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Segnalzioni, orgoglio e citazioni

Poche cose mi danno conforto in questo periodo tormentato (tormento di cui non posso e non voglio parlare); mi dà conforto lo studio e il sapere che c’è il “circolo di Catania” (le uniche persone con cui è possibile un socratico dialogo); mi dà conforto la causa del tormento (ed è un tormento proprio per questo); mi dà conforto soprattutto “l’acqua di sale” (forse un giorno spiegherò).

Venendo a noi, comincio con un paio di segnalazioni. La prima, che mi riempie di orgoglio, è che la mia recensione su La conoscenza del peggio di Sgalambro è stata pubblicata sul sito ufficiale di Sgalambrostesso (caspita! Non so se mi spiego!). Chi volesse leggerla lì non ha che da andare sul sito, cliccare su Interviste, poi ancora su 2007 e infine su Dicembre.

L’altra segnalazione riguarda invece Il Tempio dell’Ombra, che ha abbandonato la veste di blog per assumere quella più duttile e versatile di sito. Do nuovamente il link: www.iltempiodellombra.it

Ci stiamo, io e il caro Davide, per adesso documentando molto. Abbiamo (o forse ho) cominciato pure a scrivere qualcosa sulla Natura, anche se ancora dobbiamo rendere pubblico quanto scritto.

Procedono intanto gli incontri del Caffè filosofico; giusto ieri ce n’è stato uno molto interessante (ed ho addirittura introdotto io) sulla musica, a partire dallo spregevole libro di Baricco L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin.

Procedono pure i miei studi; ho sostenuto un esame di filosofia morale (o moralistica); pessimo insegnante, non c’è che dire, da tutti i punti di vista. Almeno però ho avuto occasione di studiare Benedetto Croce e di sputargli anche addosso! Un pensiero che condivido molto poco, ma che tuttavia devo ammettere trova pagine stupende, capaci di cogliere la necessità, la sofferenza, la trama sottile che lega il reale; capace, nello spazio di qualche paginetta, di espandere la mente, di cullarti, di illuderti e disilluderti sulla possibilità della pace. Cito ampiamente un frammento di etica tra quelli che più ho apprezzato:

«Distrigarsi dalla baruffa della vita, purificarsi dei tossici dei quali ci ha imbevuti, detergersi delle sue macchie, uscir fuori dal tumulto e guardare indietro solo per contemplare e ricordare… Questo impeto di desiderio a volta a volta si accende in noi e ci spinge a ricercare. Non esisterà in qualche parte un luogo di rifugio o di riposo? […] E quando la critica distrugge questa forma metafisica  d’ideale e dimostra contraddittorio e vuoto il concetto di un altro mondo e del paradiso, il desiderio intesse altre forme più tenui di sogno; e allora vagheggiamo il ritiro dagli affari e dalla politica e dalle dispute e dalle ambizioni nella pace della famiglia, con pochi amici e molti libri, o carezziamo in fantasia la serena vecchiezza, che ricorda sorridendo. Ma anche questi ideali modesti svaniscono al toccarli; e quella pace idilliaca è pur sempre vita inquieta, e la vecchiezza o è un languore aspettando la morte o, nel miglior caso, lavoro che continua, se anche con diverso ritmo, il lavoro a cui si è adusati. […]

Il luogo di rifugio, l’idilliaco riposo, la libertà dalle passioni, e tutte le vagheggiate condizioni nelle quali la vita non ci farebbe più acremente godere e soffrire, ma sarebbe distaccata e abbassata a mero spettacolo, sono dunque in attingibili sol perché non consistono in altro che in duplicati e deformazioni fantastiche dell’atto con cui di continuo ci distacchiamo idealmente dalla vita e la abbassiamo a spettacolo. Il paradiso esiste anch’esso, ma sulla terra; ossia come un eterno momento nell’opera dello spirito. Nell’arte e nel pensiero ci distrighiamo dalle baruffe, ci purifichiamo dei veleni, ci detergiamo dalle macchie, usciamo fuori del tumulto, e riposiamo». (B. Croce, Etica e politica, Adelphi, pagg. 102-104).

