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Idiosincrasie

A D.D.,
per sollazzarlo.

 

Il titolo di questo post avrebbe potuto essere un altro.

Ma non volevo essere volgare sin dapprincipio, prima che fossero passate almeno due righe.

Ora posso.

Il titolo avrebbe potuto essere Dello scazzo, perché questo post, con tutta probabilità, è dovuto allo scazzo estivo. E tuttavia si nutrirà di piccole praline idiosincrasiche che ho accumulato negli anni. Ad aggiungere acidità e velenosità al ristrettissimo breviario che segue, ci penserà la mia fedele compagna, la colite, che mi rende così antipatico e misantropo. Ma questi – lo vedo bene – sono scazzi miei.

 

Idisioncrasia

 

Generi: certo femminismo d’accatto, accompagnato da taluni militanti del movimento GLBT (vedi sotto), contagiando larghe fette della sprovvedutezza minchiona, ha preso il vizio di non indicare il genere di certi aggettivi plurali. Esempio: “siete tutt* invitat* alla mia festa”. L’italiano vorrebbe che il plurale, in casi indistinti come questo, volgesse al maschile. Ma no: sarebbe maschilismo, un riflesso dell’autoritarismo patriarcale nella lingua italiana, l’ennesima discriminazione e violenza sulle donne. Evidentemente esiste una specie di persone per cui il genere adottato dalla grammatica non obbedisce a una prassi, a una convenzione, ma a una precisa scelta ideologica. Se tanto mi dà tanto, allora la forma rispettosa con cui si dà del “lei” è una deriva femminista sconcertante! I maschi devono ribellarsi! Dovrebbero farsi dare del “lui”: “Egregio, cosa ne pensa LUI di questa faccenda?” Bah. Piuttosto, si pensi a scrivere bene e in maniera comprensibile. Togliere l’ultima vocale sostituendola con obbrobriosi * o @ non vi rende più fighi (come sembrate pensare), né contribuisce alla causa del femminismo. Semmai, imparare a scrivere bene può contribuire a migliorare l’intelligenza di tutti. Prodigatevi.

GLBT: per chi non lo sapesse, è la sigla del movimento che accomuna Gay, Lesbiche, Bisessuali e Transessuali. E meno male che abbiamo finito con le categorie. Almeno per ora. Perché questa sigla è un simbolo: ognuno persegue la propria paradossale identità di gruppo. Ma prima o poi la sigla lieviterà: GLBTPEAPMOTANEPMS: Gay, Lesbiche, Bisessuali, Transessuali, Pansessuali, Eterosessuali, Asessuali, Polisessuali, Monosessuali, Occasionalmentesessuali, Talvoltasessuali, Autosessusali, Normosessuali, Extrasessuali, Pentitosessuali, Maniacosessuali, Sessosessuali. Suggerimento: perché non ci chiamiamo solo gay, così siamo tutti contenti?

Ferragosto: perché? Dico, perché a Ferragosto ci si lascia coinvolgere in quella follia collettiva, si va in spiagge affollatissime e sudatissime, si pagano decine di euro per una discoteca dove un annacquato o vomitevole drink ti fa scucire almeno un’altra decina di euro, dove ragazze dalla fine intelligenza e dai corpi sottili o ragazzi dall’aulico eloquio e dagli addominali scolpiti si strusciano, profumatissimi e cortesissimi? Perché proprio a Ferragosto? Cosa succede quel giorno? Cos’ha di diverso dagli altri? Perché vi devono sempre dire che ci sono giorni per fare una cosa e giorni per farne un’altra? Perché siete disposti a fare file chilometriche sotto il sole agostano, a sentirvi umiliati se non siete nella lista di un locale, a sentirvi importanti se ci siete, a intristirvi se quel giorno non siete in nessun posto e lo lasciate trascorrere come tutti gli altri, a farvi dire che per entrare siete troppi uomini e poche donne, a sapere che le femmine non pagano l’ingresso perché in qualche modo devono fare da esca, a spendere e spandere sulla spiaggia rintronati dall’orribile musica dell’acquagym? Certo, mentre a due passi arrivano cadaveri sulla spiaggia, i barconi degli immigrati si incagliano, le persone vengono sputate dal mare. Ma questo che importa, non si può sempre pensare a queste cose! (Sempre? ma chi ci pensa mai?) Noi a Ferragosto ci dobbiamo divertire.

