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Vinicio Capossela: solo show

Tra i nascondigli offerti dalle pieghe dello spazio (che poi è questo a dividerci e non il tempo), vi s’era intrufolata la mia carissima amica Clara; solo un colpo di magia, una trazione dal cilindro, un gioco di prestigio di Capossela poteva scardinare lo spazio, stirandolo, proprio in senso letterale, come fanno le casalinghe con le camicie.
Concerto di Capossela a sorpresa assieme a Clara, che non vedevo da un anno e forse più: cosa poter chiedere di meglio?
Tuttavia ho sbagliato, dacché ho parlato di concerto. Io detesto i concerti, non mi piacciono, non ero mai andato a vederne (o sentirne) uno, non possiedo l’esaltazione della ritualità collettiva, neppure nella sua veste (spesso pseudo) musicale. (Ma altro discorso, ovviamente, per la musica ‘colta’, ammesso che quella di Capossela non lo sia).
Solo show: mai titolo fu più azzeccato; l’ultimo suo album si chiama Da solo; ma il gioco di parola fa si ché esso significhi anche qualcosa come ‘puro spettacolo, soltanto show’. Capossela ha inventato un nuovo genere (almeno, per quel che mi risulta, nessuno prima ha fatto qualcosa simile); potremmo definire questa sua invenzione, richiamandoci al teatro-canzone di Gaber, come circo-canzone. Non sono andato ad un concerto, bensì ad uno spettacolo circense musicale. Andiamo con ordine.
Lo spettacolo può essere suddiviso in due parti, precedute da un prologo. Difatti, mezzoretta prima dell’inizio dello show dal Metropolitan sono usciti il Mago e Brazilla (veramente una ragazza stupenda!), ad intrattenere brevemente con piccole danze col fuoco e ad annunciare lo show di Capossela con megafono.

Mago e Brazilla - Foto di Sciapa

Giunti dentro, il mago diventa gigante e sui trampoli passa nel corridoio ed annuncia l’inizio dello show. Comincia dunque la prima parte, con Capossela seduto all’organo (che “ha 2000 canne ma non stona mai”) mentre canta Il gigante e il mago. La canta quasi tutta, fermandosi prima della strofa finale, per un motivo che si rivelerà alla fine.
Questa prima parte, ammettiamolo, si trascina tra alti e bassi; alcune canzoni sono proprio maltrattate, come per esempio Una giornata perfetta. Vinicio scorda alcune parole, si confonde, pare quasi annoiato e io stesso ho avvertito un po’ di disagio. Non mancano tuttavia momenti forti e toccanti, come quando canta Vetri appannati d’America e Orfani ora (canzone, quest’ultima, che non prediligo, a differenza dei più, ma che dal vivo ha acquistato intensità). I colpi migliori sono le battute di Capossela, i suoi travestimenti e balletti, la sua istrioneria. La prima parte, dunque, è stata un concerto; ma, che si vuole, dietro ci stanno le logiche di mercato, la promozione dell’ultimo album, il tour e cose del genere.

Il paradiso dei calzini

Durante la pausa si esibiscono il Mago e Brazilla, deliziosi e simpatici, con giochi di prestigio, cabaret dei vecchi tempi e Brazilla che è un capolavoro da vedere in slip e top.
E’ tuttavia con la seconda parte dello spettacolo che si toccano vette mai raggiunte prima, che lo spettacolo acquista totalità e splendore, che Vinicio si scatena e il Metropolitan quasi viene giù dalle urla e dagli applausi. Io stesso, che di solito non applaudo e detesto lo scrosciare delle mani, mi sono quasi spellato a forza di appluadire!
Si comincia con la stupenda Bardamù, si passa per I pagliacci, ci si diverte con Canzone a manovella, con Medusa cha cha cha e così via. Ciò che dà il valore aggiunto è il contorno: le luci, la gabbia montata al centro del palco che vedrà rinchiusi i vari freaks, quelli che “Noè ha dimenticato di portare sull’arca”, i personaggi e le situazioni, i simboli e le occasioni che popolano le canzoni di Capossela e che si concretizzano comparendo e rinchiudendosi nella gabbia. E lui, trasformista e istrione, ora ammiraglio ora con la coda di balena, ora morte ora becchino (nella Marcia del camposanto), ora minotauro ora scimmia. E l’apice, quando entra l’uomo vivo, trascinato a forza sul palco, legato da una camicia di forza, appeso in alto per i piedi a testa in giù e durante l’apoteosi de L’uomo vivo (Inno alla gioia), quando anche le mummie metropolitanensi si alzano e schiamazzano e saltano, deve liberarsi dalla camicia di forza! E ancora a impazzire e a farci mordere dalla tarantola con Il ballo di san Vito!

