punto che a mio avviso si toccano Hegel e Schopenhauer. Ovviamente per quest’ultimo la volontà non garantisce il diritto di alcunché se non di se stessa e in sé non è né giusta né sbagliata, né buona né cattiva. Ma nel mio insano proposito di far toccare questi due ‘nemici’ mi piace citare ancora Hegel:

La volontà formale vuole se stessa, l’Io deve trovarsi in tutto ciò che la volontà ha di mira e fa. Perfino l’individuo devoto vuol essere salvo e beato. [...] Felice è chi ha commisurato la propria esistenza al carattere, al volere e all’arbitrio suoi particolari, e così gode nella vita di se stesso. La storia non è il terreno della felicità. I periodi felici sono pagine vuote nella storia, poiché sono i periodi di concordia, nei quali manca l’antitesi.
(Ivi, pag. 25)

In questa pagina riluce una saggezza che contraddistinguerà Schopenhauer. Il discrimine è il contenuto della volontà, il quale per Hegel sostanzialmente è concretezza; per Schopenhauer tale multiformità non è che mera illusione. La ‘ricetta’ della felicità è uguale nell’aquila ed in chi volle rappresntare tale aquila con le fattezze di somaro.
Tuttavia, rimane che la pace è ancora bianca: ha il candore delle pagine bianche del libro della storia.

Amarezza e ridicolo

L’amarezza ed il ridicolo corrono spesso di pari passo; talché se a volte l’uno sopravanza l’altra, o viceversa, tosto chi rimane indietro s’affretta a colmare lo svantaggio. Sicché potremmo dire che al detto schopenhaueriano per cui la vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, fa da giusto pendant la considerazione che la vita è un orologio le cui lancette segnano l’una l’amarezza, l’altra il ridicolo.

Cosicché le vicende della prima prova scritta degli “esami di stato” hanno dato il risultato sperato; l’esame di stato ha esaminato lo stato. Abbiamo esame di stato, ma non abbiamo stato d’esame. Avevamo “esame di maturità”; abbiamo perso la maturità d’esame. Ma ciò che non s’è dato mai è la maturità di stato; o, peggio, lo stato di maturità.

Lo stato, ad ogni modo, è stato esaminato.

Ciò che sorprende di più non è l’errore, ché, volendo, potrebbe capitare; no, non è neanche la stupefacente ignoranza, ché, volendo, potrebbe anche star-ci, ossia stare nello stato.

Ciò che sorprende è l’assenza di ogni approfondimento; la totale mancanza di ogni curiosità, di meraviglia, di stupore, di interesse.

Io leggo questa poesia di Montale;

a K.

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma…

mi chiedo: «chi è K.?». Al di là del fatto che sia una donna, un uomo, un cane, una pianta, un sogno. Ma chi è? Posso assegnare un compito su una poesia dedicata a qualcuno senza sapere chi mai sia? E dato lo stato di ignoranza in cui sono, posso tralasciare che a seconda di chi sia K. l’intero componimento assume un significato diverso? Può darsi che l’autore sia ironico, come lo sarà nelle opere più tarde? (No, non può darsi; ma s’è per questo non poteva neanche darsi che ci fosse un ruolo salvifico della donna; ma loro come avrebbero potuto mai saperlo?) E pure presumendo che sia una donna, chi è K.? È un’iniziale che poco ha a che fare con le donne del poeta; potrebbe dunque, essere chiunque. Ma perché, allora, non controllare?

La meraviglia conduce al filosofare; cosicché allo stato manche ogni principio primo del filosofare; è stato, non ha nessun metabolismo (nel senso della metabolè).

Cambiamo argomento…

In questi tempi avversi sto riscoprendo l’invitto Vittorio Alfieri, la fierezza, l’altierezza, la fronte ritta e lo sguardo fisso.

Mi sono innamorato (tra gli altri) di questo suo sonetto:

 

«Bieca, o Morte, minacci? E in atto orrenda

l’adunca falce a me brandisci innante?

Vibrala, su: me non vedrai tremante

pregarti mai che il gran colpo sospenda.

 

Nascer, sì, nascer chiamo aspra vicenda,

non già morire, ond’io d’angosce tante

scevro rimango; e un solo breve istante

de’ miei servi natali il fallo ammenda.