Beh, non so; sembro vecchio io stesso; come se avessi perso smalto, brillantezza; come se l’ironia che tanto mi piace e mi fa (s)piacere fosse (spero momentaneamente) sepolta. Eppure sento rinascere qualche invenzione poetica; qualche lampo, qualche concetto che affiora (disin)cantando, che ancora mi fa giocare con forme e formule. A volte mi sfiora il pensiero della chimica, o forse dell’alchimia che intimamente dev’essere la poesia; alchimia, magia (naturalis, ovviamente; vero, Davide?) che scardini l’impianto, il Ge-stell tecnico contemporaneo, ossida che accade nel con-tempo. E mi immagino una poesia che scardini e comprenda in sé l’incomprensibilità, che anticipi e annulli tutte le possibili interpretazioni volte alla comprensibilità che di essa si tenteranno; una poesia che annoti le note, che metta in guardi, che giochi con le interpretazioni, che (s)fotta la comprensibilità, che significhi pur non significando. Una poesia che sia pensiero senza pensare nulla; che anzi pensi al nulla e non lo dica; che dica tutt’altro e che pensi al nulla.

Mah! Intanto Sloterdijk continua a interrogarmi, ad esaltarmi, ad espandere gli angusti confini della mia mente. Cosicché scopro che:

«Gli dèi sono tipiche reazioni eccessive dell’uomo al cambiamento del mondo, sia in senso patologico, sia in senso estetico e creativo. Infatti, soltanto dove ci sono reazioni eccessive c’è poesia» (P. Sloterdijk, La costruzione telematica del reale, in Aut aut, 336, ottobre-dicembre 2007, IlSaggiatore, pag. 115).

Così, con eleganza, con due frasette, Sloterdijk se ne esce dalla difficile questione dell’accomunare il principio divino di dèi e poiesi. La divinità, la religiosità senza rito è il plusvalore che rende accessibile il sacro; pertanto ogni reazione eccessiva, erotica, artistica, religiosa, ci protende in una dimensione oltre l’umano. L’oltreumano è l’accesso al sacro. Il pensiero di Nietzsche (ma sto scoprendo l’acqua calda) è una vertiginosa tensione al sacro.

Due notiziole e Carmelo Bene

Questo post è una sorta di ringraziamento a Davide Dell’Ombra. Nel trattare di Carmelo Bene, non posso che sentirmi in debito con lui, per il fatto che mi ha donato un video di una partecipazione di C. B. al Maurizio Costanzo Show (ebbene sì…). Tuttavia, se non erro, mi prendo io almeno il merito di avergliene parlato e recitato qualche verso in uno di quei nostri mattini all’ombra degli ulivi del monastero dei benedettini. O forse, caro Davide, lo conoscevi già da prima? Beh, non è importante; perché, come disse C. B. in chiusura di quell’apparizione: «Il tempo non esiste».

 

Ma prima, alcune brevi notazioni burlesche e quotidiane. Come forse saprete, a Regalbuto abbiamo avuto il terzo estratto della lotteria vattelapesca. Perciò qualche mio paesano ha vinto 1,5 MILIONI DI EURO. Per dindirintina! A Regalbuto non ci facciamo mancare niente! Omicidi e ostaggi, parchi tematici inesistenti, spazzatura a oltranza, vincite milionarie… Beh, che posso dire? Significa che adesso tra i miei compaesani c’è qualcun altro che farà schifo due volte! Una volta per il comune schifo antropologico e quotidiano; una seconda volta per un nobilissimo motivo: essere schifosamente ricco.

Un’altra notiziola mi riguarda personalmente, nella fattispecie mette capo allo scoutismo. Ebbene sì. Mi hanno nominato Incaricato di Zona per la Branca L/C. Mi spiego meglio. I gruppi scout AGESCI hanno una propria Zona di riferimento che poi fa riferimento alla regione e quindi alla nazione. La Zona a cui appartiene il mio gruppo si chiama “Zona dei Laghi” e corrisponde esattamente alla sperduta e piccola diocesi di Nicosia. La Branca L/C è quell’unità che si occupa dei bambini dagli 8 agli 11 anni; L/C perché possono essere o Lupetti o Coccinelle (aut – aut). L’Incaricato di Zona si occupa dei contatti con la regione, degli eventi di zona, delle comunicazioni, dell’interazione e collaborazione che fanno riferimento a tutte le unità di Lupetti e Coccinelle della propria zona.

L’incarico non è né un successo personale, né una gloria da vantare per chissà quale motivo ( e talaltro non mi hanno mai pagato né mai mi pagheranno!). Farò quel che c’è da fare e anche di più; l’obiettivo principale è creare una sorta di laboratorio per lupetti (questi laboratori si chiamano “Piccole Orme”) a Regalbuto, dove insegnare la giocoleria, l’espressione, il canto, la recitazione. Vedremo!