La gabbia

Stremati dalle urla si riconquista la calma a fatica, ci si concede una sognate e malinconica I pianoforti di Lubecca, poi si presenta tutta l’orchestra, infine si riprende Il gigante e il mago dove la si era interrotta. Tutti abbandonano il palco, lasciando ‘da solo’ Capossela che canta l’ultima strofa, e conclude con una battuta uno spettacolo che è stato anche politico, zeppo di frecciatine al “futuro presidente della repubblica”, di riferimenti a luoghi di Catania (acchianata i San Giuliano, il Nevskij, la pescheria…), di proverbi e modi di dire siciliani:

E i tamburi stanno zitti
e la grancassa tace
ma i tuoi bambini non lo sanno
e continuano a giocare
chiudi gli occhi e non sai quanto
quanto a lungo puoi durare
chiudi gli occhi e ti ritrovi
col gigante e il mago…

E si ficiru i ficu!

Sipario!

L’uomo vivo (Inno alla gioia)

Vuoi perché mi sento poco gioioso (ma sarebbe meglio dire: un buono a nulla); vuoi perché durante il caffé filosofico di ieri della bravissima Arianna Rotondo s’è parlato di resurrezione; vuoi, ancora, perché adoro Vinicio Capossela e di questa canzone avevo copiato il testo qui; vuoi quel vuoi, ecco che mentre leggete potete udire L’uomo vivo (Inno alla gioia).
Fatemi sapere cosa pensate di questa canzoncina!

L’uomo vivo

È pasqua… O, almeno, sic dicunt.

Dovrei uscire tra poco a farmi sbaciucchiare le guance da semi-sconosciuti, dacché qui sono tutti smaniosi di fare gli auguri.

Sono tutti credenti, o almeno, nuovamente, sic dicunt. Vabbè… Che poi siano stati i credenti ad uccidere quel tale, questo non lo pensano. Chi vuol fare il capopopolo si guardi bene dal popolo; tema i molti colui che i molti temono.

Ad ogni modo è pasqua, sic dicunt et coetera!

E allora cantiamo con Vinicio Capossela ed il suo Inno alla gioia (L’uomo vivo):

«Ha lasciato il calvario e il sudario

Ha lasciato la croce e la pena

Si è levato il sonno di dosso

E adesso per sempre

Per sempre è con noi!

Se il Padreterno l’aveva abbandonato

Ora i paesani se l’hanno accompagnato

Che grande festa poterselo abbracciare

Che grande festa portarselo a mangiare

Ha raggi sulla schiena

E irradia GIO-GIO-IA!

Le dita tese indicano GIO-GIO-IA!

Esplodono le mani per la GIO-GIO-IA!

Si butta in braccio a tutti per la GIO-GIO-IA!

 

È pazzo di Gioia

È l’Uomo Vivo!

Si butta di lato non sa dove andare

Perché è pazzo di Gioia

È l’uomo vivo

Di spalla in spalla

Di botta in botta

Le sbandate

Gli fanno la rotta

Alziamolo di peso gioventù

Facciamolo saltar

Fino a che arrivi in cima

fino al ciel

Fino a che veda il mar

Fino a che veda che bellezza è la vita

E mai dovrebbe finir

 

Barcolla,

Traballa

Sul dorso della folla

Si butta

Si leva

Al cielo si solleva

Con le tre dita

La via pare indicare

Ma nemmeno lui

Nemmeno lui sa dove andare…

Barcolla

Traballa

Al cielo si solleva

Con le tre dita

Tre vie pare indicare…

Perché è pazzo di Gioia

È l’uomo vivo

Si butta di lato, non sa dove andare

Di corsa a spasso senza ritegno

Va il Cristo di legno

Non crede ai suoi occhi

Non crede alle orecchie

Nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno

Portato a mangiare…

 

Ha raggi sulla schiena e irradia GIO-GIO-IA

Si accalcano di sotto per la GIO-GIO-IA

Esplodono le mani per la GIO-GIO-IA

Lo coprono di garofani di GIO-GIO-IA

Gioia viva Gioia viva per noi

Gioia viva Gioia viva per noi…

Di qua di là, no di qua…

Di qua, no di là… GIO-IA! GIO-IA!!

È PAZZO DI GIOIA…

È L’UOMO VIVO

Esplode la notte

In un battimano

Per il Cristo di legno

Che Cristo com’era è tornato cristiano.

Barcolla traballa

Sul dorso della folla…

Fino a che arrivi in cima, fino al ciel

Fino a che veda il mar..

Fino a che veda che bellezza è la vita

E mai dovrebbe finir…»