 

Morte, a troncar l’obbrobriosa vita,

che in ceppi io traggo, io di servir non degno,

che indugi omai, se il tuo indugiar m’irrìta?

 

Sottrammi ai re, cui sol dà orgoglio, e regno,

viltà dei più, ch’a inferocir gl’invita,

e a prevenir dei pochi il tardo sdegno»

 

Bene, c’è poco da aggiungere o commentare, se non il quinto e il sesto verso. La ventura aspra, amara, che ci può capitare è nascere, non già morire. La morte è l’unico evento che ci rende completamente liberi che ci può redimere dalla colpa dei “servi natali” (so che sto generalizzando e tradendo; ma chi può tradire lo faccia. Pro domo sua).

Infine, quella che ascoltate è l’inconfondibile suadenza dei Rolling Stones.

 

Compleanni e libertà? Chi indovina vince!

L’ultimo dell’anno… Tempo di bilanci… Ma siccome io non sono un’azienda (e non ne farò mai parte, anche quando forse entrerò a far parte dell’“azienda scolastica”!), dunque, siccome io non lo sono, deliberatamente me ne fotto!

E poi, per chi cerca di vivere appieno, i giorni sono tutti stupendamente uguali e la convenzione dell’ultimo giorno dell’anno (benché sia fin troppo ovvio dire che è una convenzione) è solo un momento come un altro e, per me, una scusa qualsiasi per bere vino e fare festa!

Detto questo, e prima di procedere con cose un po’ più serie, inserisco alcune foto che avevo promesso. Sono le foto di un paio di compleanni; purtroppo non ne ho tantissime e alcune non sono venute bene. Beh, le metto qui di seguito; e via!

 rockbandlcompleanno chiaracateno e davide

il pittore

Pensando, così, casualmente, ad alcuni miei propositi da non-anno-nuovo ma da giorni-come-tanti-altri, ebbene, il più importante mi pare la mia voglia (a seguito di un improvviso risveglio notturno che ho avuto appunto stanotte) di imparare finalmente a suonare il pianoforte. Non voglio diventare chissà che; solamente voglio capirne un po’ più di teoria musicale, voglio che uno spartito per me significhi qualcosa e, infine, dilettarmi massacrando altre corde oltre quelle della chitarra.

 

Ma ora, ahivoi, una discussione un po’ più seria.

I miei pensieri si stanno dilatando notevolmente in questo periodo; non solo perché ho quasi ultimato lo studio della Critica della ragione pura (ancora 60 paginette; e che saranno mai in confronto alle 760 che ne ho già letto?); ma anche e soprattutto perché sto leggendo Peter Sloterdijk, di cui pure avevo già parlato in questo altro post.

Gli entusiasmi che si possono provare per qualche autore del passato non sono mai così forti come quando ti riconosci nel concetto espresso del tuo presente. Traslando i piani, io adoro Wagner (in questo preciso momento sto mandando un sacco di sms a una mia amica in cui appunto dico come la sua musica mi riempia la mente e mi causa brividi lungo tutto il corpo); ma per quanto lo possa adorare, la dilatazione mentale che provo ad ascoltare qualche contemporaneo è decisamente superiore.

Quindi mi sto scoprendo (io che credevo avrei sempre vissuto ancorato ad un qualche passato lirico-soggettivo, malinconico-oggettivo o classico-concettuale), ebbene, mi sto scoprendo autenticamente presente. E sto sperimentando il detto di Wittgenstein secondo cui «vive eterno colui che vive nel presente».

Ma veniamo a Sloterdijk ed alla libertà umana. Chi mi conosce, ben sa com’io credo che l’uomo non sia libero, che il libero arbitrio non esista e che, per dirla con Schopenhauer, siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ma non di volere ciò che vogliamo. Insomma, chi mi conosce, ben sa come io adori parlare di Spinoza, e con ciò abbiamo detto tutto.

(A proposito, come faceva notare anche Biuso, il numero di dicembre di Mente & cervello è davvero bello e si occupa anche di questi temi che sto discutendo. Meno male, perché ultimamente sta rivista mi stava un po’ deludendo!)