 

Ma veniamo a Carmelo Bene. Il primo sentore che ebbi di lui era solo un nome. Lo sentii citare non so quando e da chi. Subito, però, andavo chiedendo a qualcuno dei cosiddetti adulti se lo conoscevano. Ottenni risposte vaghe; tanti dicevano che era solo un presuntuoso narcisista. Come fosse una cosa da poco. Qualche anno fa mi fiondai in libreria (ero con la mia dolce amica Clara) e vidi qualche sua foto in un imprecisato volume: straordinario! Un viso insolito, diverso, allucinato; era Pinocchio condensato nella foto di un viso. Vidi anche una sua sorta di autobiografia dal titolo assurdo: Sono apparso alla Madonna. Fu un colpo di fulmine. Acquistati subito il romanzo Nostra signora dei turchi; mi piacerebbe citarne qualche stupenda pagina dove lampeggia una prosa nuova ed unica; ma non posso perché regalai il libro (squattrinato come sempre) a Francescuzza, di cui ero innamorato.

Poi vidi il film Un Amleto di meno e per caso ascoltai su RadioRai3 una Intervista impossibile tra Italo Calvino e Carmelo Bene nei panni di Montezuma. Una voce profonda, cavernosa, sospesa tra le viscere della terra e il tetro oltretomba; ne ricordo distintamente una frase: «Non sempre gli stessi déi regnano in cielo».

Una delle caratteristiche dell’immenso C. B. è il rovesciamento; nella sua logica-antilogica (come pure nell’essere contro la civiltà ma non incivile) il rovesciamento non è mai uno scherzo; semmai un innocente (al di là del bene e del male) gioco di fanciullo. Giacché, come disse al Maurizio Costanzo Show, i bambini giocano e gli adulti scherzano. Il gioco è importante. E dunque abbiamo questo proliferare di rovesciamenti, di scambi, di calembour divertenti e profondi: uno l’abbiamo già citato, Sono apparso alla Madonna; un altro ancora più efficace è ‘L mal de’ fiori. (Per non parlare del gioco tra sacro e profano, tra pazzia e realtà in Nostra signora dei turchi).

‘L mal de’ fiori è un apice di poesia impoetica. V’è l’autore che non è autore, che è, potremmo dire, esautorato; il parlante che non parla, ma che è parlato. Attraverso Carmelo Bene parla ciò che ha parlato in Nietzsche (che, dice Bene, almeno lui di impazzire se l’è meritato), in Deridda, in Deleuze, persino in Kant! Il suo cercare un senso nell’assenza di senso, con e contro Heidegger, si esprime così nella ricerca poetica:

«Siamo sempre stati vittime d’una poesia che innanzi tutto si è sempre beotamente illusa d’essere nel discorso autoriale che tramava. Come se si potesse essere autori di qualcosa! Come se (siamo o no quel che ci manca?) fosse scontato che l’essere parlante sia nel discorso in fieri e non s-parlato dal discorso stesso. Qualunque fare dovrebbe essere un fare altro da ciò che facciamo, (anche volendo nessuno è autore di niente). L’esito non coincide con l’intento come l’effetto non è mai la causa…» (da C. Bene, ‘L mal de’ fiori, Autointervista dell’autore. Non so darvi indicazioni più precise… L’ho trovato su internet non ricordo dove! ;-) )

 

Dunque nel nostro contesto artistico-borghese (in definitiva statale) non rimane altro che ritrovare l’arte; una sorta di reinventare anche l’amore, alla maniera Rimbaudiana.

Al pensatore non rimane che mettersi sulla scena. Per questa audace formula sloterdijkiana mi basti citare questo:

«La filosofia come potere della scuola è soprattutto un nuovo medium della teofania. […] Come nuovo medium la filosofia è un non teatro pronunciato, il suo programma è una non rappresentazione e una non compromissione del dio sulla scena, la sua ambizione è di offrire al dio un canale ripulito, interiorizzato e logicizzato, per consentire delle epifanie più sottili. Come abbiamo detto, questa è la ragione per cui i filosofi – fino a Heidegger – sono per lo più e del tutto spontaneamente, dei pensatori su una non scena, poiché essi sono, se hanno qualche virtù nella loro disciplina, confessatamente e felicemente accademici.» (P. Sloterdijk, Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger, Bompiani, Milano 2004, pag. 17)

 

Ecco, in questo senso mi piace essere un pensatore che è un uomo di teatro; è stata anche questa la genialità (con la dovuta sua superiorità) di Carmelo Bene. Pensare sulla scena.