Femminicidio: notizia: il femminicidio non esiste. Precisamente perché quando qualcuno ammazza una femmina, non la ammazza perché è femmina. Non è in atto alcuna persecuzione contro le donne in quanto donne. Se qualcuno uccide un africano, non per forza è razzismo; se lo uccide perché è nero, è razzismo, altrimenti non lo è. La parola femminicidio presuppone che si ammazzino a ripetizione le donne perché sono femmine. E questo non è vero. Forse, a dirla tutta, sono più frequenti i casi di parcheggicidio, ossia quando due uomini si scannano per un parcheggio. Quando una donna uccide un uomo per i medesimi motivi di liti “familiari” o “passionali”, mica si parla di maschicidio; proprio per lo stesso motivo, ossia per il fatto che il maschio non viene ucciso solo perché è maschio. Forse questo avviene meno di frequente, ma il nome va deciso in base alla motivazione ed eventualmente alla sistematicità degli accadimenti. Le donne dovrebbero liberarsi da questi stereotipi; sarebbe un passo importante per loro, credo. Se vogliono essere considerate persone di pari dignità degli uomini (com’è giusto e come credo che già sia), non dovrebbero cedere a queste categorie imposte dall’alto, a questi auto riconoscimenti di inferiorità, all’essere considerate alla stregua di gruppo minoritario e minorato, quando invece le cose non stanno affatto così. “Femminicidio” è una brutta parola che andrebbe dimenticata.

Stampato con il contributo del dipartimento: ogni libro stampato con il contributo del dipartimento (qualunque esso sia) è un libro che andrebbe gettato nella stufa, già solo per questo. Poi magari in mezzo a tanta carta inutilmente sprecata si potrà nascondere qualche perla; ma è una perla nata da un’ostrica schifosa, immangiabile. Il contributo del dipartimento serve a lasciare i professori là dove sono: se i loro libri valessero qualcosa, non ci sarebbe bisogno di tale contributo, troverebbero chi glieli stampi. Fanno un gran parlare contro l’editoria a pagamento, e poi si pagano i libri nemmeno coi loro soldi, ma con i soldi dell’università. Nella stragrande maggioranza dei casi, i libri dei professori universitari sono libri che nessuno legge, per un preciso motivo: perché non ne vale la pena. Non si leggono a vicenda nemmeno tra loro colleghi (e perché mai dovrebbero, tra l’altro, così divisi come sono in ghenghe interne?). Allora ecco che trovano la misera consolazione di metterli nel programma per farli leggere ai poveri studentelli. Tra centinaia, migliaia di libri pregevoli, non trovano di meglio che mettere il loro in programma. Lo pagano coi soldi del dipartimento, ma poi gli incassi chi li prende? Per riformare seriamente l’università, come prima cosa andrebbe abolito questo finanziamento. Vedremo quanti professori rimarrebbero al loro posto.

Vergogne: più della recessione economica, mi preoccupa la regressione culturale. Viviamo in un’epoca sempre più moralistica e reazionaria. L’aspetto più evidente è come viene considerata la nudità nel quotidiano: persino nei luoghi di mare si tende a far coprire quanto più possibile il corpo, che deve essere celato quasi fosse osceno per natura. Così nei ristoranti e nei centri storici è vietato presentarsi in costume o a torso nudo. E che sarà mai? C’è gente cristianucola nel profondo, che vive il corpo come una condanna, come se ogni pezzo di carne che si vede sia un passo verso il male. E così via: delle chiese lo sappiamo (ma credo che in chiesa si dovrebbe entrare nudi, se – come dicono – credono che dio li fece nudi a sua immagine e somiglianza); ma pure si pretende che agli esami, sul luogo di lavoro, nelle occasioni mondane trapeli quanta meno pelle possibile. E quindi bando ai pantaloncini, alle scollature, alle scarpe aperte (io detesto le infradito, ma questo è altro par di maniche). Vergognarsi di un corpo è vergognarsi della nostra carnalità. Pudicizia e morbosità sono strettamente legate. Voler coprire a tutti i costi le cosiddette vergogne è il sintomo principale di quella che Nietzsche definiva regressione fisiologica. Chi vuol nascondersi gli altri corpi, cela un segreto osceno nel proprio. Chi vuol mascherare gli altri, maschera se stesso. È così: tante più vesti, quanta più ipocrisia.

Inaccettabilità: ogni volta che un politico utilizza la parola “inaccettabile”, è già con le brache calate, mentre grugnisce per il piacere, per il gusto del proibito. “È inaccettabile”: e invece è lì che aspetta gaudente che l’inaccettabilità si compia, non solo sotto i suoi occhi, ma pure con la sua collaborazione. Se qualcosa è inaccettabile, tu non la accetti; se finisci con l’accettarla, allora non è inaccettabile. Guida per i nostri tempi: se senti la parola “inaccettabile”, stai sicuro che ciò a cui si riferisce sarà presto fatto e accettato. Adieu.