Ma torniamo, per la terza volta a Sloterdijk. Egli snocciola il nodo teorico della libertà ebraico-cristiana. Facciamolo parlare:

 

«Anche se nel mondo balza agli occhi una fastidiosa negatività, la cui attribuzione alla causa prima divina deve restare tabù, l’intera cultura del discorso e l’igiene logica dei giochi linguistici biblico-ellenistici non devono essere messi in pericolo. In tal modo, per l’uomo, in quanto creatura dotata di libertà, aumenta il peso di un compito alla lettera sovrumano, atlantico: l’uomo è chiamato a portare la colpa di un intero mondo di sofferenze. La libertà umana sgrava dio dal problema di dover riconoscere un secondo principio accanto a sé come origine di ciò che non è stato intenzionalmente voluto da lui. Per questo la tradizione della vecchia Europa si definisce, e a ragione, come “umanistica”: essa doveva infatti riporre nell’uomo, e solo in esso, sia la possibilità di un accordo con dio e la natura, sia la tentazione del disaccordo. […] I cristiani si servono dell’uomo come di un concetto superiore e di un nascondiglio per l’inumano, vale a dire per tutto ciò che si oppone a dio. […] L’uomo appare per un’intera epoca come un essere che può mancare il suo appuntamento con dio, un appuntamento, che, come si sente dire, costituisce la sua umanità» (P. Sloterdijk, Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger, Bompiani, Milano 2004, pag. 74).

 

Bene, ancora una volta è svelato innanzi tutto il tranello già visto da Max Stirner, ossia che l’umanità dell’uomo è considerata la sua divinità e che perciò l’umanismo è una religione (che forse coincide con il cristianesimo, per la menata del dio-uomo).

Ma che bellezza far rilucere l’ovvietà della libertà umana che infine è una subdola teodicea!

E c’è dell’altro! La libertà cristiana è intimamente paradossale, in quanto

 

«Si tratta della disastrosa paradossalità contenuta nell’idea secondo cui la propensione alla libertà rimane legata a un’aspettativa di ordinamento e di gerarchia. Di conseguenza l’uomo, come il suo mitico protettore, Satana, avrebbe potuto utilizzare senza colpe la sua libertà solo se avesse deciso di non usarla. Servirsi della libertà significa, al contrario, arrivare automaticamente alla rivolta e decidersi per la liberazione esistenziale». (Ivi, pag. 78).

 

I cristiani, dunque, o sono condannati o rimarranno schiavi a vita.

Ma ciò che mi inquieta di più è un rimando che fa Sloterdijk; nel rimando della nota 20 del secondo capitolo (precisamente a pag. 95), egli ci informa sulle:

 

«riflessioni di Michel Serres sul carattere impersonale e sovrapersonale del male e sulla costante tragica della condizione umana. Serres consiglia di coniugare il male attivo come un verbo impersonale: “Piove, gela, tuona”. “Da un nube fluttuante e permanente cadono, indifferentemente, danni su tutte le teste e su qualsiasi testa”» (ivi, pag. 332).

 

Caspita! Si dovrebbe dire che accade il male come se piovesse! Questo è riportate tutto alla natura, al cosmo! Si dovrebbe dire: “mala”, come quando si mette il capo fuori dalla finestra e si dice: “piove”.

Dunque, se mi concedete un giochetto, la “malavita” è un accadimento come il “nevica”. E la “malavita organizzata” è l’intera esistenza umana nel suo accadere.

 

Sono stato più lungo del (già lungo) solito, ma abbiate ancora un attimo di bontà. Solo due piccole segnalazioni.

La prima riguarda la mia iscrizione a questa grande community libresca che è anobii. Mi costa fatica mettergli dei libri perché con la connessione che mi ritrovo ci sta un sacco di tempo ad aprirmi una pagina. Comunque, visitate il sito; è davvero interessante. (Ringrazio Giovanni Polimeni, giacché è per suo tramite che ho conosciuto questo sito).

E infine, una piccola barbarie quotidiana di cui anch’io nella mia goffaggine e noncuranza da umano non mi ero accorto. Tramite un comunicato diffuso (anche) da Biuso si può riflettere di quanto danno facciano i botti di fine anno ai nostri amici animali. Leggete qui e capirete.

A presto!