Egli inoltre parla spesso di niente e di deserto. Disperdersi nel Deserto è vagare in una dimensione cara anche a Biuso: il nomadismo. Eccolo nelle parole di Bene, che forse risuonano di un’eco nietzscheana:

«Il plurilinguismo (crogiulo di idoletti, arcaismi, neologismi di che trabocca il poema [‘L mal de’ Fiori]) è il contrario d’una accademia di scuola interpreti. È ‘Nomadismo’: divagazione, digressione, chiosa, plurivalenza, etc. Il testo intentato è (deve essere) smentito, travolto dall’atto, cioè de-pensato. Poesia è l’immediato nella ruminazione orale d’uno scritto già estraneo a noi dicenti. Scritto in voce. Voce come ri-animazione (rigor-mortis) del morto orale che è lo scritto». (da C. Bene, ‘L mal de’ fiori, Autointervista dell’autore.)

 

Chiudo citando un piccolo passo, bellissimo, atroce e vero de ‘L mal de’ fiori:

 

«Voce mia tua chissà chiamare questo

Mia tua chissà la voce che chiamare

Ventilato è suonar che ne discorre

In che pensar diciamo e siamo detti

Vani smarriti soffi rauchi versi

Prescritti da un voler che non si sa

Dissoluto e alla mano intima incisi

Segni qui divertiti disattesi

Sensi descritti testi

D’altri che morti fiati

Dimentichi ‘n mia tua chissà la voce

 

Noi non ci apparteniamo È il mal de’ fiori

Tutto sfiorisce in questo andar ch’è star

Inavvenir

Nel sogno che non sai che ti sognare

Tutto è passato senza incominciare

‘me in questo andar ch’è stato».

 

Non si può aggiungere nulla. Come direbbe Alessandro Manzoni, cecidere manus.

Compleanni e libertà? Chi indovina vince!

L’ultimo dell’anno… Tempo di bilanci… Ma siccome io non sono un’azienda (e non ne farò mai parte, anche quando forse entrerò a far parte dell’“azienda scolastica”!), dunque, siccome io non lo sono, deliberatamente me ne fotto!

E poi, per chi cerca di vivere appieno, i giorni sono tutti stupendamente uguali e la convenzione dell’ultimo giorno dell’anno (benché sia fin troppo ovvio dire che è una convenzione) è solo un momento come un altro e, per me, una scusa qualsiasi per bere vino e fare festa!

Detto questo, e prima di procedere con cose un po’ più serie, inserisco alcune foto che avevo promesso. Sono le foto di un paio di compleanni; purtroppo non ne ho tantissime e alcune non sono venute bene. Beh, le metto qui di seguito; e via!

 rockbandlcompleanno chiaracateno e davide

il pittore

Pensando, così, casualmente, ad alcuni miei propositi da non-anno-nuovo ma da giorni-come-tanti-altri, ebbene, il più importante mi pare la mia voglia (a seguito di un improvviso risveglio notturno che ho avuto appunto stanotte) di imparare finalmente a suonare il pianoforte. Non voglio diventare chissà che; solamente voglio capirne un po’ più di teoria musicale, voglio che uno spartito per me significhi qualcosa e, infine, dilettarmi massacrando altre corde oltre quelle della chitarra.

 

Ma ora, ahivoi, una discussione un po’ più seria.

I miei pensieri si stanno dilatando notevolmente in questo periodo; non solo perché ho quasi ultimato lo studio della Critica della ragione pura (ancora 60 paginette; e che saranno mai in confronto alle 760 che ne ho già letto?); ma anche e soprattutto perché sto leggendo Peter Sloterdijk, di cui pure avevo già parlato in questo altro post.

Gli entusiasmi che si possono provare per qualche autore del passato non sono mai così forti come quando ti riconosci nel concetto espresso del tuo presente. Traslando i piani, io adoro Wagner (in questo preciso momento sto mandando un sacco di sms a una mia amica in cui appunto dico come la sua musica mi riempia la mente e mi causa brividi lungo tutto il corpo); ma per quanto lo possa adorare, la dilatazione mentale che provo ad ascoltare qualche contemporaneo è decisamente superiore.

Quindi mi sto scoprendo (io che credevo avrei sempre vissuto ancorato ad un qualche passato lirico-soggettivo, malinconico-oggettivo o classico-concettuale), ebbene, mi sto scoprendo autenticamente presente. E sto sperimentando il detto di Wittgenstein secondo cui «vive eterno colui che vive nel presente».

Ma veniamo a Sloterdijk ed alla libertà umana. Chi mi conosce, ben sa com’io credo che l’uomo non sia libero, che il libero arbitrio non esista e che, per dirla con Schopenhauer, siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ma non di volere ciò che vogliamo. Insomma, chi mi conosce, ben sa come io adori parlare di Spinoza, e con ciò abbiamo detto tutto.

