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Villon e la morte

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Anche in considerazione della sua opera, la risposta più schietta e sincera al quesito: «chi era François Villon?» non può che suonare pressoché così: «Non ce ne può importare di meno!».
O, se preferite, in una maniera più elegante, potremmo rispondere come fece Lord Brummel (l’unico, inimitabile Dandy) a Lady Hester:

«Gorge Brummel stesso, chi l’avrebbe sentito nominare se non fosse quello che è? Ma sapete, cara Lady Hester: quella che mi regge è la mia pazzia. Se non avessi la faccia tosta di squadrare una duchessa fino a farle perdere le staffe e di salutare un principe dall’alto in basso, tempo una settimana nessuno più penserebbe a me: e se il mondo è così sciocco da ammirare le mie scemenze, può darsi che voi ed io la sappiamo più lunga, ma questo cosa importa?» (K. Campbell, Lord Brummel, Longanesi & C., Milano 1986, pag. 110).

Mettendo da parte questo spiraglio che tradisce la mia originaria formazione estetizzante (eh sì, lo ammetto: sbavavo per Il piacere e per Controcorrente), dunque, c’è di fatto che François Villon non esiste, più ancora di ogni altro poeta, senza la sua opera. Anzi, alla domanda iniziale potremmo ora così rispondere: Villon è la sua opera. Ma il mondo è così sciocco da ammirare le sue scemenze? In fondo quello di Villon è solo un gioco, il più tremendo dei giochi, in quanto in esso non si può che perdere: il gioco con la morte!

Di Villon non ci resta altro che quello che la morte ci ha lasciato: non è fantastico? Sembra una banalità, ma Villon, oltre qualche isolata e stupenda ballata, ci ha regalato un Lascito e, soprattutto, un Testamento[1]. Di lui non sappiamo niente, non abbiamo nient’altro che quello che a causa della morte (finzione poetica o meno) di lui c’è rimasto. Di un poeta rimangono le opere: egli come opera scrive un testamento tutto da ridere, di quel ghigno che piace tanto al mio caro Giangi.

E ancora per fare contento Giangi e per far esaltare Davide, dirò che tutto l’opera di Villon è da intendersi sotto il segno di Saturno: perciò, citando i Tool, potremmo dire: «Saturn ascends». Già, perché, come fa notare Mariantonia Liboria, «i nati sotto il segno di Saturno sono di temperamento malinconico. I figli di Saturno hanno destini fuori dal comune ma non certo felici: sono votati alla povertà, alla mendicità, all’esilio, ai ceppi e alla prigione» (F. Villon, Lascito testamento e poesie diverse, Bur, Milano 2000, pag. 550).

Ad ogni modo, volevo solo riportare alcuni versi, bellissimi, terribili, atroci eppure compresi nel gioco che è il magnifico Testamento:

XXXIX

Je cognois que pouvers et riches,
Sages et folz, prestres et laiz,
Nobles, villains, larges et chiches,
Petiz et grans, et beaulx et laitz,
Dames a rebrassés colletz,
De quelconque condicïon,
Portans atours et bourreletz,
Mort saisit sans excepcïon.

XL
Et meure Paris ou Elayne,
Quicunques meurt meurt a douleur
Telle qu’il pert vent et alaine,
Son fiel se crisve sur son cueur,
Puis sue Dieu scet quel sueur…
Et n’est qui de ses maulx l’alege,
Car enffant n’a, frere ne seur,
Qui lors voulsist estre son pleige.

XLI
La mort le fait fremir, pallir,
Le nez courber, les vaine tendre,
Le col enffler, la chair moslir,
Joinctes et nerfz croistre et estrendre…
Corps femenin, qui tant est tendre,
Poly, souëf, si precïeulx,
Te fauldra il ces maulx attendre?
Oy, ou tout vif aller es cieulx.
(F. Villon, Lascito testamento e poesie diverse, cit., pag. 160)

Ecco la traduzione, che rispetto a quella della Liborio, modifico a mio piacimento e rendo più secca:

XXXIX
So che poveri e ricchi,
saggi e folli, preti e laici,
nobili, villani, magnanimi e avari,
piccoli e grandi, e belli e laidi,
dame dai colli impellicciati,
di qualunque condizione,
portano in giro le acconciature,
la morte li prende senza eccezione.

XL

E muore Paride o Elena,
chiunque muore, muore con dolore
tanto che perde lo spirito ed il respiro,
il suo fiele si squarcia sul suo cuore,
poi suda Dio sa quale sudore…
E non c’è chi dai sui mali l’allevi,
ché figlio non c’è, fratello né sorella,
che allora vorrebbero essere al suo posto.

XLI

La morte lo fa tremare, impallidire,
il naso aguzzo, le vene tese,
il collo gonfio, le carni molli,
giunture e nervi crocchiano e si tendono…
O corpo femminile, che tanto sei tenero,
liscio, soffice, così prezioso,
dovrai questo male subire?
Già! O ancora vivo andare in cielo.

(Mi permetto di aggiungere che la notazione dell’ultimo verso è ironica: sola la Madonna, vergine, è andata viva in cielo; il mondo del Testamento è, invece, popolato di puttane).

Be’… Mi pare che non si possa aggiungere altro. O forse solo un po’ di versi di uno che Villon lo cita spesso, ossia Fabrizio De Andrè. Bene, allora chiudiamo con lui:

«Uomini, poiché all’ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia,
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce».



[1] Forse qualcuno noterà una certa somiglianza tra la mia Ballata del teatrino dell’orrore e le opere di Villon. Beh, diciamo che l’idea della Ballata m’è venuta prima che conoscessi Villon; ma nel corso della scrittura mi ci sono imbattuto ed alcune cose si sono precisate.