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“Brahms ha riempito il treno di dinamite!”. Su Hans Rott.

La decadenza infinita della scuola italiana non presenta solo aspetti negativi. Se non altro, si ha la possibilità di avere a che fare il meno possibile con quanto propina il ministero attraverso la pochezza degli insegnanti. La scuola disinnesca, svuota la pericolosità della conoscenza; la didattica scolastica è strutturata storicamente e pertanto tutto scivola fluidamente nell’immoto che non ritorna, nella pura eliminazione del negativo hegeliano. La scuola è assassina del movimento dello spirito; per dirla in altri termini, la scuola annichilisce la potenza della morte.
Eppure sarò sempre grato ai professori che non si sono opposti a tutto ciò e che mi hanno permesso di farmi i santi cazzi miei. Balbettavano del X agosto e io imparavo a memoria Alexandros. Sproloquiavano nel vano tentativo di far comprendere il trascendentale a dei caproni; e io leggevo Aut-aut. In quei pomeriggi di ormai quasi dieci anni fa, quando avrei dovuto studiare per loro mezza paginetta in inglese su quale genere di film prediligevo, si è costruita la mia, per quanto modesta, conoscenza musicale. A diciott’anni, il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore di Schumann è impagabile; a vent’anni, a Praga, mentre i compagnetti cercavano di fottere i camerieri imbrogliando sul conto, io ascoltavo qualche concerto per pianoforte di Mozart.
Tra le insondabili assurdità degli eventi, sfugge sempre qualcosa; spesso ci si è chiesto quanti capolavori siano andati irrimediabilmente perduti. Del resto, bastano pochi decenni a far sì che a una generazione sia precluso l’accesso a qualche opera del passato poi ritenuta indispensabile.
A vent’anni, circa, lessi una diecina righe su un compositore, definito ‘geniale’, morto giovanissimo e del quale solo negli ultimi anni si stava ricominciando a parlare. Per pigrizia o noncuranza non seppi poi ritrovare dove avessi letto quelle poche parole; tantomeno ricordavo il nome. Debbo a una conoscenza fortuita e fortunata e addirittura a Facebook se sono riuscito a recuperare quel nome così avvolto nel mistero della mia fioca memoria.
Si tratta di Hans Rott. Morto a soli venticinque anni, completamente preda della pazzia (pare, tra l’altro, che nella sua follia si pulisse il sedere con gli spartiti delle sue composizioni), compì una straordinaria e infelice serie di errori strategici. Su tutti, quello di presentare la sua Sinfonia in mi maggiore a Brahms. Ora, per i digiuni di musica classica, quest’ultimo era un convinto anti-wagneriano. Lo stile ‘aggressivo’, eccessivamente dissonante, sperimentale, assolutamente innovativo di Wagner era malvisto e osteggiato dal campione della tradizione classica, da colui che dopo Bach e Beethoven era considerato la terza ‘B’ della musica tedesca. Vedersi presentare un giovanotto, con in mano una sinfonia così imponente, sia nella durata che nella dimensione orchestrale, così esplicitamente wagneriana e addirittura oltre Wagner; notare, inoltre, che ci sono dei rimandi all’opera di stessa di Brahms, dev’essere sembrato a questi come una provocazione bella e buona. Infatti costui disse al giovanotto di lasciar perdere la musica. Per Rott fu il colpo di grazia, l’inizio dell’abissale discesa nel vortice della follia.
Rott lavorò alla citata sinfonia quand’era poco più che ventenne. Il risultato è davvero sorprendente. L’opera, come dicevo, è imponente per il respiro dei temi, per l’ampiezza, per gli strumenti impiegati. L’inizio m’è parso una delle poche musiche che possano reggere il confronto con Wagner. Una sorta di nuova creazione dell’universo, le cui forme sono impresse e definite dalle fiamme del Walhalla. I primi due minuti e mezzo sono mozzafiato e ogni volta che li ascolto mi dànno i brividi:

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Nel terzo movimento troviamo qualcosa di assolutamente nuovo (ovviamente per l’epoca); alla solennità wagneriana si sostituisce una marzialità ironica:

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Ovviamente, qualcuno salterà dalla sedia e dirà: «Ma questo è Mahler». Senonché, la prima sinfonia di Mahler fu scritta a partire dal 1888, ossia dieci anni dopo quella di Rott. I due si conoscevano; Mahler era consapevole della grandezza dello sfortunato amico ed era cosciente che fosse l’inventore della ‘nuova sinfonia’. Per comprendere l’influenza che Rott esercitò sul ben più noto collega basti ascoltare l’inizio del secondo movimento della prima sinfonia di Mahler; si notano subito le somiglianze con quanto abbiamo appena ascoltato:

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Per concludere, vi lascio ancora con Rott e la sublime conclusione del primo movimento (e anche dell’ultimo):

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P.s. La persona a cui debbo la conoscenza di Hans Rott è Joe Schittino. Ci siamo conosciuti una fredda sera di dicembre, a Regalbuto. Passeggiavo, avevo la tosse; volevo andare a casa ma mio fratello mi ha convinto a restar fuori ancora un po’. Incontrai un amico che non vedevo da tempo, Massimiliano Valenti, ottimo pianista, e costui mi presentò Joe, ‘un compositore’. Un colpo di tosse in più e mi sarei giocato l’amicizia con Joe, la conoscenza delle sue composizioni e di quelle di Hans Rott.