(A proposito, come faceva notare anche Biuso, il numero di dicembre di Mente & cervello è davvero bello e si occupa anche di questi temi che sto discutendo. Meno male, perché ultimamente sta rivista mi stava un po’ deludendo!)

Ma torniamo, per la terza volta a Sloterdijk. Egli snocciola il nodo teorico della libertà ebraico-cristiana. Facciamolo parlare:

 

«Anche se nel mondo balza agli occhi una fastidiosa negatività, la cui attribuzione alla causa prima divina deve restare tabù, l’intera cultura del discorso e l’igiene logica dei giochi linguistici biblico-ellenistici non devono essere messi in pericolo. In tal modo, per l’uomo, in quanto creatura dotata di libertà, aumenta il peso di un compito alla lettera sovrumano, atlantico: l’uomo è chiamato a portare la colpa di un intero mondo di sofferenze. La libertà umana sgrava dio dal problema di dover riconoscere un secondo principio accanto a sé come origine di ciò che non è stato intenzionalmente voluto da lui. Per questo la tradizione della vecchia Europa si definisce, e a ragione, come “umanistica”: essa doveva infatti riporre nell’uomo, e solo in esso, sia la possibilità di un accordo con dio e la natura, sia la tentazione del disaccordo. […] I cristiani si servono dell’uomo come di un concetto superiore e di un nascondiglio per l’inumano, vale a dire per tutto ciò che si oppone a dio. […] L’uomo appare per un’intera epoca come un essere che può mancare il suo appuntamento con dio, un appuntamento, che, come si sente dire, costituisce la sua umanità» (P. Sloterdijk, Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger, Bompiani, Milano 2004, pag. 74).

 

Bene, ancora una volta è svelato innanzi tutto il tranello già visto da Max Stirner, ossia che l’umanità dell’uomo è considerata la sua divinità e che perciò l’umanismo è una religione (che forse coincide con il cristianesimo, per la menata del dio-uomo).

Ma che bellezza far rilucere l’ovvietà della libertà umana che infine è una subdola teodicea!

E c’è dell’altro! La libertà cristiana è intimamente paradossale, in quanto

 

«Si tratta della disastrosa paradossalità contenuta nell’idea secondo cui la propensione alla libertà rimane legata a un’aspettativa di ordinamento e di gerarchia. Di conseguenza l’uomo, come il suo mitico protettore, Satana, avrebbe potuto utilizzare senza colpe la sua libertà solo se avesse deciso di non usarla. Servirsi della libertà significa, al contrario, arrivare automaticamente alla rivolta e decidersi per la liberazione esistenziale». (Ivi, pag. 78).

 

I cristiani, dunque, o sono condannati o rimarranno schiavi a vita.

Ma ciò che mi inquieta di più è un rimando che fa Sloterdijk; nel rimando della nota 20 del secondo capitolo (precisamente a pag. 95), egli ci informa sulle:

 

«riflessioni di Michel Serres sul carattere impersonale e sovrapersonale del male e sulla costante tragica della condizione umana. Serres consiglia di coniugare il male attivo come un verbo impersonale: “Piove, gela, tuona”. “Da un nube fluttuante e permanente cadono, indifferentemente, danni su tutte le teste e su qualsiasi testa”» (ivi, pag. 332).

 

Caspita! Si dovrebbe dire che accade il male come se piovesse! Questo è riportate tutto alla natura, al cosmo! Si dovrebbe dire: “mala”, come quando si mette il capo fuori dalla finestra e si dice: “piove”.

Dunque, se mi concedete un giochetto, la “malavita” è un accadimento come il “nevica”. E la “malavita organizzata” è l’intera esistenza umana nel suo accadere.

 

Sono stato più lungo del (già lungo) solito, ma abbiate ancora un attimo di bontà. Solo due piccole segnalazioni.

La prima riguarda la mia iscrizione a questa grande community libresca che è anobii. Mi costa fatica mettergli dei libri perché con la connessione che mi ritrovo ci sta un sacco di tempo ad aprirmi una pagina. Comunque, visitate il sito; è davvero interessante. (Ringrazio Giovanni Polimeni, giacché è per suo tramite che ho conosciuto questo sito).

E infine, una piccola barbarie quotidiana di cui anch’io nella mia goffaggine e noncuranza da umano non mi ero accorto. Tramite un comunicato diffuso (anche) da Biuso si può riflettere di quanto danno facciano i botti di fine anno ai nostri amici animali. Leggete qui e capirete.

A presto!